Febbre da West

di Giuliano Masola. Molti hanno presente quella “febbre dell’oro” che nella seconda metà dell’Ottocento spinse centinaia di migliaia di persone verso la costa orientale degli Stati Uniti, dalla California all’Alaska, seguendo il consiglio di Horace Greeley, editore di New York, a Josiah B. Grinnell, “Vai all’ovest, giovanotto, e cresci con il Paese” (Grinnell avrebbe poi fondato l’omonima città nell’Iowa). Negli Stati Uniti spostarsi da un punto all’altro è una cosa normale: nel 1946 lo ha fatto un quinto degli abitanti. Meno conosciuto è il lungo viaggio della “febbre del baseball”, che iniziò alla fine degli anni Quaranta dell’’800. Fu però la Guerra di Secessione ad esserne il vero catalizzatore e propulsore, poiché nei campi militari, fra una battaglia e l’altra si giocava a baseball; i prigionieri, per esempio,  formarono una squadra vera e propria in un campo di concentramento del Mississippi.

George Putnam, soldato nordista, raccontò che ad Alexandria (Louisiana), durante una partita,  un attacco nemico costituì un serio pericolo per gli esterni; l’esterno sinistro e quello destro rientrarono nel dugout, ma i Sudisti spararono e catturarono l’esterno centro, prima che i Nordisti potessero contrattaccare. L’espansione del gioco fu rapida; come ricorda George Kirsch nel suo libro Baseball in Blue and Gray, “un gruppo di ‘Rocky Mountain Boys’ giocò al ‘New York game’ a Denver”. La prima notizia di una partita è del maggio 1866, quando il Pioneer Baseball Club di East Portland (Oregon) sconfisse per 77 a 46 il Clackamas Club. Nello stesso anno gli Oakland Live Oaks disputarono il loro primo incontro a San Francisco nell’ambito della Pacific Base Ball Convention, mentre il 21 aprile dell’anno successivo fu disputato un incontro per ricordare la vittoria di Sam Houston contro Antonio López de Santa Anna,  che nel 1836 che portò all’indipendenza del Texas.  Nel 1867 a Leavenworth (Kansas) sorse il Frontier Baseball Club. Nel West tutto poteva accadere. Il 17 maggio 1868, il Capitano Albert Barnitz scrisse alla moglie da Fort Hays, nel Kansas Occidentale: “Non ci sono ancora chiese, poiché non c’è nessuno che ci va; invece tutti gli ufficiali, compresa una mezza dozzina in visita da Fort Dodge, hanno partecipato a una partita di base ball!”. Si dice pure che a un certo punto della sua carriera l’avvocato e giocatore d’azzardo Wild Bill Hickok seguisse i Kansas City Antelopes; leggenda vuole che una volta ne arbitrò una partita munito con un paio di pistole ai fianchi. Il 31 luglio del 1874, durante la tragica spedizione di George Custer nelle Black Hills contro i Sioux, i Fort Lincoln Actives sconfissero i Fort Rice Athletes, 11–6, a Custer, nel Sud Dakota. Secondo lo storico Brian Dippie, “Gli uomini giocavano a baseball nelle lunghe giornate estive. Per la prima volta lo si giocava nelle Black Hills e si discuteva pure sull’imparzialità dell’arbitro”. La maggior parte del baseball nel West del XIX secolo era amatoriale o semiprofessionistico, compresa la squadra girovaga dei Nebraska Indians. Per formarla, il fondatore Guy W. Green reclutò alcuni giocatori dalle riserve delle tribù Omaha e Winnebago: nel 1897, nove dei dodici componenti erano nativi americani. Fino al 1914 i Nebraska Indians ‒ una squadra di tutto rispetto: 1,237 vittorie, 336 sconfitte e 11 pareggi ‒ giocarono un po’dappertutto, portando con sé l’atmosfera del Selvaggio West. Nelle ultime decadi dell’Ottocento, furono formate squadre in molti fortini e città, anche nel Territorio del Nuovo Messico. A Fort Sill nel Territorio Indiano (ora Oklahoma), dove il baseball aveva fatto al sua comparsa agli inizi del 1870, i nativi giocavano talvolta insieme ai soldati. Geronimo, il grande capo degli Apache che vi era internato, caracollando a cavallo, mentre assisteva alle partite. Secondo la storica americana Angie Debo, una volta, appena un giocatore ebbe realizzato un fuoricampo, entrato a cavallo in diamante sfidò il battitore-corridore nella corsa sulle basi. Il baseball si espanse anche al Minnesota. Alla fine di agosto del 1876, a St. Paul, la banda James-Younger, secondo Homer Croy, “uscì allo  scoperto per vedere una partita fra i St. Paul Red Caps e i Winona Clippers. Il 7 settembre, il tentativo di svaligiare la banca di Northfield fu disastroso per la banda: i tre fratelli Younger finirono nel penitenziario di Stillwater. Nel 1882, lo stesso anno della famosa sfida all’OK Corral, quella in cui Wyatt Earp cercò la sua vendetta, George S. Rice, ingegnere del Massacchusets che aveva la fissazione del baseball, fondò i San Pedro Boys e creò la Tombstone Base Ball Association. Nonostante una difficile partenza, la lega fu attiva per molto tempo. Una caratteristica importante delle leghe dei nuovi territori era l’assenza della barriera del colore, che invece si stava realizzando a livelli più elevati, e ciò fa molto riflettere: bisognerà aspettare il 15 aprile del 1947 per abbatterla. Il West resta per tanti qualcosa di fantastico, legato soprattutto a quel periodo che sta fra l’infanzia e l’adolescenza, coi suoi miti e i suoi eroi, i suoi paesaggi, le sue canzoni. Territori vasti, che i visi pallidi hanno conquistato in modo spesso violento. Sui carri dei pionieri qualche mazza artigianale si trovava sempre e bastavano delle pietre per indicare le basi. Il baseball aiutava a rendere meno pesanti le difficoltà e, in qualche caso, rendere meno difficile la convivenza coi nativi, progressivamente rinchiusi nelle riserve. Eppure, nessuno può fare da solo e c’è sempre qualcosa da imparare dagli altri. Come ha detto il “Capo” Louis Sockalexis, “Può darsi che un giorno diventi un grande giocatore, ma non ora. Mi impegno molto a imparare e osservare ogni giocatore, poiché da ognuno di loro posso trarre benefici insegnamenti”.

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Ejected!

Fuori!

Giuliano Masola. “Fuori””, buttato fuori: una parola accompagnata da un chiaro gesto dell’arbitro che indica la via dello spogliatoio. In genere se la sentono dire gli allenatori che contestano un po’ troppo platealmente, dirigenti che non riescono a mantenere la calma, giocatori che si sentono defraudati da una chiamata che non è a loro favore, e così via. Coi più piccoli i casi sono molto rari; spesso il loro stesso allenatore si incarica di riportare il giovane sulla retta via. In un mondo sempre più variegato e sorprendente, però c’è da aspettarsi di tutto. Tanti anni fa, ai tempi della gloriosa UPCC, ero un ufficiale di gara per cui non potevo fare il manager della , per cui Gianluca, il figlio tredicenne del caro Corino Catellani, uno di quelli che ha dato tanto e di cui nessuno si ricorda più (abbiamo dato l’esame da scorer insieme nel 1966, sotto la guida del maestro Giorgio Zanichelli), fungeva da allenatore.

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Una vecchia pallina

di Giuliano Masola. Qualche settimana fa, gironzolavo dietro la recinzione del campo per ragazzi di Collecchio. Fra l’erba appena falciata ho visto una pallina, per più di metà scucita e con la pelle rinsecchita; una di quelle che tanti anni prima sarebbe stata subito recuperata e amorosamente rimessa in campo almeno per gli allenamenti. L’ho fotografata, lasciandola però al suo posto, quasi fosse un reperto archeologico. Quando afferri una pallina e la guardi, qualche riflessione ti viene sempre da fare. L’estate, oltre che del baseball, è il tempo delle divagazioni, quello dei cruciverba e dei meriggi in cui domina il torpore. La mente corre e vola qua e là, come una farfalla indecisa. È anche un buon momento per leggere. Uno degli scrittori che mi permetto di suggerire è Don De Lillo, nato nel 1936 da una famiglia di emigranti molisani. Come tanti altri scrittori del secolo scorso ‒ e giocatori del calibro di Joe Di Maggio ‒ ha dimostrato quanto un figlio di immigrati finisca per incarnare il sogno americano. Probabilmente il suo miglior libro, pubblicato in Italia nel 1999, è “Underworld”, letteralmente il mondo che sta sotto, che non si vede. Il titolo richiama “I sotterranei”, pubblicato nel 1958, di una delle icone della beat generation: John Kerouc. La storia narrata da De Lillo prende mosse da un fatto noto a tutti i cultori del baseball. Il 3 ottobre 1951, un ragazzino di colore riesce a entrare di nascosto al Polo Grounds, mentre in cui i New York Giants (ora a San Francisco)  giocano contro i Brooklyn Dodgers (ora a Los Angeles). Nel nono inning, Bobby Thomson, battitore destinato a passare alla storia, realizza un memorabile fuoricampo ‒ “the shot heard round the world” ‒, dando la vittoria ai Giants, che vincendo per 5 a 4, conquistano così il campionato. In realtà nessuno sa che fine abbia fatto la pallina colpita da Thomson, ma nel romanzo un ragazzino di colore, entrato di nascosto allo stadio,  riesce a impadronirsi del prezioso cimelio. Purtroppo, non potrà tenerlo per sé, poiché gli verrà sottratto dal padre, per venderlo a poco più di 32$. «La palla non portava né fortuna né sfortuna. Era un oggetto che passava di mano. Ma spingeva la gente a raccontargli cose, confidargli segreti di famiglia e storie personali inconfessabili, a singhiozzare di cuore sulla sua spalla.

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Un piccolo grande passo

Di Giuliano Masola. “È un piccolo passo per l’Uomo, ma un grande balzo per l’Umanità”. Sono passati cinquant’anni da quando Neil Armstrong pronunciò questa frase destinata a diventare storica. È bello pensare alla sua spontaneità, alla sua commozione per una impresa che sembrava quasi impossibile. Erano trascorsi solo dodici anni da quando una piccola sfera era stata lanciata in orbita dai Russi: lo Sputnik ‒ la Stella.

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“Quarto ball!”

di Guliano Masola. Nel 1983, usciva una raccolta di fumetti di Charlie Brown, in cui campeggia, in copertina, “Quarta palla!”. Purtroppo, per lungo tempo, le case editrici, così come quelle cinematografiche, non hanno avuto dei traduttori esperti del “vecchio gioco”, contribuendo a renderlo ancora meno accattivante al grande pubblico. Un esempio è “Talent of the game” (1992), film in cui uno scout va alla ricerca di un giovane promettente lanciatore, tradotto come “Terza base”. Come si dice, l’importante è che se ne parli. Il baseball, o ancor meglio il mondo di Charlie Brown e soci mettono in luce tutti quegli aspetti che da adulti spesso perdiamo e talvolta rimpiangiamo: la capacità di stare insieme, di prendere i nostri sbagli e le nostre mancanze con un sorriso.

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