Corino Catellani

Nei giorni scorsi è scomparso Corino Catellani. Probabilmente solo i più vecchi frequentatori dei diamanti si ricordano di lui. È stato un classificatore internazionale, un arbitro e, ancor più un amico in tempi esaltanti e difficili allo stesso tempo. Ci siamo incontrati, la prima volta, all’inizio dell’autunno del 1965, presso il Circolo ANMI – quello dei Marinai – in vicolo Giandemaria, un vicoletto nascosto dalle parti di borgo Onorato, che ho fatto fatica a trovare. Lui sapeva già bene cosa era il baseball, se non ricordo male era anche un dirigente, mentre io venivo dal “Bronx”, dal Quartiere Montanara, dove il batti&corri era agli esordi. Il maestro Giorgio Zanichelli ci faceva da insegnante con l’ausilio di un manuale ciclostilato e, soprattutto con una infinita pazienza; così le crocette per segnare le battute valide e i primi “k” per gli strike-out cominciarono a diventare. Il baseball, in quegli anni, cominciava a svilupparsi incredibilmente, quasi che i ragazzi di Parma fossero presi da sacro furore per mazze, guanti e palline. Anche il Sessantotto, in un certo senso, contribuì a dare una spinta, con il suo contenuto di ribellione al vecchio e alla ricerca di strade nuove e diverse, da scoprire. Beneck e Notari negli anni Settanta diedero una vera spallata, facendo conoscere Parma al mondo e il mondo a Parma. 

Di questo ci abbiamo guadagnato tutti. Corino, più bravo di me, ebbe l’opportunità di recarsi a Cuba, quando per arrivarci occorreva fare il giro di mezzo mondo, stante il durissimo embargo americano. Tornò caricatissimo e fece parte di coloro in grado si portare una ventata di novità, un vento che veniva da un Paese molto povero economicamente, ma ricchissimo dal punto di vista sportivo, ideale ed emotivo. Così, si creo quel turbine virtuoso che portò arbitri cubani in Italia, e particolarmente a Parma; e non solo. Era una specie ‘fiesta’ sportiva, di cui lo sport era diventato la base parte di una duratura e profonda amicizia. Ricorderò sempre una sera in cui un arbitro cubano doveva rientrare a casa ed era un po’ sul disperato: non riusciva a vedere le amatissime partite di Major League. Con una velocità tale da superare quella della luce, venne trovata una parabolica (parliamo di metà anni Settanta) e, soprattutto il modo di fargliela avere. Fatti simili erano abbastanza frequenti: i cubani non potevano prendere soldi, se non attraverso la loro Federazione, ma i regali non erano vietati. Corino Catellani, che faceva parte anche del gruppo dirigente federale: aveva intuito quanto l’estrema specializzazione dei ruoli, in un momento di crescita pressoché incontrollata, poteva costituire un ostacolo. Da lì l’idea della creazione di un corpo unico, quello degli Ufficiali di Gara: l’arbitro era anche un classificatore e viceversa: si faceva ciò che serviva, quando serviva, soprattutto a livello locale. Nella vita, anche in quella sportiva, ci sono dei momenti di crisi. Il maggiore, quello che nessuno ormai ricorda più, c’è stato far il 1977 e il 1979, quando arbitri e classificatori da una parte, e presidente federale (Bruno Beneck) dall’altra, si trovarono muro contro muro. La questione era sostanzialmente legata al diritto e al potere. Gli Ufficiali di gara chiedevano di poter nominare i propri rappresentanti e dirigenti in modo autonomo e indipendente, mentre la presidenza federale era assolutamente contraria. Nonostante 300 arbitri e classificatori si fossero autosospesi in tutta Italia, alla fina la “rivolta” non ebbe successo. Così Corino, con alcuni altri, lasciò il baseball per approdare alla pallamano, attività sportiva nella quale fu riversato il bagaglio di conoscenze anche internazionali acquisite col baseball. Da allora, purtroppo, le nostre strade si sono divise e ci siamo rivisti pochissime volte, anche perché, ad un certo punto, decise di lasciare la città per andare ad abitare sui nostri monti. Come spesso accade, la memoria svanisce, soprattutto in un mondo in cui una cosa è già superata non appena realizzata. Credo però che restino dei valori, come quelli Corino ci lascia: la volontà di non piegarsi di fronte al potere quanto questo non è ben interpretato, il desiderio di cose sempre nuove, il trovare ancor più energia dalla sconfitta. Chi lo ha avuto come amico e come collega lo sa perfettamente; sarebbe bello che lo sapessero anche gli altri. Come disse Steve Jobs, affetto da cancro, in un memorabile discorso a Stanford agli studenti appena laureati: “Stay hungry! Stay foolish!”.  “Siate affamati del nuovo, del cambiamento, siate abbastanza pazzi per realizzarlo”. Corino è stato – ed è – un po’ questo. Il suo idolo era Cotton; sono certo che ora lo ritroverà: avranno tante cose da dirsi. A Lui il nostro sincero “grazie”. Ai suoi Cari le nostre più sentite condoglianze. Giuliano Masola e Tuttobaseball 9 febbraio 2017

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