Desperado

di Giuliano Masola. Ascolta, stai facendo un grosso errore a occuparti di Baseball. È un gioco noioso, con tantissime regole; si sa più o meno a che ora inizia una partita, ma non si sa quando finisce. Ci vuole tanto, troppo tempo per imparare, a meno che non sia già nato con mazza, palla e guanto in mano. C’è chi sostiene che è un gioco di squadra, ma quando sei in battuta, o sul monte sei tremendamente solo. I campi sono sempre troppo corti, per cui se sbagli un lancio, la palla finisce fuori e gli avversari si fanno beffe di te. Se ti senti troppo forte in battuta, fai la fine di Casey. E poi, costa tanto. Pensare di farci i soldi, almeno da noi, è una pia illusione. C’è chi dice che è formativo, che insegna a fare squadra: ma quando si vede una squadra in cui tutti si presentano in orario agli allenamenti, o alla partita? Coloro che pensano che il baseball sia formativo, hanno solo da sperare nei miracoli. Quante volte abbiamo visto squadre vincenti disfarsi come la neve al sole. E la panchina cos’è: per tanti una maledetta sala d’aspetto. Non parliamo degli aspetti organizzativi, basati su un volontariato più insicuro dei contratti a termine. Il lavoro dei dirigenti è sostanzialmente incompreso, ma da loro si pretende la soluzione di ogni problema, sperando che il presidente trovi i soldi per il campionato. Fare programmi è una scommessa, per cui anche i migliori tecnici e preparatori sono costretti ad improvvisare, non sapendo mai chi ci sarà all’allenamento. Partite poche, con relativa sufficiente qualità. Si fa di tutto per avere impianti accettabili; talvolta si riesce ad averli, ma quasi nessuno ha la possibilità di gestirli senza far pesare sulla comunità almeno i costi di esercizio. Va da sé che di luci accese se ne vedono sempre meno. In tutto questo c’è un grande risvolto educativo: dare la colpa agli altri, al fato. Ciò si traduce in pochezza mentale, in banale stupidità. Come dicevano gli antichi “Beati monoculi in regno coecorum”, in un mondo di ciechi, chi ha un occhio solo trionfa, Ma c’è qualcuno che almeno un occhio ce l’ha? Problemi, però, non ce ne sono: basta sfogliare il catalogo delle aziende che forniscono materiali per rendersene conto. Ma dove sono queste aziende? On line, il più delle volte. Tutto è bello, attraente… e costoso. Stamattina parlavo con un tale, che mi ha detto che i tre figli che giocavano a baseball hanno smesso; lui però continua a interessarsene. Non so cosa facciano attualmente questi giovani, ma è certo che non hanno trovato quanto loro era stato detto all’inizio. In questi giorni in cui si comincia a programmare la prossima stagione, penso che più di un dirigente e allenatore abbia le mani nei capelli, se gliene sono rimasti. C’è da destreggiarsi fra tipologia di campionati e date di nascita e, soprattutto, fare i conti con la disponibilità finanziaria. Gli sponsor vanno e vengono, nonostante tutti gli accordi, anche formali. La crisi economica è un buonissimo e facile motivo, per lasciare. Si vive un po’ alla giornata, sperando nei miracoli. Si punta sulla squadra vincente, quella che  farà piovere un po’ di soldi in tasca. In aggiunta o in alternativa, c’è il campione del futuro: non ha ancora finito le elementari, ma si capisce subito cosa potrà diventare… a meno che non cambi sport (cosa non rara). In questo tantalico sacrificio, però abbiamo molte cose che ci alleviamo la fatica e aiutano a ben sperare:  coppe e controcoppe, Olimpiadi e Mondiali. Costano tanto, ma vuoi mettere il prestigio, se vinci? Peccato che anche gli altri vogliano vincere. Quando lavoravo in una grande azienda, ogni anno, proprio di questi tempi, si faceva il budget, cioè la previsione per l’anno successivo e un piano per quattro anni a seguire. Ovviamente, tutti parlavano di crescita senza soluzione di continuità. In uno dei tanti incontri, il capo delle vendite di allora disse: “Ma gli altri lo sanno?”, sottinteso “che vogliamo prendere le loro quote di mercato?”. Certo, noi questi problemi non li abbiamo; saremmo già dei signori se potessimo aprire un banco in Ghiaia. La cosa bella e interessante sarebbe quella di vivere la nostra “situazione disperata, ma non seria”, al modo di Totò o di Titina De Filippo, cioè con quell’ironia di chi, pur nelle maggiori difficoltà, sa cogliere il lato umoristico delle cose, parametrarsi senza falsa arroganza, ma anche senza remissività. Così in questo giorni in cui Oltreoceano le luci sono ancora accese, ci troviamo stanchi e intristiti, e dobbiamo dar fondo a tutta la nostra volontà per riprendere. Non è che non possiamo farci niente, è che non abbiamo idee, che anziché lavorare in gruppo, continuiamo a stare nel nostro orticello. Mah…

Giuliano Masola, 30 ottobre 2017

ps: Mi è costato molto ribaltare quanto espresso nella famosa lettera di Babe Ruth, che resta per me un costante punto di riferimento. Ormai quasi nessuno se la ricorda e, molto probabilmente non l’avrà mai letta. Forse, varrebbe la pena, fra le tante cose che scarichiamo da internet, cercarla. “Ascoltami Jimmy, stai facendo un grosso errore a non interessarti di baseball… poiché alla vita ti prepara…”

Proposte la prossima stagione

di Giuliano Masola. I campionati sono conclusi ed è il momento di pensare alla prossima stagione, soprattutto per le categorie giovanili, tenendo conto dell’esperienza di questa e non solo. Fra i temi che ogni anno si affrontano ci sono le modalità con le quali devono svolgersi le partite nelle varie categorie, tenuto conto delle realtà locali: il Regolamento di Attività Agonistica. Non si trovano mai regole che accontentino tutti; ciò che a un manager o a una società va bene un anno, può non andare più bene quella successivo: dipende dalla presunta competitività delle varie formazioni e/o dal numero di giocatori a disposizione. Avendo avuto esperienza anche come manager in passato, credo di rendermene abbastanza conto: ritengo però che occorra considerare la situazione complessiva. Spesso assistiamo a partite interminabili, che non aiutano certo a rendere appetibile il nostro sport, specialmente a coloro che si trovano ad assistere a una partita per la prima volta, specialmente nelle categorie giovanili. Punteggi tipo 24 a 24 sospese per pioggia o oscurità dopo oltre tre-quattro ore di gioco o anche più – cosa non rara – non sono certo un gran biglietto da visita; soprattutto diventa difficile capire a chi e cosa servono. Ci sono altre situazioni che, a mio parere, giungono al limite della presa in giro. Un classico caso, sempre a livello giovanile, è il sesto inning; quando, in forza del limite di punti, a partita già vinta, si fanno giocare i “panchinari” e, per riuscirci, si tengono fermi i corridori sulle basi, quando potrebbero benissimo segnare il punto che chiude la partita, e cose simili. Leggi tutto “Proposte la prossima stagione”

Una canzone per… Elio e Faso

di Giuliano Masola. Ci sono tanti modi per trovare una comune identità: la musica e il canto ne fanno parte. Il Baseball non ne è da meno: “Take me out to the ball game” è un emblema. Incredibile ma vero, il testo fu scritto nel 1908 da Jack Norworth e messo in musica da Albert Von Tilzer, nonostante nessuno dei due avesse mai visto una partita prima di scrivere la canzone. Chi ha avuto occasione di assistere a una partita negli USA, avrà certamente partecipato al “seventh inning stretch”, che ha origini presidenziali. William Howard Taft, 27° presidente degli Stati Uniti, era alto circa 1.90 e pesava oltre 130 chili. Nel 1914, in una partita fra i Washington Senators e i Philadelphia Athletics, al cambio del settimo inning, si alzò dalla sedia, per lui sotttodimensionata, per muovere un po’ le giunture. Tutti si fermarono fino a che non tornò a sedersi: il dado era tratto. Canzoni che richiamano il baseball ce ne sono tante; forse, una delle più conosciute è “Mrs. Robinson”, di Simon e Garfunkel, che rievoca quel “Jolting Joe” Di Maggio che ha fatto impazzire le folle. In Italia, ci sono stati alcuni tentativi di canzoni scritte per il nostro sport. Anche se non sono in molti a ricordarlo, Rita Pavone, nel 1971, cantava “Il ragazzo del baseball”, prendendo sputo dalla canzone di Norworth e Tilzer. A Renato Carosone, però, va ascritto il primato, con “Tu vuò fa l’Americano”, canzone composta con Nicola Salerno nel 1956. Il ritornello, che a noi appassionati risuona intesta come un mantra – “Tu abballe ‘o roccorol/ Tu giochi al basebal’/ Ma ‘e solde pe’ Camel/ Chi te li dà?/ La borsetta di mammà…” – è riuscito a passare da una generazione all’altra con estrema facilità. Altre canzoni, italiane o tradotte parlano di baseball; il più delle volte, però, fanno da colonna sonora a cartoni animati, come “Pat la ragazza del Baseball” (Le Mele Verdi), o “ Il Fichissimo del Baseball”, cantata da Alessandra Maldifassi. Nota significativa, nel 2013 è sorto la Baseball Gregg (Samuel e Luca): un nome un programma. Certamente non ci si può paragonare all’America In realtà, fino a pochi giorni or sono, molti di noi avevano, se non una certezza, almeno un gruppo di riferimento: Elio e le storie tese. Una band nata oltre trenta anni fa che ha visto in Stefano Belisari (Elio, il fondatore) e Nicola Fasani (Faso), i nostri portacolori. Le loro performance erano tese, come una linea spesso imprendibile; il loro pop rock “demenziale” ha spesso fatto da base per impegno sociale, soprattutto nella lotta contro la violenza. Pur non scrivendo e cantando canzoni per il Baseball )per quanto ne so), per molto tempo hanno unito la passione musicale all’attività agonistica: una battuta e un autografo sono stati quasi di prammatica. Non solo, Elio e Faso si sono dati molto da fare anche per cercare di mantenere il baseball vivo nell’area milanese, anche attraverso la possibilità data a tanti giovani di avere un luogo in cui giovare, imparare. Commentatori delle World Series per Sky hanno dato quel tocco di spensierato brio che fa la differenza. La notizia di pochi giorni fa, ahinoi!, è che la storica band si scioglie; l’ultimo concerto è previsto a Milano il 19 dicembre (dopo le World Series). Dopo tanti anni di lavoro e di esperienze comuni, in ogni campo, viene il momento di operare delle scelte, dettate talvolta dalla stanchezza, talvolta dal desiderio di imboccare nuove strade, più in linea con gli obiettivi personali. “È importante capire quando dire basta e passare a qualcos’altro – ha detto Elio – ci vuole l’intelligenza di capire di essere fuori dal tempo; youtuber, rapper, influencer, queste sono le persone che parlano ai giovani oggi… non serve a niente soprattutto se è in mano a gente che non sa neanche cos’è un do”. Sono parole che colpiscono, che fanno meditare. Non si tratta, infatti, di fare altre cose, imboccare nuove strade, si tratta anche di lasciare il testimone, nella speranza che ci sia qualcuno pronto a raccoglierlo. Il grave rischio è che chi “non sa neppure cosa è un do” lo raccolga e lo usi in modo improprio; tanti sono gli esempi in ogni campo. Non c’è mai un momento preciso, programmato, in cui si decide di cambiare, di lasciare il posto a un altro, ma che ci piaccia, o no, questo momento arriva. Stare oltre trent’anni insieme non è facile, poiché tanti sono i momenti in cui la fatica, nonostante i successi, diventa quasi insopportabile e i grandi entusiasmi iniziali vengono a scontrarsi con ragioni di carattere commerciale che, nonostante ogni sforzo, arrivano a prevalere. Decidere in modo consapevole è sintomo di saggezza e intelligenza, anche se quello è un momento di tristezza. Mio figlio, che ha assistito al loro ultimo concerto in Germania mi ha scritto che “Nulla ha più senso…, ma io a Berlino c’ero!”. Eppure un senso c’è: il titolo dato dal loro ultimo tour europeo, “Yes, we can’t”, a posteriori, si può tradurre con “Proprio non ce la facciamo più”, una sorta di messaggio, di avviso. Ora, mentre stiamo alzati la notte per vedere le ultime partite di Major League, certamente il pensiero correrà anche ai loro gesti, alle loro canzoni, alla loro dirompente voglia di fare una sorta di “commedia dell’arte in musica”, intesa a farci riflettere sugli inganni del “sogno quotidiano” e darci una spinta per il domani. Forse, il mondo del Baseball dovrebbe dir loro almeno un “grazie”. Giuliano Masola, Cannitello 19 ottobre 2017

 

Secondo giro di valzer tra Fibs e società dell’Ibl. L’opinione di Stefano Macina, segretario del San Marino.

 

Martedì scorso il Presidente della Federbaseball Marcon ha incontrato a Bologna i rappresentanti delle otto società che hanno preso parte all’Italian Baseball League 2017 in una riunione allargata ai dirigenti di Imola, Castenaso, Grosseto e Collecchio, le quattro formazioni che hanno dato vita alle semifinali del campionato di serie A Federale.
Sul tavolo le proposte per la riforma del massimo campionato di baseball. Tra i temi fondamentali il numero di partecipanti al torneo 2018, il format del campionato, i relativi criteri di ammissione, il ritorno alle retrocessioni, il numero di visti per i giocatori stranieri e il recepimento delle normative europee sul mercato del lavoro e le conseguenti ricadute sul mondo dello sport alla luce delle sentenze Bosman e Sheppard.
Al termine dell’incontro l’ufficio comunicazione della Federbaseball ha emesso un comunicato che anche la nostra testata ha integralmente riportato. Nei giorni successivi i social network e i siti specializzati hanno ospitato un acceso dibattito sui contenuti usciti dall’incontro bolognese.
Per portare un contributo di chiarezza abbiamo avvicinato Stefano Macina, segretario del San Marino dopo esserne stato a lungo il presidente, che ha gentilmente accettato di rispondere alle domande di Tuttobaseball.

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IBL 2018. 10 squadre, nessuna retrocessione, due promozioni dalla serie A Federale. Fissati i parametri per i ripescaggi.

 

Riceviamo e pubblichiamo dall’ufficio comunicazione della Fibs

Si è riunita a Bologna martedì 10 ottobre, con il Presidente della FIBS Andrea Marcon, i Vice Presidenti Fabrizio De Robbio e Gigi Mignola, la consulta delle Società interessate alla massima serie di baseball 2018, ovvero le partecipanti alla IBL 2017 e le neopromosse dalla Serie A. Invitate anche le altre due semifinaliste, delle quali era presente il Collecchio.

All’ordine del giorno la prosecuzione del confronto per la strutturazione del campionato di vertice.

Ribadito il concetto che le uniche limitazioni che la FIBS può imporre sono in termini di percentuale di Atleti di Formazione Italiana (AFI) nel roster, fino la massimo del 50%, ma non sul lineup, ovvero sull’utilizzo effettivo in campo.

Assodato il principio del merito sportivo, si è convenuto nel fissare insieme i parametri per i ripescaggi, con la Federazione disponibile a individuarli insieme alle Società in modo oggettivo, partendo proprio dalla proposta delle caratteristiche d’accesso formulate dai club IBL nel documento già presentato, ma senza che la partecipazione ai campionati sia condizionata da voti od opinioni soggettive e a posteriori.

Il massimo campionato 2018 sarà quindi a 10 squadre, con le neopromosse e le altre semifinaliste della Serie A ad avere la priorità d’accesso; qualora non si individuassero fra queste le due squadre disponibili a disputare la massima serie, saranno i parametri concordati di cui sopra a determinare gli accessi.

Nel 2019, ancora, non ci saranno retrocessioni, ma due promozioni, per arrivare al numero-obiettivo di 12 squadre; visto il prevedibile intensificarsi dell’attività della Nazionale, in vista del percorso di qualificazione alle Olimpiadi, la struttura della stagione in questione sarà definita a partire da un apposito incontro nel prossimo giugno.

Il lavoro di discussione riguardo al campionato 2018, che proseguirà nelle prossime settimane, sarà sintetizzato nella prossima riunione della consulta, fissata immediatamente dopo la chiusura delle iscrizioni alla massima serie, per la quale è stato deciso di proporre al Consiglio Federale l’anticipo al 15 dicembre.