Tra le gocce

Giuliano Masola.

Da due mesi sono iniziati i campionati… di “nuotoball”. In uno dei più notti detti, il maltempo decide il terzo possibile risultato di una partita. Così, non rimane che restare alla finestra, tristemente a guardare una pioggia battente o un diamante allagato. Non abbiamo certo campi col copri-scopri e talvolta si fa fatica anche a togliere qualche pozzanghera. In alcuni casi si è giocato solo un quarto delle partite in calendario. In questa situazione costi e tempi per trasferte e recuperi rischiano di diventare insostenibili.

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Baseball Guitar

di Giuliano Masola. Il Gramophone Award, il “Grammy”, è uno dei tre maggiori riconoscimenti in ambito musicale; gli altri sono il Billboard Awards e l’American Music Awards. Il premio di per sé avrebbe un valore relativo se non gli venisse associato anche un luogo in cui si raccolgono i lasciti, le memorie dei vincitori e non solo. Il baseball e la musica vivono in una sorta di simbiosi fin dalle origini, dalle filastrocche alle canzoni per così dire impegnate. Per avvalorare questa situazione il Grammy Museum di Los Angeles, all’inizio della presente stagione ha aperto una mostra di oggetti, strumenti e brani musicali intitolata “Take Me Out To The Ball Game: Popular Music And The National Pastime”. In contemporanea, vi è stato l’annuncio della registrazione della popolarissima canzone che fa parte del titolo da parte dei nuovi eletti alla Baseball Hall of Fame. Fra quanto esposto si possono trovare pagine musicali fin dagli albori del baseball, canzoni e liriche manoscritte come “Angels of Fenway” di James Taylor, una collezione di dischi in vinile e il microfono di Harry Caray ‒ Harry Christopher Carabina è stato un famoso annunciatore per cinque squadre di Major League ed è stato l’ideatore del “seven inning stretch”. Sappiano della mania dei collezionisti per trovare qualcosa di unico, anche se spesso è una gara persa in partenza, ma credo che possedere la Jackie Robinson Telecaster della Fender ‒ chi non ha un po’ di pelle d’oca a questo punto, alzi la mano ‒ sarebbe pressoché il massimo. Alla fine del boom degli anni Sessanta, nonostante le difficoltà, si aveva voglia di ballare, suonare, cantare e, anche se non per tutti, di giocare a baseball. E per invogliarci a giocare, ad amare questo gioco, chi aveva dato il via ci ricordava i grandi campioni, la loro storia, le loro imprese. Con Babe Ruth e Joe Di Maggio, certamente Jackie Robinson è stato fra i giocatori più citati e oggi ancor più di allora, poiché simbolo di una sorta di rivoluzione.

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Quando il “social” fa la differenza

di Giuliano Masola. Oltre cinquanta anni fa, nelle selezioni in vista dell’assunzione presso un grande azienda locale, occorreva fare un test attitudinale di informatica: c’erano quattro volumetti IBM da studiare. Inutile dirvi che il risultato per me non fu certo positivo. Eppure, poco più di un anno dopo avrei dovuto misurarmi coi calcolatori, nell’ambito del primo tentativo di programmazione annuale. Più che un incontro, uno scontro: trattandosi di una specie di prova, si poteva lavorare coi computer solo durante l’intervallo e occorreva trasmettere le istruzioni su schede che dovevamo perforare di persona con apposite macchine: quella sbagliate erano forse superiori a quelle corrette, coi risultati conseguenti.  Avevo un capo che univa una notevolissima intelligenza a un carattere altrettanto deciso e, alla fine, il risultato, certamente ambizioso per l’epoca, venne raggiunto. Il mio piccolo gruppo era sopportato, ma i “novellini” di informatica erano sottoposti a vere e proprie forche caudine: per “passare”, dovevano realizzare un programma funzionante dall’inizio alla fine. Ricordo una segnalazione “c07” che decretava il fallimento dei tentativi con i lazzi conseguenti. Nell’impero IBM, seppur a livello locale, funzionava così: l’area dei computer era una specie di “sancta sanctorum”, con tanto di sacerdoti e accoliti; tutto il resto fuori, lontano. Per tanti, troppi anni tale situazione è perdurata, per cui, pur avendo iniziato a usare pc fin dai primissimi modelli, è rimasto in me un senso di timore; insomma a un vero rapporto “friendly” non ci sono mai arrivato. Anche per questo, so schiacciare qualche tasto o poco più e non mi fido dei tanti programmi e applicazioni che hanno in “social” una specie di comun denominatore. Troppe sono le notizie false, inaffidabili, prive di una base documentata per convincermi a fare un salto di qualità: il sociale è una cosa troppo grande per essere bistrattato o asservito alle proprie voglie. Eppure, ogni tanto mi devo ricredere, poiché esiste la possibilità di ottenere grandi risultati attraverso i nuovi mezzi di comunicazione. Al Miller Park di Milwaukee, nella gara di apertura casalinga, il primo lancio è stato effettuato in contemporanea da Lenny Zwieg and Emily Nowak, nomi che non ci dicono nulla, che non compaiono nei roster. Eppure la loro vicenda vale la pena di essere narrata, poiché evidenzia quanto di buono si può fare insieme, socialmente. Circa un anno fa, Lenny Zwieg, padre di tre figli, si recò allo stadio indossando una maglietta dei Brewers, con la scritta “Dividi ciò che puoi” e inserì una foto su Facebook, scrivendo che da molto tempo cercava un donatore di rene. La notizia divenne virale subito dopo la creazione da parte di Emily Nowak di una lista intitolata “Aiutate uno sconosciuto”. Non solo, ma la stessa Emily decise di fare un test per vedere se essa stessa poteva essere la donatrice, pur non avendo nessuna parentela. Non riuscì, ma diede vita a una catena che permise a Lenny di avere un rene nuovo: l’operazione è avvenuta lo scorso novembre. Salendo sul monte di Brewers, la prima dichiarazione della Nowak è stata: “Siamo qui.

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A proposito di fuoricampo

di Giuliano Masola. Per parlare di fuoricampisti, o “sluggers” se preferite, occorre innanzitutto sapere cos’è un fuoricampo. La traduzione di “homerun”, infatti trae in inganno, poiché si può giungere direttamente a punto se la palla resta “inside the park”, cioè non supera la recinzione, e il battitore corre “da casa a casa”. Questo secondo tipo è probabilmente più spettacolare, poiché vi è un elemento di rischio per il corridore: la probabilità di essere eliminato prima di toccare il piatto. Guardando le statistiche (in primis quelle del Baseball Almanac) ci si rende conto, come, con l’evoluzione del gioco, degli impianti e delle attrezzature, a fronte dell’incremento dei classici fuoricampo, ci sia stata una progressiva riduzione di quelli interni. In questo caso si annoverano dei veri specialisti: Jesse Burkett “il Granchio”, ne ha realizzati 55 fra il 1890 e il 1905; Sam Crawford 51 (1899-1917), Tommy Leach 48 su 63 in carriera (1898-1918) e Ty Cobb 46 (1905-1928).

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Salvati dallo Slow-pitch?

Girovagando in internet, con le dovute cautele, si possono trovare tante cose interessanti. Una di questi è un filmato del 1924 che riprende una partita di baseball sul ghiaccio, dove si evidenzia la partecipazione soprattutto di ragazze. La palla, come si usava allora veniva lanciata da sotto: un giro di mazza e una gran corsa sui pattini da una base all’altra. Le scivolate erano praticamente automatiche, con attaccanti e difensori  che finivano distesi e abbracciati sul ghiaccio; le basi erano costituite da piccoli accumuli di neve, in modo da evitare infortuni. Si potrebbe pensare che è una storia vecchia, passata, ma in realtà non è così, poiché ancora oggi, nei college in particolare, si gioca sul ghiaccio come attività precampionato.  

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