di Giuliano Masola. Ci sono dei giorni in cui capitano avvenimenti dello stesso segno; in questo caso riguardano l’approccio con chi è affetto da problemi fisici e mentali. Frank Nappi, il cui cognome tradisce una origine italiana, ha pubblicato una trilogia sul baseball: “The legend of Mark Tussler”, “Sophomore campaign” e “Welcome to the Show”. Dal primo è stato tratto un film dallo stesso titolo nel 2011. In linea generale il copione, non del tutto nuovo, è quello della ricerca di un talento per rinforzare una squadra in crisi, in uno sperduto paese dell’Indiana in questo caso. Arthur, manager dei River Rats, sbadatamente uscito di strada con l’auto, ha un incontro fortuito con il diciottenne Mickey Tussler, che vive in una fattoria con il padre, particolarmente protettivo e severo col figlio, e la madre. Mentre telefona per avere soccorso, Art, vede Mickey lanciare mele in una vecchia tinozza appoggiata a un albero con una precisione e velocità sorprendenti: il risultato andrà in pasto ai maiali, in particolare a un maialino, che il giovane porta sempre con sé. Il manager ottiene dal padre, non senza fatica, che Mickey faccia un provino con i Rats, nonostante il ragazzo sia affetto dalla sindrome di Asperger, una forma di autismo non grave in cui chi ne è colpito tende a isolarsi e ad essere ripetitivo nei comportamenti. Come nelle più classiche storie a lieto fine, Mickey porterà la sua squadra alle finali, nonostante il tentativo di un suo compagno ‒ “Lefty”, lanciatore titolare ‒ che si era visto spodestato, di impedirgli di giocare, facendolo pestare violentemente da alcuni suoi compari durante una festa. L’abilità del manager e la comprensione dei compagni di squadra ottengono il vero risultato: la possibilità di superare situazioni che altrimenti avrebbero portato all’aggravarsi della malattia.
Leggi tutto “Aut…ismo”Baseball: la favola di Robel Garcia, dall’azzurro Italia a titolare dei Chicago Cubs
Fibs. L’esordio strepitoso nella notte con la casacca dei Cubs nella casa dei Pittsburgh Pirates.
Titolare in seconda base, ha colpito valido 3 volte su 5, con un singolo, un doppio e un fuoricampo, sfiorando l’impresa del ‘cycle’ già compiuta lo scorso settembre, al Super 6 in Olanda, contro il Belgio.
Il sogno che si realizza, il compimento di una storia bellissima.
Leggi tutto “Baseball: la favola di Robel Garcia, dall’azzurro Italia a titolare dei Chicago Cubs”London Series
di Giuliano Masola. Oltre un anno fa, subito a seguito dell’annuncio da parte della MLB, mi sono messo in lista di prenotazione per le “London Series”, che si svolgeranno il 20 e 30 giugno a Londra con mio figlio. Purtroppo non riusciremo ad andarci, per cui non resta che parlarne un po’. Si, avete capito bene, si giocheranno partite di Major League a Londra! L’eterna rivalità fra i Red Sox e gli Yankees sbarca in Europa: un ritorno alle origini. Il baseball, infatti, è nato proprio in Inghilterra, per cui è un emigrante (ma guarda un po’!). Sull’origine del baseball circolano tante storie non supportate dai fatti. Non è vero che un certo Abner Doubleday abbia inventato il baseball a Cooperstown (attuale sede della Hall of Fame) e che il gioco sia una derivazione del gioco inglese dei “rounders”. David Block, un esperto, nato in America, ha scoperto, su un giornale del 1749 che il principe di Galles (l’erede al trono) e il conte di Middlesex giocavano a baseball a Walton-on-Thames, a meno di 40 chilometri da Londra. Inoltre, in un libro inglese per ragazzi pubblicato per la prima volta nel 1744, “A Little Pretty Pocket-book”, si illustra la forma primitiva del gioco, che si può fare anche in cortile: un ragazzo colpisce la palla, corre fino a un “post” (base) e giunge a casa urlando di gioia. In pratica, il baseball in Europa esisteva un quarto di secolo prima che in America. Così non c’è da stupirsi che Giorgio III, durante il cui regno si ebbe la Rivoluzione Americana, abbia giocato a baseball. Ma non ci sono solo le teste coronate. Jane Austen, in una novella, scrive che si giocava a baseball in un monastero del XIX; la’autrice stessa vi ha giocato. Nel 1874, i Boston Red Stockings, che non sono esattamente i diretti antenati degli attuali Red Sox, e i Philadelphia Athletics, sotto l’egida di Albert Spalding, attraversarono l’Oceano per giocare a Liverpool, Manchester e Londra. Il successo non fu clamoroso, ma certamente costituì un importante antefatto. Nel 1889 le due squadre tornarono a Londra dove il 12 marzo fecero una partita dimostrativa dinnanzi alla corte. Come scrisse Josh Chetwynd, un autore nato in Inghilterra ed ex giocatore della nazionale inglese di baseball, il futuro Edoardo VII era fra gli spettatori del Kennington Oval cricket ground. Come riportato dai giornali, “ Il Principe di Galles ha seguito con grande interesse la partita di Base Ball e benché lo consideri uno sport eccellente, considera il cricket a un livello superiore” (non avrebbe potuto dire diversamente, per non offendere i sudditi). Il baseball torna da dove era partito, portando con sé qualche spicchio di nobiltà: alcuni esperti di genealogia sostengono che Meghan Markle, duchessa del Sussex nata in America, è una lontana cugina sia di Mookie Betts, attuale detentore della corona di MVP (giocatore più utile). Oltre a ciò, due membri della National Hall of Fame sono nati in Inghilterra: Henry Chadwick a Exeter e Harry Wright a Sheffield (per la cronaca, erano entrambi giocatori di cricket, prima di passare al baseball). Americani e britannici non sono stupiti del fatto che Bobby Thompson, autore del famoso “shot heard ‘round the world” (“la legnata udita in tutto il mondo”) grazie alla quale i New York Giants vinsero il titolo della National Leage battendo i Brooklyn Dodgers nel 1951, era nativo di Glasgow ed era emigrato in America quando aveva due anni. Trevor Hoffman, entrato enlla Hall of Fame nel 2018, era figlio di in emigrante. Mikki, la madre, aveva danzato per la regina Elisabetta II come giovane ballerina. Il padre di Mikki, Jack Proctor French, era stato un calciatore professionista per il Southend United F.C. Nel Regno unito non esiste il baseball professionistico, ma la nazionale britannica, guidata dal manager Liam Carroll, ha impressionato, vincendo col Brasile nelle qualificazioni per il World Baseball Classic 2017, prima di esser eliminata da Israele nel torneo di qualificazione di Brooklyn. Nono solo, l’Inghilterra è stata la prima vincitrice dei mondiali nel 1938. Così è bene convincerci che non ci sono “buchi” culturali e di collegamento fra l’America e Londra. Al contrario, Red Sox e Yankees tornano in quello che è stato il più grande mercato del mondo. La Major League sta producendo un notevole sforzo di espansione; quest’anno, prima di Londra. si sono giocate partite in Messico e Giappone e si annuncia già una seconda serie di incontri in Inghilterra per l’anno prossimo. Se ciò può fare piacere da una parte, dall’altra ci lascia un po’ delusi. Pensare all’espansione del baseball nel Regno Unito, dove certamente il clima atmosferico non è il massimo e dove gli adepti non sono certo in gran numero, pone delle domande. È comprensibile che l’attuale nostra situazione non sia certamente quella di un po’ (troppi) anni fa, ma ai pochi inglesi nel mondo del baseball fanno riscontro tanti campioni di origine italiana. Per non parlare dell’Olanda, che ha un palmares migliore del nostro – ha vinto sorprendentemente i mondiali nel 2011 – e può disporre di tanti giocatori dei suoi territori caraibici. Si tratta di una domanda che dobbiamo porci, poiché in questa si trovano le motivazioni del nostro declino. Non so quali siano i rimedi a breve, ma posso immaginare quelli a lungo: lavoro e fatica, fatica e lavoro: un compito da missionari e da certosini, lasciando da parte le chiacchiere. Come ha scritto Mark Twain, “Il baseball è diventato il simbolo e l’espressione tangibile della rabbia e della lotta dell’impetuoso XIX secolo’. E se provassimo, anche se con un po’ di ritardo, farlo diventare tale, a casa nostra, per il XXI secolo?
Leggi tutto “London Series”Baseball al femminile
di Giuliano Masola. La storia del baseball è fatta di tanti piccoli avvenimenti, alcuni dei quali particolarmente importanti, poiché tendono a cambiare le carte in tavola. Il baseball al femminile ha una storia lunga e non sempre facile. Negli Stati Uniti, durante la Seconda guerra mondiale e negli anni immediatamente successivi, squadre femminile hanno disputato campionati in sostituzione di quelle maschili, ma le squadre non sono mai state miste. Pertanto, fino a pochi giorni fa, non è stato permesso alle donne di giocare a livello professionistico con gli uomini. I motivi sono i più vari; probabilmente quello più importante è legato alla incolumità. Nel piccolo stadio “Ramon Cabanas” di Utuado (parte centrale di Puerto Rico), però, si è fatta la storia: in campo era schierata Diamilette Quiles, primabase; nessuno ha fatto obiezione. Diamilette, a 33 anni, è la prima donna a giocare nella Doppio A Superiore, la lega di più alto livello della Federazione portoricana. In battuta non ha fatto tanto (0-2), ma è riuscita ad andare una volta in base, una volta su un errore di Gadiel Baez, secondabase del San Sebastian, nonché fratello di Yadier, superstar dei Cubs.
Leggi tutto “Baseball al femminile”Baseball e Relatività
di Giuliano Masola. Un sito di Astrofisica, per illustrare la Teoria della relatività, mostra Albert Einstein che batte una palla da baseball, prima da fermo, poi su uno skateboard per mostrare che le velocità si sommano. Eppure il grande scienziato si era detto sicuro che “ che è più facile imparare la matematica che non il baseball”. Che fisici e matematici si siano approcciati al batti&corri per i loro studi è cosa risaputa, basti ricordare la lunga diatriba sulla palla curva, che per molto tempo fu ritenuta una illusione ottica, oppure che una palla veloce si alzasse, vincendo la forza di gravità. Di altro parere era Stephen Hawking che, come ha scritto Davide Patitucci sul “Fatto Quotidiano on line” (18 marzo 2018), sognava di superare Einstein e scommetteva enciclopedie di baseball con il premio Nobel Kip Stephen Thorne. Hawking, purtroppo immobilizzato dagli anni Ottanta da una malattia del motoneurone (qualcosa di simile al morbo di Gehrig), ha svolto ricerche in campi particolarmente interessanti quanto difficili: campi gravitazionali e buchi neri. Proprio a questo proposito ebbe a dichiarare che “Einstein sbagliò quando disse: ‘Dio non gioca a dadi’. La considerazione dei buchi neri suggerisce infatti non solo che Dio gioca a dadi, ma che a volte ci confonde gettandoli dove non li si può vedere”.
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