Un piccolo grande passo

Di Giuliano Masola. “È un piccolo passo per l’Uomo, ma un grande balzo per l’Umanità”. Sono passati cinquant’anni da quando Neil Armstrong pronunciò questa frase destinata a diventare storica. È bello pensare alla sua spontaneità, alla sua commozione per una impresa che sembrava quasi impossibile. Erano trascorsi solo dodici anni da quando una piccola sfera era stata lanciata in orbita dai Russi: lo Sputnik ‒ la Stella.

Milioni e milioni di persone sono rimaste incollate davanti al televisore per una ‘diretta’ destinata a far parte della storia della comunicazione. In occasioni di grandi avvenimenti positivi come quello ‒ un altro di segno opposto è il tragico attacco dell’11 settembre alle “Torri Gemelle” ‒ anche a distanza di tempo quasi tutti si ricordano dov’erano, cosa stavano facendo in quel momento. Sfortunatamente lo sbarco sulla Luna l’ho potuto vedere solo in differita. Si, perché quel giorno, ero col Montanara, allora in Serie C, che giocava a Ventimiglia, contro quel Sanremo che l’anno prima ci aveva battuto nella partita decisiva per il titolo italiano di Serie D; anziché 360 mila chilometri dalla Terra, eravamo a 360 chilometri da casa: una questione di zeri ci divideva dal fatidico passo. Quel giorno abbiamo vinto, vendicando la sconfitta dell’anno precedente, ma lo scudetto restava attaccato sulle casacche degli avversari. Allora non c’erano né cellulari, né altro: il telefono andava a gettoni o a monete, per cui ci siamo potuti rendere conto del tutto durante la fermata in un autogrill. Avremmo voluto restare a vedere, ma la strada del ritorno era ancora lunga, per cui siamo risaliti in corriera verso casa. Nei giorni seguenti, trasmissione e commenti sono stati riproposti a iosa: una minestra riscaldata, però. Non sempre si può essere nel posto giusto al momento giusto, purtroppo. Eppure, ogni volta che rivedo quella discesa dalla scaletta del modulo di allunaggio e gli astronauti rimbalzanti sul suolo lunare, mi vengono i brividi. Sarà perché avevo raccolto articoli legati ai voli spaziali fin dagli inizi ‒ purtroppo andati quasi tutti perduti, assieme ai primi numeri di “Tuttobaseball” ‒ in particolare il n. 1, quello con Giulio Glorioso in copertina ‒ cantina allagata ‒ oppure perché, da adolescenti, lo sguardo è rivolto verso alto, verso il futuro. A baseball, che si sappia, sulla Luna non si è mai giocato, ma forse un giorno vi si giocherà: spazio non ne dovrebbe mancare. Infatti, a distanza di mezzo secolo pare ci sia un vero e proprio rilancio dell’avventura spaziale; oltre ai colossi americani e russi, paesi come Cina, Giappone, India e Israele stanno facendo notevoli investimenti in questo campo. Il nostro Paese, nell’ambito dell’ESA (Agenzia Spaziale Europea) ha un ruolo molto specifico per la costruzioni di parti di vettori e satelliti; soprattutto, nella strumentazione. Ormai tutti stanno correndo alla Luna come se fosse la prima base, quella da cui partire verso Marte e non solo. Lo spazio, fin dall’inizio, è stato visto come un campo di gioco in cui la posta era soprattutto politica. Ora si tratta di trovare nuovi sbocchi, nuove risorse per una umanità che si sta rendendo conto che la Terra, da sola, non riesce a soddisfare i crescenti bisogni. A differenza di prima, però, nessun paese riesce a fare tutto da solo: la cooperazione è divenuta indispensabile (nonostante gli strombazzamenti, centri e industrie spaziali rappresentano la quintessenza della multietnicità). Ancora una volta è la squadra ad essere vincente. Anche il mondo sportivo, il baseball in particolare dovrà rendersene conto. Il nome “Astros” (Astronauti) dato alla squadra di Houston è derivato soprattutto da motivazioni commerciali, ma ha fornito una indicazione: dove c’è qualcosa di importante, c’è il baseball. Di fronte a tutto questo ci si potrebbe chiedere cosa possa fare il “vecchio gioco” di casa nostra. Personalmente credo possa fare tanto, soprattutto rilanciando collaborazioni internazionali. Non penso tanto alle nazionali, ai grandi appuntamenti a livello mondiale come quello di Cooperstown per la Little League, ma a un maggiore scambio a livello di società, almeno in Europa. A Berlino, per esempio, ci sono ormai sessantamila italiani e alcuni di questi giocano a baseball o a softball. Proprio nella capitale tedesca, Federico Di Luca allenatore dei Berlin Challengers ha organizzato una squadra di softball e vorrebbe intensificare i rapporti con squadre italiane. L’anno prossimo pensa di partecipare alla Bundesliga col softball: l’impegno sarà notevole su tutti i fronti, ma sarebbe bello che qualche squadra di casa nostra aderisse alla sua iniziativa. Come in tantissimi campi, solo confrontandoci con gli altri riusciamo a comprendere la nostra realtà, il nostro livello tecnico e agonistico. L’annuale Torneo pasquale di Pineuilh (Bordeaux) per anni ha rappresentato un momento di amicizia, di fratellanza direi. Oltre a conoscere persone dall’incredibile senso di ospitalità come Norbert Nardi, scomparso purtroppo alcuni mesi fa, tanti hanno capito quanto si possa dare e ricevere. Ognuno ha le proprie idee, specifici obiettivi, ma ciò non vieta di metterli a confronto in vista di una reciproca valorizzazione. In un periodo in cui tutto pare scivolare verso una inarrestabile decadenza ‒ a cominciare da un ostentato linguaggio da osteria ‒ dobbiamo avere il coraggio di rilanciare, di andare oltre gli ostacoli che impediscono di vedere al di là dei nostri piccoli numeri, soprattutto di guardare in alto. Solo così i nostri passi, per quanto piccoli, uniti potranno diventare un grande passo. Ancora una volta si tratta di rompere l’inerzia: “Hustle!”, come ripetono all’infinito i manuali. Non è certamente facile, ma come diceva Tom La Sorda, “La differenza fra il possibile e l’impossibile sta nella determinazione della persona.

Giuliano Masola, 20 luglio 2019, tornando a casa.

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