La tessera dell’Ordine

Il racconto della stagione 1985 di Gianluigi Calestani è giunto al Capitolo 4. E incontra un mito degli aspiranti giornalisti: La tessera dell’ordine

di Gianluigi Calestani

Per la redazione sportiva di Onda Emilia un problema non indifferente era quello relativo all’ingresso negli impianti sportivi.
Nessuno di noi risultava regolarmente iscritto all’Ordine Nazionale dei Giornalisti (la mia tessera data 1991) e a causa di questo particolare quasi insignificante (allora la pensavamo così…) spesso ci veniva negato l’accesso alla tribuna stampa in quasi tutti gli stadi d’Italia.

Il meccanismo dell’accredito era piuttosto semplice.
La Segreteria della radio contattava le singole società sportive, poi spediva un fax nel quale veniva chiesto il nulla osta per l’ingresso dell’inviato Gianluigi Calestani per la gara che avremmo voluto seguire.
Non era sufficiente: l’accredito non si negava quasi a nessuno ma l’accesso allo stadio e alla relativa tribuna stampa rimaneva quasi una ciclopica avventura.
In rapida successione dovevamo superare ostacoli progressivamente sempre più alti.
Il primo era rappresentato dagli addetti alla biglietteria che ogni tanto chiedevano di controllare la tessera dell’Ordine dei Giornalisti prima di concedere il pass per l’ingresso.
Il secondo, più complesso, era composto dalle maschere all’interno dello stadio.
“Mi faccia vedere la tessera dell’Ordine”, diceva la maschera.
“L’ho già mostrata all’ingresso”, azzardavamo noi.
“Ho l’ordine di controllare le tessere”, insisteva la maschera. E questo spesso era il punto di partenza di un’ingloriosa ritirata e il punto di arrivo delle nostre speranze.

Noi però eravamo giovani, semisconosciuti e non ci arrendevamo davanti a nulla: con un’incredibile faccia tosta e tramite l’invenzione di gigantesche frottole spesso riuscivamo a superare anche il secondo ostacolo.
Una domenica mi presentai ad una partita del Parma calcio con un telefono (di quelli vecchi, con il disco rotante) e mi spacciai per tecnico della Rai dicendo che gli inviati della tv di stato non avevano trovato un apparecchio funzionante nella loro postazione. Un anno di purgatorio per la bugia, ma entrai e feci la mia radiocronaca.
Una volta entrati – quando ci si riusciva – in tribuna stampa, rimaneva comunque l’ostacolo più duro da valicare, costituito dal collega che aveva raccolto tre anni di articoli e tre anni di certificazione dei compensi ed era regolarmente iscritto all’ordine professionale: per lui il massimo della soddisfazione era rappresentato dal trovare tra i presenti qualcuno privo del famigerato tesserino verde, esporlo al pubblico ludibrio e farlo espellere in malo modo.
Al Gianni Falchi di Bologna compariva immancabilmente il famigerato Mongiorgi, terrore di tutti i falsi giornalisti d’Italia: una sera mi permise di proseguire la radiocronaca ma espulse la mia accompagnatrice distruggendo tutti i castelli in aria che avevo costruito in merito ad una romantica prosecuzione del weekend.
Al Tardini di Parma l’incubo era un collega della locale Gazzetta: tanti anni dopo fu proprio lui a farmi entrare al giornale come collaboratore. Successivamente gli ho voluto molto bene, ma allora il sentimento era un po’ diverso.
Come avrete intuito il problema principale era quello di ottenere l’iscrizione all’Ordine dei Giornalisti e, con quella, l’agognato tesserino verde (rosso per i professionisti) che apriva tutte le porte del paradiso dei radiocronisti.
Per ottenerlo era necessario il contemporaneo verificarsi di due condizioni.
La prima era quella di poter produrre alla sede regionale almeno trenta articoli scritti negli ultimi tre anni, impresa non impossibile ma piuttosto noiosa per chi, come noi, era abituato a utilizzare più la voce della macchina per scrivere.
Molto più complesso venire a capo della seconda “conditio sine qua non”.
Oltre ai trenta articoli bisognava infatti fornire anche la certificazione dei compensi ricevuti negli ultimi tre anni per l’attività svolta.
Noi, sia detto per inciso, allora non percepivamo il becco di un quattrino.
E il Grande Capo di Onda Emilia – che all’epoca chiamavamo amichevolmente “il babbo” – non aveva alcuna intenzione di aprire il portafoglio.
Provammo a proporre l’idea di versarci i contributi in prima persona ma il Grande Capo, che avrebbe dovuto certificarli, manifestò la preoccupazione che poi potessimo intentargli una causa di lavoro. Non l’avremmo mai fatto ma non fidarsi era molto meglio…
Un bel vicolo cieco, non c’è che dire.
A quel punto il Grande Capo ebbe un’idea tanto fulminante quanto criminale.
Andò in tipografia e fece preparare una ventina di tesserini verdi, simili in tutto e per tutto a quelli dell’Ordine dei Giornalisti, che però recavano sul frontespizio la scritta dorata “Onda Emilia – Giornale Parlato – Parma”.
Mio padre, dotato di un’eccellente grafia, scrisse i nostri nomi a caratteri gotici su ogni singolo tesserino: mi auguro che la cosa gli sia stata catalogata alla voce “peccato veniale”.
Solo un occhio attento si sarebbe accorto della contraffazione.
“Entrerete con questi”, ci disse il Grande Capo con sguardo birichino.
“Ma se qualcuno dovesse accorgersene? Cosa fanno, ci arrestano?”, ribattemmo con un minimo di preoccupazione.
“E perché mai? Mica c’è scritto Ordine dei Giornalisti, c’è scritto Onda Emilia. E’ il tesserino di riconoscimento della radio. Tranquilli, non possono dirvi nulla. Al massimo non vi faranno entrare”, tagliò corto.
A trent’anni di distanza posso serenamente ammettere che aveva ragione lui, nessuno mai se ne accorse.
Non un addetto alla biglietteria, non una maschera, non un controllore della Siae.

Una domenica io e Mauro Barigazzi ci presentammo come inviati allo stadio Friuli per seguire Udinese – Parma, serie B di calcio.
All’ingresso della tribuna stampa una maschera stava istruendo un giovane collega.
Prese dalle mani di Mauro il tesserino fasullo, lo mostrò all’altro e gli disse: “Vedi, queste sono le Tessere dei giornalisti. Verdi per i pubblicisti, rosse per i professionisti. Controlla bene gli accrediti, controlla che le foto sul tesserino corrispondano alla faccia di chi te le presenta e poi fai accomodare solo i signori che sono in regola. Come questi due giovanotti: prego entrate pure e scusatemi se vi ho trattenuto qualche attimo in più”.
“Si figuri – rispose Mauro -. Fate bene a controllare, anzi benissimo. Oggigiorno ci sono persone che le inventano tutte pur di introdursi in qualche manifestazione sportiva senza averne titolo”…
E ci infilammo dentro di corsa.

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