Beviamoci sopra, con giudizio

di Giuliano Masola. Il susseguirsi di gravissimi avvenimenti, quando vorremmo serenamente goderci le vacanze, non induce certo all’allegria. Il pensiero e il cordoglio vanno alle tante vittime e alle loro famiglie. Nonostante la nostra intrinseca fragilità, dobbiamo guardare avanti, andare avanti. Un buon bicchiere può aiutare a stare un po’ in compagnia. In diversi paesi è ancora in uso il rendere omaggio agli scomparsi con un pranzo o una libagione, forse anche per un motivo scaramantico. Il tempo, oggi, pare avere un’accelerazione inimmaginata che avrebbe messo in crisi anche quell’avanguardia futurista, che nel primo Novecento guardava alla “magnificenza del mondo…arricchita di una bellezza nuova; la bellezza della velocità”. Pochi ricordano il “Manifesto” di Tommaso Marinetti, così come pare sia andata nel dimenticatoio la sfida ideologica fra Oriente e Occidente, tanto intensamente vissuta anche in Italia fino a meno di trenta anni fa. In una contesa a tutto campo anche il vino era uno strumento di propaganda e fidelizzazione, soprattutto nelle aree dove il “rosso” era dominante. Alla fine degli anni Ottanta, Ramòn Delmonte ebbe l’idea di produrre due tipi di lambrusco: il “Rossissimo Lenin, vino comunista sempre giovane dal sapore antico” e il “Rosso Stalin, il latte ufficiale per i bambini degli asili comunali di Reggio Emilia”. Con le vendite si contribuiva a sovvenzionare i giornali del partito comunista. Ora ne vengono realizzate solo poche centinaia di bottiglie per le occasioni. Lenin nonn era un gran bevitore e probabilmente non apprezzava il lambrusco; preferiva il vino caldo e il punch. Stalin, invece, era pronto a sfidare chiunque: la sua epica “sbronza al vertice” con Churchill nel 1942 fa parte della storia. Tutto questo pare averci poco a che fare col baseball, se non fosse che anche i club di Major League adottano e mettono in vendita vino. Proviamo a “degustarne” qualcuno. Lo spumante è riservato, ovviamente, a celebrare la vittoria, come quella dei Cubs nel 2016. Il “World Series Championship Brut” è uno spumante leggero, secco ma ben bilanciato, dagli aromi di brioche e mele speziate. Nel corso della Regular Season, Reds e Yankees adottano il “French Rosé”, vino dal colore salmone pallido, con un gusto rotondo, che richiama le fragole fresche, i petali di rosa; non solo, poiché ha note tropicali e profumi di frutta. I Dodgers si affidano al “Central Coast Chardonnay”, prodotto dalla azienda vinicola Qupé, è stata fondata nel 1982, in California, da Vinter Bob Lindquist, un loro tifoso da sempre. Anche i Royals sono per il vino di casa col “Missouri White Wine”, prodotto dalla Stone Hill Winery (Misouri), fondata nel 1847. Si tratta di vino bianco che ricorda sapori di ananas, pera e banana, con un tocco di agrumi maturi. I Brewers – i Birrai – propongono un rosso dall’aroma intenso, con un sottofondo di ciliegia e moca. I Giants, giocano in casa per così dire, con il “Sonoma Coast Pinot Gris”: un vino dal gusto fresco con fragranze di agrumi croccanti e citronella. I Mariners hanno in catalogo il “Columbia Valley Red Wine”, produzione originale della Maryhill Winery, un’azienda a conduzione famigliare: un vino leggero e fruttato con aromi di frutti di bosco. Nel Nord della California, si produce il Sonoma County Chardonnay; in questo caso prevalgono i sapori di mele, agrumi e citronella. Infine, troviamo “Paso Robles Cabernet Sauvignon” dei Nationals, sempre prodotto in California. Questo vino presenta fragranze di more, con sottili note di salvia e coriandolo. Certamente il gusto americano, anche in fatto di vini, è abbastanza diverso dal nostro: la tendenza è farne una specie di bibita.. Una cosa che mi ha lasciato un po’ sorpreso è la mancanza nel catalogo di produttori di origine italiana, visto che in California sono numerosi: almeno per le maggiori squadre, la Francia pare attrarre di più. Da una breve analisi gli aromi e i profumi dichiarati si spingono fino al caffè espresso, alla moca alle spezie da arrosto…Sigh! Non solo, c’è tanta varietà, quella stessa che possiamo trovare, sotto altre forme, nel mondo del baseball: colori, luci, toni leggeri e delicati, tappi di spumante che volano per la vittoria. Senza falsa modestia, in fatto di vini avremmo molto da insegnare, ma possiamo farlo solo se ci rendiamo conto di una realtà diversa, variegata, multietnica. Se sulla pizza si può mettere la marmellata di mirtilli, perché non bere un buon vino che sa di spezie da arrosto? I gusti sono gusti. Bere fa bene, ovviamente in quantità moderate. È importante, però, anche su un campo da baseball, stare attenti a ciò che si finisce per bere. In un periodo in cui l’anticultura sta prevalendo in modo pericoloso ‒ speriamo di non vederne a breve le tristissime conseguenze ‒ dobbiamo prestare una particolare attenzione a chi ce la vuol dare a bere, a cosa ci offre. Il primo sorso può apparire fresco, dolce, accattivante, ma man mano che la bottiglia si svuota appare un fondo, normalmente nero. E non si tratta del risultato dell’invecchiamento. Col vino, come col baseball, suggerirei di approcciare ogni argomento, ogni caso, in modo ragionato. Certamente ci possono essere delle decisioni “bang bang”, ma queste risultano vincenti, solo se sono il frutto di studio ed esperienza. Il baseball è un gioco particolarmente adatto alla misurazione dei risultati; ciò vale anche per la nostra vita quotidiana; non vi pare strano che ci sia qualcuno che reputa di essere a 1000 in ogni occasione, su ogni argomento? Meglio tenere i piedi per terra. Come ha detto Pat Conroy, lanciatore e prima base che ha giocato nelle Leghe Minori prima di fare l’allenatore, “Gli appassionati di baseball amano le statistiche. Amano riempirsene la bocca e degustarle come fanno con un buon Bordeaux”. Personalmente, da ex classificatore, preferisco la malvasia secca, o la fortanella in scodella… Cin cin!

Giuliano Masola, tornando a casa, 16 agosto 2018.

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