Un attimo sfuggente

di Giuliano Masola. Stanotte ho sognato di aver arbitrato una partita di bambini e di aver perso i documenti per inviare il referto… di conseguenza, il risveglio è stato un punto interrogativo. Dubbi e ansie cominciano a mettermi in difficoltà; me ne sto con le mani in mano da nove mesi (un sorta di gravidanza non ancora conclusa) e comincio a dar segni di irrequietezza, purtroppo c’è poco da fare nella grande incertezza.

Parafrasando Vecchioni, queste giornate per me sono sempre uguali, tanto da diventarmi difficile capire di quale giorno della settimana si tratta; così i miei pensieri vagano senza meta, nel tempo. In questa sorta di ibernazione forzata ho cercato nuove strade per stare in compagnia, mantenere contatti, magari suscitando perplessità e critiche. I “social” per quanto utili restano dei palliativi. In questi giorni sto cercando di rimettere in ordine (col grande rischio di non ritrovare mai più) documenti e immagini: una sorta di “Blow-up”, in una “Long and winding road” senza meta. Così raccolgo ritagli e storie (ammetto di essere poco originale), che in qualche modo ripropongo. Storie note, almeno a grandi linee, che però penso valga la pena di ripercorrere. Robin McLaurin Williams, nato a Chicago nel 1951, che ricordiamo come il grande protagonista di “L’attimo fuggente”. Robin Williams era un grande appassionato di baseball, dei S. Francisco Giants in particolare. Tutte le volte che poteva andava allo stadio e racconta che a Candlestick Park (ora dismesso) c’era sempre freddo e non era raro che gli esterni perdessero la palla nella nebbia. La freccia di Cupido però gli ha fatto perdere la grande partita del 21 ottobre 1975, questa volta Boston, la sesta fra i Cincinnati Reds e Red Sox: un incontro concluso al dodicesimo inning da un fuoricampo di Carlton Fisk. Come lo stesso Robin ha raccontato, dopo aver fatto la fila per giorni al botteghino del Fenway Park era riuscito a prendere il biglietto, ma quel pomeriggio, la futura moglie gli aveva dato appuntamento in un bar; incredibile, ma vero, non andò allo stadio. Gli aneddoti aiutano a comprenderne la personalità, ma ciò che almeno a me interessa maggiormente è il suo pensiero in materia di libertà e di diritti. Una sua frase celebre si riferisce alla Statua della Libertà che non dice più: “A me sol date / Le masse antiche e povere e assetate / Di libertà!/ A me l’umil rifiuto / D’ogni lido, i reietti, i vinti! A loro / La luce accendo su la porta d’oro”, ma ha afferrato una mazza da baseball e urla ‘Ne volete un po’?’”. Mi rendo conto che occorra dare una spiegazione. I versi sono di Emma Lazarus, poetessa newyorkese che nel 1883, anno in cui Frédéric Auguste Bartholdi diede avvio alla costruzione della Statua, fu chiamata con altri artisti a contribuire all’evento attraverso un’asta, fornendo un proprio manoscritto.  La Statua della Libertà per la Lazarus era la “Madre degli Esuli”, rappresentava cioè la speranza che avrebbe dovuto riscaldare il cuore agli stranieri senza diritti, perseguitati e affamati al loro ingresso della baia di New York. Emma era una ebrea che si dava molto da fare per aiutare le famiglie fuggite dai pogrom che si erano scatenati in Russia a seguito dell’assassinio dallo zar Alessandro II e capiva bene quanto l’America rappresentasse un rifugio, un’oasi di libertà. Una caratteristica del baseball è il continuo movimento di giocatori, in particolare ad alto livello, fra una squadra e l’altra, fra un paese e l’altro. Certo non sempre è facile e talvolta il fattore danaro supera ampiamente quello ideale, ma i flussi ci sono. Nella veste del professor John Keating, Robin Williams intende combattere il tradizionale modo di formare i giovani allievi di un college con un approccio completamente. Sa che si tratta di una operazione a rischio ‒ alla fine ne pagherà le conseguenze ‒ ma a suo parere indispensabile. Il “Capitano” ha dentro di sé il pensiero di Walt Whitman, considerato il padre della poesia americana. Il professor Keating era convinto che si dovesse avere rispetto per il passato, ma che ciò non doveva essere un legaccio che impedisse di guardare avanti. Mi pare emblematico ciò che dice agli allievi quando li porta a vedere i trofei sportivi del college: “Cogli l’attimo, cogli la rosa quand’è il momento”… Perché il poeta usa questi versi? …perché siamo cibo per i vermi, ragazzi… guardate questi visi del passato. Li avrete visti mille volte, ma non credo che li abbiate mai guardati. Non sono molto diversi da voi, vero? Stesso taglio di capelli, pieni di ormoni, come voi, invincibili, come vi sentite voi. Il mondo è la loro ostrica, pensano di essere destinati a grandi cose, come molti di voi, i loro occhi sono pieni di speranza, proprio come i vostri. Avranno atteso finché non è stato troppo tardi per realizzare almeno un briciolo del loro potenziale? Perché vedete, questi ragazzi, ora, sono concime per i fiori. Ma se ascoltate con attenzione, li sentirete bisbigliare il loro monito: carpe… carpe diem… cogliete l’attimo, ragazzi… rendete straordinaria la vostra vita”. Possiamo provarci anche noi. Per cominciare, vado in giardino: spero di trovare una bella rosa.

Giuliano Masola, 15 giugno 2020

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