Un grido di dolore…

Di Giuliano Masola. Forse qualcuno ricorda ancora la celebre frase che Vittorio Emanuele II pronunciò il 10 gennaio 1859 dinanzi al Parlamento Subalpino: il Piemonte, con l’aiuto della Francia di Napoleone III, si impegnava nella II Guerra di Indipendenza contro l’Impero Austro-Ungarico. Con il batti&corri, ciò non ci azzecherebbe molto, se non che… ieri è cominciata la stagione 2018, soprattutto a livello giovanile. Purtroppo l’avvio, dal punto di vista delle coperture arbitrali, non è stato certamente soddisfacente, in particolare per la nostra area. Nonostante i tentativi, il numero degli arbitri è in calo e ciò va a sommarsi alla crescita dell’età media; se si aggiungono impegni di lavoro e imprevisti la già insufficiente compagine si riduce tanto. Non c’è da sperare che nelle prossime settimane possa esserci un miglioramento della situazione, ahimè.

La carenza diventata endemica,di arbitri in campo produce risultati sui quali occorrerebbe meditare seriamente. In prima battuta vi è una progressiva minor conoscenza del regolamento, poiché l’arbitro coi suoi giudizi, spiegazioni e comportamenti illustra molto meglio e maggiormente le regole di qualsiasi manager. La seconda cosa, ancor più pericolosa e ciò che succede intorno la campo di gioco: la partita perde di significato, i giudizi si prestano maggiormente a contestazioni e sulle tribune, o dietro alla recinzione, si crea un ambiente da stadio, di quello dove la palla si prende a pedate (penso che tanti abbiano esperienze in proposito, altrimenti basta fermarsi pochi minuti dove i bambini giocano a pallone). I manager che arbitrano, alla fine non fanno il loro lavoro, la squadra resta un po’ abbandonata a se stessa: un momento ludico e di apprendimento insieme viene annichilito. Mi rendo conto di essere ripetitivo e stancante, ma il gravissimo problema della mancanza di arbitri finisce per incidere su tutto il batti&corri. Certo, è un grido di dolore che molto probabilmente non troverà riscontro. Quando si tratta di politica, tutti inventano slogan. Uno dei più recenti è “I care”, me ne facci carico;,ma alla fine è stato travolto da “America first”: quanto è bello essere i primi.! Nel nostro Sud (ma probabilmente ci sono espressioni simili al Nord) si usa dire “Non ti preoccupare… Ci penso io”: vi  lascio immaginare quanto tale impegno viene onorato. Un elemento critico è la calendarizzazione delle partite. I tentativi fatti ripetutamente per spiegare ai rappresentanti (sul fatto cha siano anche responsabili ho seri dubbi) che modificare di poco gli orari, specialmente nei mesi in cui è possibile avere le giornate più lunghe, amplierebbe la possibilità di avere l’arbitro sono risultati vani. Nella stragrande maggioranza dei casi ognuno si preoccupa dei fatti propri, magari pensando più a risparmiare la tassa gare che alla crescita dei propri giocatori. Un’altra cosa importante, che incide anch’essa sulla difficile situazione, è il continuo variare delle regole relative alla attività agonistica. Ciò crea problemi, sia di interpretazione che di applicazione. Certo, dare la più ampia possibilità di giocare è encomiabile, ma occorrerebbe, a mio parere, mantenere le regole  per un certo numero di stagioni. L’esperienza di oggi, proprio oggi, dice quanto sia facile trovarsi e far trovare in difficoltà tutti. In grande sintesi, la sommatoria di tutto quanto ci sta portando a un finale che ovviamente nessuno di noi vorrebbe. E le nostre ragazze e i nostri ragazzi che fine fanno? In certe situazioni ci dimentichiamo di essere genitori, parenti, amici, pensando solo al nostro egoismo. Mi rendo perfettamente conto delle tantissime difficoltà e dei sacrifici che vengono fatti per mandare le squadre in campo, ma ciò non basta, poiché sarebbe come mandare gli alunni in aula senza il maestro. Mi spiace continuare a ribadirlo, ma la mancanza di un organismo locale che metta insieme Società, Ufficiali di Gara e Tecnici è il nocciolo della questione. Dobbiamo sempre demandare le nostre decisioni a qualcun altro, che resta “lontano”, pur con tutta la buona volontà e voglia di fare. Per essere tranchant, è inutile lamentarsi, se non ci si mette del proprio, se non ci si espone in prima persona. Forse i tempi sono tanto mutati, che non riesco più a seguirli. Eppure, in un Paese in cui si parla continuamente di disoccupazione giovanile, forse anche i pochi euro che si hanno per gli arbitraggi potrebbero far comodo, magari in attesa di avere soldi dallo Stato (cioè da chi lavora e paga le tasse). Con ampia probabilità le mie considerazioni sono sbagliate, il mondo immaginato negli anni Sessanta non è mai esistito, e non esisterà. Sarà così, ma di tutti i venditori di un nuovo mondo, di una più avanzata società, in campo a chiamare strike e ball, salvo e out, non mi pare di vederne. Perché preoccuparsi di risolvere i problemi? Basta dare la colpa a qualcuno, e il resto si vedrà. “Seconda stella a destra, questo è il cammino…”; sarà così, ma permettetemi di essere piuttosto scettico. Pur essendo un grande estimatore di Bennato, in questa occasione preferisco rifugiarmi in Giorgio Gaber. Sono appena tornato dall’arbitraggio di un paio di partite, per cui “Quasi quasi mi faccio uno shampoo…”. Forse oltre ai capelli, qualche idea mi si schiarirà.

 

Giuliano Masola, 8 aprile 2018

Una risposta a “Un grido di dolore…”

  1. Sono d’accordo con l’articolo, però mi pare che alla Roma abbia lasciato passare qualche fallo (anche da dietro) di troppo, comunque un buon arbitraggio. I nostri arbitri devono imparare un po’ dagli arbitri stranieri che lasciano giocare di più e non spezzettano troppo il gioco, alcuni hanno ancora una mentalità da protagonisti, mentre in campo non devono essere i “padroni”dello spettacolo!

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