di Giuliano Masola. “… canadesi, irlandesi e svedesi,/ Siamo tutte per uno, siamo una per tutte/ Siamo tutte americane!” e non solo, poiché occorre aggiungere tante ragazze, figlie di chi sperava nel Nuovo Mondo; fra queste, quelle italiane hanno fatto la storia, purtroppo misconosciuta del baseball. “Victory” è l’inno della All American Girls Professional Baseball League (AGPBL), presente nella colonna sonora di “Ragazze vincenti” (“The League of their own”), uno dei pochi film sul baseball che ha avuto un po’ di successo in Italia. Il baseball al femminile era nato ben prima del 1943, anno in cui Philip K. Wrigley, dirigente della Major League, pensò di sopperire all’assenza degli uomini chiamati alle armi con squadre formate da ragazze. Ciò era in linea con quanto accadeva nell’industria bellica e non, rilanciando il ruolo delle donne nella società, in un lungo percorso non scevro di ostacoli. Barbara Gregorich è una affermata scrittrice Americana: alle sue ricerche storiche accomuna romanzi e racconti, anche per ragazzi. “Women in play.
Un grido di dolore…
Di Giuliano Masola. Forse qualcuno ricorda ancora la celebre frase che Vittorio Emanuele II pronunciò il 10 gennaio 1859 dinanzi al Parlamento Subalpino: il Piemonte, con l’aiuto della Francia di Napoleone III, si impegnava nella II Guerra di Indipendenza contro l’Impero Austro-Ungarico. Con il batti&corri, ciò non ci azzecherebbe molto, se non che… ieri è cominciata la stagione 2018, soprattutto a livello giovanile. Purtroppo l’avvio, dal punto di vista delle coperture arbitrali, non è stato certamente soddisfacente, in particolare per la nostra area. Nonostante i tentativi, il numero degli arbitri è in calo e ciò va a sommarsi alla crescita dell’età media; se si aggiungono impegni di lavoro e imprevisti la già insufficiente compagine si riduce tanto. Non c’è da sperare che nelle prossime settimane possa esserci un miglioramento della situazione, ahimè. Leggi tutto “Un grido di dolore…”
“Easter” time
di Giuliano Masola. Nell’uovo di Pasqua ci si può trovare di tutto, anche il baseball. Allo stesso modo, girovagando nella Storia del “vecchio gioco” ci si può imbattere in personaggi poco conosciuti, ma rilevanti. Uno di questi è Luscious “Luke” Easter, primabase di colore delle Negro Leagues e della Major Leagues, nato presumibilmente nel 1915, a Jonestown, in una famiglia di agricoltori del delta del Mississipi. Trasferitosi a St. Louis, riuscì a frequentare gli studi per nove anni, poi, non potendo accedere all’Università, si mise a fare diversi lavori, fra cui il lustrascarpe. La sua carriera nel baseball iniziò in una squadra semiprofessionistica, i St. Louis Titanium Giants, squadra formata da afroamericani dalla National Lead Company. Con un fisico al tempo fuori del comune (alto 1,93 m, quasi 110 kg. di peso), si dimostrò un eccezionale battitore di potenza. Dopo il servizio militare, nel 1945 fu visionato da due delle maggiori squadre delle Negro Leagues, i Kansas City Monarchs e Chicago American Giants, ma non venne preso perché ritenuto un po’ impacciato nei movimenti, anche per un problema avuto a una gamba. “Candy Jim” Taylor, manager degli American Giants, però, contattò Abe Saperstein, noto fondatore degli Harlem Globetrotters, che stava cercando di formare una nuova squadra di baseball, i Cincinnati Crescents. Saperstein prese Easter e, alla fine del 1946, dopo una stagione di successi, lo vendette agli Homestead Grays. Nel 1948, Luke Easter ebbe prestazioni eccellenti, con una media di .363 in battuta, posizionandosi alla pari per numero di fuoricampo e primo della Lega per i punti battuti a casa. Non solo, poiché portò i Grays alla vittoria nelle Negro World Series a spese dei Birmingham Black Barons. Un infortunio al ginocchio nella primavera del 1949 gli costò un posto in squadra nelle Major Leagues nella prima parte del campionato. Di conseguenza, iniziò la stagione con i San Diego Padres in Triplo A e, nonostante un intervento al ginocchio a metà campionato, continuò a primeggiare: .363 in battuta, con 25 fuoricampo e 80 punti battuti a casa. Ciò produsse l’interessamento degli Indians, che lo misero in campo a fine stagione e, all’inizio del 1950, lo fecero giocare stabilmente come primabase, dopo la cessione di Mickey Vernon, un giocatore da All Star. Easter concluse la sua carriera in Major League con gli Indians, nel 1954, con una media battuta di .274, 93 fuoricampo, 340 punti battuti a casa. Per i suoi lunghissimi fuoricampo, fu chiamato “Uovo di Pasqua” (“Easter Eggs”). Nel 1948, quando era coi Grays, fu il primo a scaraventare la palla fra i “bleachers” (posti popolari) all’esterno centro del New York’s Polo Grounds, a circa 148 metri dal piatto. Nel suo primo anno in Major League, realizzo il più lungo fuoricampo della storia al Cleveland’s Municipal Stadium, una “legnata” di circa 150 metri; la palla finì sopra il tabellone segnapunti secondario all’esterno centro (l’unico altro battitore che fece una cosa simile fu Mickey Mantle nel 1960). Inoltre, al crepuscolo della carriera coi Bisons, divenne il primo giocatore a spedire la palla sopra il tabellone dell’Offermann Stadium di Buffalo per ben due volte, nel 1957. Una volta, rispondendo a un appassionato che aveva assistito alla storica battuta, disse: “Se la palla e finita a terra, vuol dire che non è stato il mio fuoricampo più lungo”. La sua fu una carriera di tutto rispetto, ma più importante è stata la sua personalità, poiché Easter aveva uno spirito allegro e mostrava grande trasparenza. A Buffalo, regalava salsa della fabbrica in cui lavorava a ogni compagno che realizzava un fuoricampo. Nella cerimonia di introduzione nella Greater Buffalo Sports Hall of Fame nel 1997, di lui furono evidenziati “il garbo e dignità dentro e fuori dal campo” e si disse che “ciò che lasciava come amico della comunità, era un cuore generoso, con un animo pronto ad affrontare qualsiasi occasione, in ogni momento”. Non si trattava di parole di convenienza. Finita l’attività come giocatore e allenatore, nel 1964 fu assunto dalla Aircraft Workers Alliance, come portavalori. Il 29 marzo 1979 venne ucciso da un paio di delinquenti, appena fuori da una banca mentre aveva con sé oltre 35.000 dollari per le buste paga: si era rifiutato di consegnare i soldi. Bill James, grande esperto di statistiche, ha messo Easter come secondo miglior primabase nella storia delle Negro Leagues, dietro solo a Buck Leonard. Per James, Luke era “amabile, scherzoso, onesto al 100%, e di grande carattere”, con “le spalle così larghe – in senso metaforico – da attraversare tre corsie”, aggiungendo che “se lo si fosse potuto clonare e rimetterlo in campo, oggi sarebbe il più grande dei battitori”. “Easter Egg”, il giocatore del nostro “Uovo di Pasqua” morto per difendere il suo alto senso di responsabilità e i valori positivi della società, ci aiuta a ricordare che si è uomini se si sta dalla parte dell’Uomo sempre, si corra o meno fra le basi. Per noi non dovrebbe essere una sorpresa.
Giuliano Masola, Cannitello, Giorno di Pasqua 2018.
In volo
Di Giuliano Masola. Nel 1988, dal 23 agosto al 7 settembre, vennero disputati in Italia i XXX Campionati Mondiali di Baseball. Si trattò di un avvenimento importante, probabilmente fondamentale per tutto il Baseball, poiché proprio da questo kermesse internazionale prese nuovo vigore la spinta per la partecipazione alla XXV Olimpiade di Barcellona quattro anni dopo. I Mondiali furono una ghiotta e ben utilizzata occasione per fare conoscere ancora una volta di più il nostro Paese e la vitalità del nostro baseball. Notevole fu la spinta propagandistica, in tutti i settori. Venne pure coinvolta l’Alitalia, la nostra compagnia di bandiera, attraverso un supplemento a “Ulisse 2000”, la rivista distribuita sugli aerei e non solo. “Italy loves baseball”: un titolo, una precisa dichiarazione. Molti giornalisti sportivi, come Robert E. Smith e Robert Durso, italiani, come Massimo De Luca, Attilio Fregoso, Enzo Di Gesù, Paolo Ormezzano, hanno con grande capacità saputo evidenziare quanto il baseball stesse sviluppandosi in Italia, accrescendo la sua importanza nel contesto internazionale. Non solo, poiché un grandissimo attore come Alberto Sordi, corredando l’articolo con una immagine in posa da battitore tratta da “Un americano a Roma”, conduceva il lettore guardare con un particolare occhio “Roma segreta”, con la sua sottile ironia. Ancor più, le parole di Alberto Bevilacqua su “Parma preziosa” (tradotta in inglese con “Perfect Parma”), rappresentavano la ciliegina sulla torta. Sono trascorsi trent’anni da quel 1988 in cui Aldo Notari era presidente della FIBS, Franco Carraro quello del CONI e Peter V. Ueberroth Commissioner delle Major Leagues. Leggi tutto “In volo”
