Convention, Convenzioni, Convinzioni

È tempo di convention, con “ ricchi premi e cotillons”, visto il periodo carnascialesco. Convention è una parola che riempie la bocca, che in qualche modo galvanizza. L’abuso di parole provenienti da atre lingue è pressoché inarrestabile, ma cosa si può fare? Dovremmo riprendere la grammatica e la sintassi, ma chi ne ha voglia. La lingua, la nostra lingua, ha un vocabolario ricchissimo, che supera grandemente quello di tante altre che vanno per la maggiore. Studiarla richiede dedizione e sacrificio, poiché ben poco si deve dare per scontato, poiché è il frutto straordinario delle lingue di tanti popoli. È una lingua che ha saputo accogliere diversi portati storici, amalgamandoli: i frutti sono nella biblioteca di quasi tutti, italiani e non. Ma ,incredibile e impensato ritorno a forme geroglifiche o ideogrammatiche, questo è. Proviamo, però, a fare un piccolissimo sforzo, via internet naturalmente, cercando, ad esempio, l’etimologia di “convenzione”. Molto semplicemente scopriremmo che significa aggregarsi, trovarsi insieme. Nella stessa ricerca, troveremmo “convento”, e qui qualcuno potrebbe fare un piccolo sobbalzo: andare alla convention vuol dire andare in clausura? Se fosse così, vista la generale crisi di vocazioni, quasi tutte le iniziative di questo tipo resterebbero pressoché deserte. La nostra bella, difficile e affascinate lingua, però, ci viene in soccorso, poiché, dietro l’idea di aggregarsi non c’é solo quella di  trovarsi insieme in un certo luogo e in un certo momento, ma giungere a un accordo. Gli antichi non erano più saggi di noi, ma più concretamente si rendevano conto che la mancanza di accordo era il più grande dei mali, poiché devastava l’organizzazione civile, la polis, lo stato. Oggi, ma non solo oggi, vediamo quanti incontri portino a risultati insoddisfacenti poiché non hanno, come risultato, un vero accordo. A tutti i livelli, la politica è compromesso; anche in uno sport piccolo come il nostro. Poiché nessuno vuol dimostrasi debole, nella maggior parte dei casi si rinvia la soluzione a una successiva convention…

Incontrarsi è senz’altro utile in ogni caso. Il problema di fondo, a mio parere, è la confusione. In pratica, in due-tre giorni si affrontano tantissimi argomenti, a iniziare da pranzi e cene – di lavoro, naturalmente – senza giungere a un vero approfondimento. Le conclusioni che hanno un effetto pratico sono normalmente poche e scarsamente lungimiranti. I motivi per cui i desideri non si traducono in realtà sono quelli di sempre: non ci sono soldi, non c’è abbastanza tempo, tutto è basato sul volontariato, e così via. Ma la cosa vera, importante e accattivante, è che alla convention ci sono gli americani…

Il giochino è semplice, poiché sfrutta il grande desiderio che ognuno di noi, più o meno inconsciamente, possiede: farsi vedere, dire che “c’ero anch’io”, nel solco di quanto diceva Andy Warhol, profeta della Pop Art: “Prima o poi, tutti hanno il loro quarto d’ora di notorietà” (poiché al mondo siamo in oltre sette miliardi, la fila è lunga, per cui è bene munirsi di monastica pazienza). Da anni non partecipo più a questo tipo di raduni, i cui obiettivi sono senza dubbio positivi, proprio perché non sono convinto della capacità degli stessi di produrre risultati e, soprattutto, una vera aggregazione e condivisione. Ciò che all’inizio, quasi trent’anni fa, doveva essere un momento di produzione e di confronto di idee, si è rapidamente trasformato in una sorta di passerella, con interminabili premiazioni e autoincensamenti. Raramente problemi di base sono stati affrontati e risolti; il più delle volte ha trionfato il “next year”, ne parliamo la prossima volta, cioè mai. Ritornando alla nostra cara lingua, la convinzione non è solo il risultato del convincere, quanto “lo stato della mente resa certa, da prove di fatto o da ragioni, dal vero di chichessia”.  Di conseguenza, il confronto e il convincimento richiedono consapevolezza. Occorre essere consci del fatto che le nostre idee e osservazioni devono essere tali da convincere gli altri e viceversa. Dalla convention alla convinzione, dal confronto al convincimento; in un certo qual modo, abbiamo fatto il giro delle basi, passando magari dal convento (ce n’è sempre qualcno bello da andare a visitare). Ammesso di poterci trovare in questo diamante mentale, dobbiamo probabilmente fare un grosso sforzo. La partita è sempre lunga e difficile: nei momenti cruciali può diventare necessario “spremere gioco”. Ciò che succede in campo succede anche nella quotidianità, anche se con qualche differenza. Le idee sono il succo della nostra corteccia, sono ciò che dal nostro cranio fuoriesce; come ben sappiamo, non si estraggono con la bacchetta magica, ma restano autonome, indipendenti dalla nostra volontà: possono emergere in ogni momento e in qualsiasi situazione. Per questo, pensare a ciò che è un momento importante di incontro, di aggregazione di decisione come a qualcosa di obbligato e programmato, cioè in una sorta di rito annuale, mi lasca più che perplesso; sappiamo bene quanto deleterie siano decisioni prese in una occasione e cambiate in quella successiva. Ciò non significa non organizzare incontri, ma stabilirne tempi, modi e obiettivi senza un preciso vincolo, o scadenza. Chi decide di partecipare, però, non deve avere né paure né rimorsi. Soprattutto, non dovrebbe restare deluso, ritornarsene con più domande che risposte. Soprattutto, dovrà restare convinto che tutto è andato al meglio, compresa la benedizione finale di qualche presidente. Poi tutti a casa, ad affrontare una realtà sempre più dura, col portafoglio sempre più vuoto. La convention è terminata, per cui l’adrenalina può tornare lentamente ai suoi valori normali. E se le conclusioni non sono state gran che, pazienza. Alla fine, il batti&corri cos’è? È un gioco da ragazzi. È un vero peccato che questi alla convention non possano dire la loro: potrebbero sorprenderci, coglierci fuori base, intrappolati, poiché potremmo trovarci impreparati a rispondere alle loro richieste, restare positivamente stupiti dalle loro idee. Ma si sa, sono gli adulti a decidere… per il loro bene.

E allora? Ad maiora!

 

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