Spazio per tutti

di Giuliano Masola. “Che cosa guardi con tanta forza, papà?”
– “Sto cercando logica e buon senso terrestri, buon governo, pace e senso di responsabilità, sempre terrestri”.
– “Tutte queste cose sono là, sulla Terra?”
– “No, non ce le ho trovate. Non ci sono più. Forse non vi ritorneranno nemmeno più. Forse ci siamo illusi che vi siano state un tempo”.

“Cronache marziane”, una raccolta di racconti di Ray Bradbury pubblicata per la prima volta negli Stati Uniti nel 1950, evidenzia la ricerca di un mondo nuovo, originale e più vicino alla natura, quello che l’esplorazione può contribuire a trovare. Chi parte taglia i ponti col passato, anche se il ricordo e la nostalgia rimangono. Il capolavoro di Bradbury ha aperto la strada da altre opere che evidenziano i rischi legati a una sorta di progresso senza controllo. Dodici anni prima, il 30 ottobre 1938, Orson Welles, aveva dato inizio a uno dei programmi più famosi della radio (CBS): la Guerra dei mondi. L’annuncio dell’arrivo degli extraterrestri ‒ forse la prima “fake news” ‒ provocò scalpore e paura. Non tutti amano la fantascienza, così come non tutti amano i gialli, ma è certo che dentro di noi c’è il desiderio di scoprire un mondo migliore, sapendo che per farlo occorre prendersi dei rischi. È evidente che con l’aumentare della popolazione gli spazi, anche fisici, si restringono e ciò fa aumentare rischi e tensioni. Proviamo a pensare a quanto accadeva tanti anni fa quando cercavamo un posto per giocare, facendo lo slalom fra piante, siepi e reti; quando la palla battuta o tirata infrangeva un vetro o colpiva qualcuno c’era da scappare di corsa. Si fuggiva, ma dopo un po’ si ritornava; giocare era fondamentale. E chi di noi non avuto da dire con quelli che sullo stesso campo volevano giocare a pallone o altro? Se lo spazio manca, se la Terra ci va stretta, prendiamo un’astronave e via! Sarebbe bello poterlo fare, ma al momento ci possiamo solo permettere degli assaggi, per così dire. Certo su Marte la terra rossa non manca (è per questo che i marziani sono verdi), per cui almeno quella non dovremmo trasportarla. Non pare ci siano foreste di acero o di frassino per fabbricare mazze, né mandrie al pascolo; di conseguenza per palline, quanti e quant’altro ci si dovrà affidare alle stampanti tridimensionali. Insomma, in qualche modo si farà. Marte è più piccolo del nostro pianeta e la sua tenuissima atmosfera è costituita pressoché totalmente da anidride carbonica, Non solo, fa molto molto più freddo che da noi, ma la voglia di giocare, di svagarsi, anche in un luogo inospitale per il nostro fisico resta. Soprattutto ci si dovrà inventare qualche cosa. In assenza d’aria o quasi, lanciare curve è una sorta di “mission impossible” e anche battere non è per niente facile. In un pianeta dove l’effetto della forza di rotazione supera quella di gravità, la palla battuta si muoverebbe con una traiettoria particolare, dando origine a una sorta di cappio, come i campanili sopra casabase, ma con un percorso estremamente più lungo. Il tutto in un campo dove gli esterni dovrebbero stare a trecento metri dal piatto e una battuta media sarebbe di centosessanta; immaginate quali dimensioni dovrebbe avere uno stadio coperto. Un altro problema capire è quando la palla toccherà il terreno. Le regole bisognerà tutte adattarle. Avete ragione, mi sono lasciato prendere la mano e sono andato in orbita, ma vi chiedo di tener conto dei domiciliari… In realtà, c’è un motivo più valido. Immagino che un po’ di voi siano a conoscenza di un prossimo invio sul misterioso pianeta della sonda “Perseverence”, che disporrà anche di un piccolo elicottero, di una perforatrice e del laboratorio “Sherloc” ‒ il collegamento col famoso detective è evidente ‒ per la campionatura del suolo. Gli strumenti di cui dispone vanno calibrati con ciò che si pensa di trovare, ma in questo caso abbiamo fortuna; incredibile ma vero, sulla Terra arrivano ogni tanto meteoriti da Marte. La cosa, che colpisce i malati del “batti&corri” è che quello caduto nel deserto dell’Oman nel 1999 utilizzato proprio per la taratura degli strumenti ha la forma di un piatto di casabase, seppure piccolissimo; sarà un caso? Non so quando giocheremo a baseball su Marte, magari scopriremo che i “reds” ci giocano già per cui dovremo adattarci alle loro regole, trovare un accordo. Come ET dovremo provare ad allungarci la mano l’un l’altro, ricordandoci che saremo noi quelli giunti da fuori, da un mondo sconosciuto che può incutere paura. Si tratta di fare un grande balzo culturale e ciò può essere, più che arduo, incompreso. Staccare i piedi da terra, levare l’ancora verso il futuro, fa parte del nostro essere, anche se, come ha scritto Bradbury, “c’era sempre una minoranza, che aveva paura di qualche cosa, e una maggioranza che aveva paura del buio, paura del passato, paura del futuro, paura del presente, paura di sé e della propria ombra per giunta”.

Ma quelli come noi non hanno paura.

Giuliano Masola , 7 giugno 2020.

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