In scena

di Giuliano Masola. Si fallisce in tanti modi; uno di questi è cominciare a fingere, indossare la maschera, anche se non è Carnevale. Si tratta del sintomo di un crollo morale, dell’ammissione di inadeguatezza, della ricerca di un orgoglio che più non c’è. Ognuno di noi ha una sua parte, deve andare in scena, baseball compreso. Da attori non professionisti tentiamo di recitare a soggetto, di comprendere bene il perché della nostra parte. Eppure una ce l’abbiamo e cerchiamo di interpretarla come siamo capaci. Poiché la scena è ampia è difficile cogliere ogni particolare, ma dal nostro angolo di osservazione ci proviamo. Non abbiamo un vero copione, sappiamo più o meno cosa ci aspetta e non sempre comprendiamo cosa ci si aspetta da noi. Il baseball non è una telenovela, anche se in alcune occasioni presta il fianco a esserlo. E’ contestualmente commedia e tragedia e passa dall’una all’altra condizione ,in un attimo. Per molti una partita di baseball è noiosa.

A tutti coloro che vanno negli USA  chiedo di andare a vedere una partita per me, ma il “feed-back”, da parte di chi ignora cosa sia il baseball, non è tanto positivo. Nonostante ciò hanno comprato un berrettino e magari una mazza – agli amici bisogna pur raccontare anche questa esperienza. Questo, molto probabilmente viene anche da attese superiori alla realtà; non bastano film e cartoni animati a far comprendere cosa in realtà sta avvenendo (a scanso di dubbi, in fatti di diamanti, le signore preferiscono Tiffany’s allo Yankee Stadium). Eppure c’è un moto che attrae anche coloro che non vogliono farsi convincere e coinvolgere dal baseball. Per dimostrare che qualcosa piace o meno, normalmente si fanno paragoni: un bella presa in tuffo non equivale a una bella parata? È già qualcosa. Si tratta, realtà, di una osservazione interessante. Il baseball, coinvolgendo ogni parte del corpo e della mente, giocoforza ha degli elementi tecnici e motori riconducibili ad altre attività agonistiche. In piena Guerra Fredda, ad esempio, URSS e DDR (Germania Orientale) sfociavano atleti di livello, in numero elevato, quasi a ripetizione. Uno dei motivi, oltre l’accurata selezione, era la preparazione dei futuri rappresentanti del paese con programmi che partivano dalle elementari. Misurazioni, tabelle e sperimentazione costituivano un tutt’uno, insieme a motivazioni ideali inculcate fin dalla nascita. In Russia non si giocava a baseball, ma a Cuba sì. Quando abbiamo visto arrivare la prima squadra cubana a Parma ci sembrò di assistere a una partita dei Globe Trotters. Tutto sembrava facilissimo, naturale, automatico. Certo, si trattava – e si tratta – di giocatori nati con la palla e la mazza in mano, ma non era proprio così, o soltanto così. Basta chiederlo a chi ha avuto la fortuna di incontrarli, di essere a Cuba per stage di perfezionamento e simili, per capire quanto studio e lavoro c’era dietro. Ora siamo abituati a vedere giovani talenti cubani approdare alle Major Leagues. Ciò è avvenuto con un processo lungo e non facile. Come ha detto Joe Di Maggio “Un giocatore di Baseball è uno che ha sofferto la fame per diventare un professionista. Per questo nessun figlio di ricchi è stato nelle Major Leagues”. E a Cuba, come in tanti altri paesi Centro e Sudamericani la vita era dura, e ancora oggi non facile. Eppure il sogno americano era lì, quasi a portata di mano. Oggi, qualche figlio di ricchi che gioca a baseball c’è, ma resta una grande percentuale di chi combatte continuamente per un pasto. Certo  “ the Show” attrae con le sue luci avvolgenti, con i suoi eroi, con le sue glorie spesso effimere, con il suo business. Anni fa in America, forse spinto dallo sciopero che aveva tenuto vuoti gli stadi per oltre una stagione, c’era chi riteneva che il campionato fosse da accorciare. La realtà è esattamente contraria: da inizio aprile a inizio novembre lo spettacolo è in scena, non stop. Per riuscire a far marciare il sistema, però, occorre trovare risorse, in particolare talenti, e poiché, nonostante tutto, gli Stati Uniti non sono mai stati autosufficienti, la ricerca si sta gradualmente espandendo a tutto il mondo. Non solo. Il baseball, in America, è nato e si è sviluppato in città modeste; solo successivamente è arrivato alle metropoli. E da questi piccoli centri viene una buona parte di chi assiste alle partite, all’opera in scena. Lentamente, però il baseball ha trovato sempre più concorrenza: football, basket, soccer, ecc., per cui il numero dei praticanti, anche per ragioni economiche è diminuito. Ebbene, in questi giorni si stanno disputando le finali di quello che è il progetto di rivitalizzazio0ne del baseball nelle piccole città, ma anche nei quartieri più disagiati delle grandi città. Come sempre, si tratta di cogliere segnali, di capire i motivi per cui si hanno meno giocatori e, di conseguenza meno pubblico (e incassi, ovviamente). Come sempre è bello e facile vedere la parte bella della medaglia, lasciando da parte l’altra, come se non esistesse. Ma siamo tutti sul carrozzone e dobbiamo costantemente guardare chi ci precede e a chi ci segue, anche se momentaneamente possiamo trovarci in una delle due posizioni estreme. Come ci ricorda Renato Zero, quanti di noi hanno giocato in “vecchi cortili dove il tempo non ha età”, abbiamo coltivato “i nostri sogni, la fantasia”, quando“ la paura era allegria!”. Cerchiamo di riprendere quell’entusiasmo, di salire sul palcoscenico e di mostrarci al pubblico, ancora una volta senza timore.

 

Giuliano Masola, Cannitello 5 agosto 2017.

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