Donne in gioco

di Giuliano Masola. “… canadesi, irlandesi e svedesi,/ Siamo tutte per uno, siamo una per tutte/ Siamo tutte americane!” e non solo, poiché occorre aggiungere tante ragazze, figlie di chi sperava nel Nuovo Mondo; fra queste, quelle italiane hanno fatto la storia, purtroppo misconosciuta del baseball. “Victory” è l’inno della All American Girls Professional Baseball League (AGPBL), presente nella colonna sonora di “Ragazze vincenti” (“The League of their own”), uno dei pochi film sul baseball che ha avuto un po’ di successo in Italia. Il baseball al femminile era nato ben prima del 1943, anno in cui Philip K. Wrigley, dirigente della Major League, pensò di sopperire all’assenza degli uomini chiamati alle armi con squadre formate da ragazze. Ciò era in linea con quanto accadeva nell’industria bellica e non, rilanciando il ruolo delle donne nella società, in un lungo percorso non scevro di ostacoli. Barbara Gregorich è una affermata scrittrice Americana: alle sue ricerche storiche accomuna romanzi e racconti, anche per ragazzi. “Women in play.

The story of women in Baseball”, pur risalendo all’ormai lontano 1993, resta un libro fondamentale e affascinante, almeno per me. Penso che tanti conoscano il nome dei grandi campioni di origine italiana, per cui colpisce particolarmente la scoperta di quanto figlie e nipoti dei nostri emigranti abbiano contribuito al successo del batti&corri. Se il primo nome che appare nella Baseball Encyclopedia è quello di Ed Abbaticchio, figlio di genitori campani, che iniziò la sua carriera nel 1897 coi Phillies, in ambito femminile è la storia stessa che parte con una donna della Penisola.  Maud (Maddalena) Brida, nata il 17 novembre 1881 nel Sud Tirolo (allora dell’Impero Austro-Ungarico), emigrata con la famiglia negli Stati Uniti, è conosciuta con diversi nomi, dovuti anche a eventi matrimoniali:  Nelson, Nielson, Olson e Dellacqua. Alta circa un metro e sessanta, piuttosto esile, inziò a giocare a sedici anni, mostrando fin da subito una incredibile abilità come lanciatrice. Alla fine degli anni Novanta dell’Ottocento il baseball al femminile cominciava ad avere una certa organizzazione, con proprie squadre; “le Bloomer girls” erano in grado di mostrare la loro bravura di fronte ai maschi, nonostante gli apporezzamenti non sempre favorevoli della stampa di allora. Il mito di Maud iniziò nel 1900, quando Il “Cioncinnati Enquirer” riportò che  le “ragazze coi mutandoni” avevano battuto la Union City per 8 a 1, grazie alla prestazione di Maude Nelson e Edith Lindsay che avevano concesso solo tre valide. La sua notorietà crebbe rapidamente, al pari della sua versatilità, giocando da terzabase, quando scendeva dal monte. Il baseball ‒ credo non sia un mistero per nessuno ‒ ha contribuito a costruire l’America, realizzando un “melting pop” foriero di successi. Nonostante tutto, oggi è ancora così, ma non doveva essere certo facile, per una giovane giocare con il Cherokee Indian Base Ball Club e ancor meno pensare di formare una propria squadra, come fece Maud a soli trenta anni, col marito John B. Olson jr. E quello fu solo l’inizio. Il motivo per cui Maddalena Brida è scarsamente conosciuta è dovuto soprattutto alla sua modestia: non voleva storie e non dava adito a storie. Toney e Margaret Gisolo erano fra le “italiane” che l’avevano conosciuta: per anni non si resero conto di chi fosse quella minuta signora pur giocando per lei. Anni fa, particolarmente colpito e storicamente interessato dal versante femminile del baseball, ho contattato Barbara Gregorich, che mi ha subito risposto per iscritto, battendo in velocità la posta elettronica. Abitava a Chicago e conosceva Margaret Gisolo, una delle grandi del baseball. Dalla intervista si era passato rapidamente ai fatti: un bel piatto di polenta costituì la base di partenza di una lunga amicizia; da una di famiglia friulana non ci si poteva aspettare di meglio! La lista delle “nostre” è piuttosto lunga, da Ange Amato a Betty “Moe” Trezza, da  Philomena Gianfrancisco a Rose Montalbano, e a tutte le altre. Le donne, pur non potendo giocare nelle Leghe Maggiori stante il divieto imposto dal famoso giuidice Kenesaw Mountain Landis, riuscirono a scendere in campo in altre organizzazioni. Toni Stone, ragazza di colore, fu un vero talento, riuscendo a giocare nelle Negro Leagues ad alto livello. Il baseball femminile cessò di esitere nei primi anni Cinquanta del secolo scorso, lasciando il posto al softball. Solo negli anni Settanta riprese ufficialmente un proprio posto. Ci sono tante cose che non conosciamo, che non riusciamo ad apprezzare. Nonostante i venditori di sogni, le conquiste avvengono per gradi, anche attraverso esperimenti non sempre dall’esito positivo. Spesso diamo per scontato che ci siamo cose irrecuperabili, ma vediamo rispuntar fuori dal nulla ciò che era dato per morto e sepolto. Il mondo femminile finisce sempre per interrogarci, mostrando spesso una grinta e una determinazione superior; che una palla venga lanciata da sopra o da sotto poco importa: dobbiamo colpirla, e per farlo abbiamo bisogno di tecnica e preparazione mentale. Col nostro gesto ci confrontiamo, ricordando che giocare è condividere, soprattutto crescere insieme, anche se credo che ce lo siamo dimenticato un po’ tutti. Proprio per questo dovremmo fermarci a interrogare la storia, alla ricerca di quei germogli che hanno solo bisogno di essere ritrovati e ben curati per diventare un albero portatore di buoni frutti.

 

Giuliano Masola, 15 aprile 2018

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