Vieni in USA!…No, tu no.

di Giuliano Masola. Chi ama il batti&corri si trova a proprio agio negli spazi aperti, idealmente senza una recinzione che li limiti. Il baseball ha bisogno di spazio, aperto in tutte le direzioni. Anche se esigenze pratiche finiscono limitarlo. Ai primordi del baseball, la grande area che si estendeva western barriere oltre gli esterni era chiamata “pasture”, un pascolo accessibile a tutti Tanti western ancora oggi si rifanno alla lunga e sanguinosa lotta fra allevatori e agricoltori, fra chi voleva spazi aperti il trasferimento delle mandrie e chi poneva recinzioni. Forse è anche per questo che in molti stadi, alle spalle degli esterni si ricostruiscano ambienti naturali, con rocce e cascate. In molti casi è il fiume, il mare, la ferrovia a fare da confine. C’è sempre uno spazio, una via di fuga, un punto di partenza. Tanti hanno begli occhi quel campo dei sogni, dove la barriera di granturco, a prima vista impenetrabile, in realtà collega passato e presente, fra sogno e realtà. Per quanto ci riguarda. è indubbio il nesso fra chi ha contribuito a farci recuperare la libertà, oltre settanta anni fa, e il fatto che ancora oggi si giochi a baseball: la foto del soldato che batte una palla su un campo improvvisato, dopo lo sbarco di Anzio, è emblematica. Le cose non nascono per caso. Poco dopo l’attacco di Pearl Harbour, fu proposto a Franklin D. Roosevelt di non far disputare il campionato per dare il massimo contributo allo sforzo bellico. Nella sua famosa “Lettera verde”, indirizza a Kenesaw Mountain Landis, Commissioner e giudice noto per le drastiche decisioni prese nel “Black Sox scaandal” (8 giocatori dei White Sox radiati), espresse il suo pensiero: “In tutta onestà, sento che la cosa migliore per il paese sia che il baseball prosegui…che tutti debbano avere una possibilità per divertirsi, sgombrare la mente dalle fatiche ancor più di prima…300 squadre e 5-6000 giocatori formano una struttura in grado di far divertire 20 milioni di persone”. In Giappone, al contrario, il campionato venne sospeso. Molti giocatori andarono in guerra e diversi vi lasciarono la vita. Quel terribile periodo, però, comportò dei cambiamenti in senso positivo; negli Stati Uniti, ad esempio, per sopperire alla mancanza di uomini, fu creata una Lega femminile (ricordate Ragazze vincenti?). Non solo: il combattere gomito a gomito ha dato una notevole spinta anche all’abbattimento delle barriere razziali: la presenza di Jackie Robinson nelle Major Leagues non è nata dal nulla. La guerra ha causato danni incalcolabili, anche per i vincitori; col senno di poi, sarebbe stato meglio sfidarsi in una serie di partite di baseball, anziché usare armi micidiali mai viste. L’America è un grande paese e per molti rappresenta ancora la meta di tanti alla ricerca di un futuro migliore. Il baseball è gioco e spettacolo, ma soprattutto business: si cercano talenti, per cui non si guarda certo né al colore della pelle, né alla provenienza. Le leggi che permettono il superamento dei confini sono sempre più severe. Nonostante ciò, il 30 % dei giocatori Major League non è nato negli Stati Uniti. Nel 2015, i Texas Rangers furano chiamati “la squadra delle nazionalità”, per la presenza di ben 15 giocatori non USA. Oggi, le trasmissioni radiotelevisive in diverse lingue rappresentano la normalità. Eppure, non è tutto oro quello che luccica. Sta succedendo qualcosa di inatteso, che sorprende e interroga. Pochi giorni fa, la formazione dell’Emilia Romagna ha conquistato la possibilità di andare alle World Series della Senior Little League, quale rappresentante della macroregione Europa-Africa (l’Africa dei clandestini!). Daniel Onceanu non è nato in Italia ma vive qui da quando aveva sei anni, è stato negato il visto per entrare negli Stati Uniti, senza una motivazione pubblicamente espressa; potenzialmente avrebbe potuto essere un immigrato illegale, se non peggio ‒ di questi ce ne sono già troppi ‒ e poi non aveva l’appoggio di qualche persona giusta (forse doveva passare dalla Florida). Daniel ha iniziato a giocare nel Poviglio, una società in cui ragazzi di tanti paesi trovano un importante punto di riferimento e coesione, facilitando la loro integrazione; un esempio in questo senso. Sono rimasto addolorato dalla vicenda, anche perché arbitro Daniel e i suoi compagni da sempre. Il problema dell’accesso negli Stati Uniti non riguarda solo le persone. Chi esporta negli Stati Uniti, soprattutto prodotti alimentari, si rende presto conto dell’impossibilità di conoscere il motivo dell’eventuale blocco di prodotti da parte dell’ente preposto: no match. Situazioni come quella del nostro giovane e bravo giocatore non facilitano le relazioni e costituiscono un limite notevole all’incontro e allo scambio, sia sportivo, sia culturale. Le barriere aiutano chi traffica sulla pelle altrui, contrariamente a quanto viene sbandierato, giocatori di baseball compresi. In questo momento, purtroppo, c’è chi, come il “presidente dal pelo rosso” (stomaco compreso), sta provando a mettere il silenziatore alla Campana della Libertà, sostituendola con la Colt della violenza. Il suo comportamento trova tanti seguaci anche da noi e i risultati li stiamo toccando con mano. Quanto accaduto mi ha fatto ricordare un paio di esperienze americane. Nel 2000 ho avuto occasione di recarmi negli States per lavoro, proprio nei giorni delle World Series fra Yankees e Mets, che però non sono riuscito a vedere (come ho invidiato l’amico Sal!). Nel 2008 vi sono tornato con mio figlio per una breve vacanza fra i diamanti. La prima volta, sbarcato all’aeroporto JFK di New York, ho superato i controlli quasi inossservato. La seconda, sceso a Boston, ho trovato due file: una snella per cittadini americani e una seconda per gli “immigranti”, sottoposti una verifica accurata, impronte digitali comprese, alla presenza diversi agenti armati. Il mondo era cambiato. Non credo che in casi come quello del giovane di origini moldave, ci si debba fermare a qualche riga; penso, infatti, che occorra avere la forza di porci domande, di cogliere segnali per ribadire un maggiore impegno, una superiore sensibilità e una grande disponibilità, per essere liberi di lanciare, battere, correre, e nono solo, senza confini. Mi rende particolarmente preoccupato e triste chi si oppone allo “ius soli” e contemporaneamente spinge alla violenza, scimmiottando tragicamente modelli lontani dal nostro humus culturale. Chi pensa di detenere il potere indossando i colori della cacarella e della bile, finirà per farci trovare in una situazione tristemente immaginabile, nonché maleodorante. Il baseball vero è tutta un’altra cosa. Come disse Jackie Robinson, “Non sono interessato alla vostra simpatia o antipatia…tutto quello che chiedo è che mi rispettiate come essere umano”.

 

giuliano, 1° agosto 2018

 

 

 

 

Baseball e Softball: Caffè Motta nuovo Team Partner delle Squadre Nazionali

Fibs. Quando Italia Softball scenderà in campo il 2 agosto per affrontare il Giappone nella prima partita del Campionato del Mondo a Chiba, non verrà solo celebrato l’inizio della massima manifestazione della ‘palla soffice’, ma anche, davanti a svariati milioni di telespettatori, un matrimonio molto importante per la Federazione Italiana Baseball Softball. Leggi tutto “Baseball e Softball: Caffè Motta nuovo Team Partner delle Squadre Nazionali”

   SOLLEONE

 di Giuliano Masola. In Oriente si racconta di una leonessa, che saltando fra un’altura e l’altra, partorì un cucciolo, che però cadde nella strada sottostante, dove c’era un gregge di pecore. Questi docili animali non si pongono tante domande, per cui accolgono chiunque. Così il leoncello fu allevato, brucando erba. Un giorno, casualmente, un vecchio leone intravide la figura di un suo giovane simile fra la pecore: non poteva essere! Fece di tutto per far comprendere all’ovino di adozione la sua vera identità; alla fine ci riuscì ‒ che avrebbe potuto fare chi si credeva un agnello contro un leone? ‒ Rispecchiandosi in uno stagno il leoncello capì la sua vera natura ed emise un tremendo ruggito: da umile che era, comprese tutta la potenza che aveva in sé, ribadendo il proprio ruolo. Non è dato sapere se, dopo la riconquistata identità, fece fuori il gregge, ma le favole, si sa, devono avere un lieto fine. Magari! Sappiamo, infatti, che la realtà supera la fantasia. In questi giorni stanno circolando voci che danno  più che da pensare, molto allineate a ciò che viene urlato ai più alti livelli, in ambiti di responsabilità in cui l’intelligenza pare evaporata. Un re mira a ingrandire il proprio regno; se possibile diventa imperatore. Leggi tutto ”   SOLLEONE”

A chi mi vuole bene e a chi no

di Giuliano Masola. Nei giorni scorsi, per cercare di sopperire per quanto possibile a una situazione che sta diventando più che imbarazzante, ho arbitrato quattro partite di ragazze in una sola giornata, Non è la prima volta che mi capita una cosa del genere, ma fino ad ora ciò si era limitato ai tornei. Anche quest’anno le squadre stanno sopportando le mie manchevolezze direi, salvo qualche raro caso, con grande rispetto. Certo, non avendo alternative ‒ nella nostra zona, se va bene, viene coperta forse meno della metà delle gare ‒ si beve da botte. Alcuni mi chiedono come faccio: semplice, mia moglie mi tiene sotto controllo per quanto riguarda la dieta, in particolare, e, soprattutto la mia semplice filosofia è che coi giovani si resta giovane, sui campi da baseball come all’università. Un motivo in più per continuare d arbitrare è che esistono persone meravigliose, nonostante l’abbruttimento sociale imperante. Domenica, sono successe almeno un paio di cose che mi hanno commosso. A metà circa della terza partita, nell’intervallo fra un inning e l’altro, mi sento chiamare e vedo una signora che scende di corsa la scala del bar nei pressi per porgermi qualche cubetto di ghiaccio. Purtroppo, il passaggio attraverso al rete ne ha fatto cadere un paio, ma uno è rimasto: me lo sono strofinato dietro il collo, per qualche istante, poi ho dovuto riprendere la partita. Non è stato l’unico fatto: ìncredibilmente, in quella gara c’è stato qualcosa di magico e, ripensandoci, beneaugurante. Chi stava nelle tribunette, qualche fortunato anche all’ombra, si rendeva conto che in campo si poteva essere stanchi, soprattutto sotto un sole martellante. “Ma non ha paura di star male?”. (Già questa attenzione aiuta). A quel punto, una signora interviene: “Sa che mi piacerebbe provare a fare l’arbitro… l’anno prossimo”. Leggi tutto “A chi mi vuole bene e a chi no”

Taurus Old Parma

La Taurus Old Parma è battuta due volte in casa dal Nuoro nello scontro – salvezza con i punteggi di 1-0 in gara-1 e 2-1 nella replica. Le gialloblù, sempre prive delle infortunate Nicole Gaita e Valentina Tagliavini, guidate dal manager Andrea Longagnani, realizzano nella prima partita due valide contro l’olandese Scheele al secondo inning con Federica Bianchi e alla settima ripresa con l’americana Kellye Kincannon.  In pedana la canadese della Taurus Courtney Auger subisce al sesto inning il punto della vittoria sardo. Nella replica, contro l’americana Petmecky opposta nel cerchio  a Carlotta Mori sostituita dopo due riprese da Sara Riboldi per le gialloblù, Nuoro sigla due punti (2-0) alla seconda ripresa. La Taurus accorcia le distanze al sesto (2-1): doppio di Kincannon a segno sul puntuale singolo di Giorgia Migliorini. Al settimo le gialloblù tentano la rimonta: con un out singolo di Elena Slawitz prima delle due eliminazioni su battute in diamante di Alice Ghillani e Melissa Mazzoni.