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Tutti insieme, in solitudine

di Giuliano Masola. “La solitudine dei numeri primi”, uscito nel 2008, è il primo romanzo di Paolo Giordano. I due protagonisti, Alice e Mattia, si incontrano di nuovo dopo tante vicissitudini. C’è un ritorno d’amore che li porta a scambiarsi un bacio, che però non si traduce in una vera relazione, che non può trovare il suo compimento. Sono due numeri primi gemelli, vicini ma separati da un altro numero che ne impedisce il contatto.

Come qualcuno ha detto, i lunghi mesi che stiamo trascorrendo ci hanno fatto perdere del tempo, non li abbiamo cioè utilizzati per costruire comuni azioni di prospettiva. Continuiamo a scimmiottare questi e quelli, senza un’idea, un progetto significativamente importante. Sarà la mia “arterio galoppans”, ma il continuare a sperare che volontariato e spontaneismo risolvano i nostri problemi mi pare velleitario. Il nostro piccolo mondo mi pare più vecchio che antico; il nostro batti&corri una sorta di fantabaseball. Così, cosa che faccio anch’io, ci si continua ad ancorare ad un passato che dice ben poco ai giovani, a coloro che dobbiamo convincere a stare con noi in diamante. Per sopravvivere dobbiamo contare su iniziative locali, sull’impegno di pochi, su strutture che reggono finché la passione resiste, ma conosciamo bene i limiti di questo impegno. Sappiamo anche per che qualsiasi gruppo si regge anche, sui finanziamenti. Tanti di noi per anni hanno tirato fuori di tasca i soldi per comprare materiale da gioco e pagare il pullman per le trasferte. Lo abbiamo fatto in situazioni economiche spesso difficili; lo abbiamo fatto perché avevamo un credo, una decisa speranza nel futuro. Non eravamo e non siamo migliori o peggiori delle ragazze e dei ragazzi di oggi; semplicemente, le condizioni generali erano diverse. A commento di una immagine, qualcuno ha scritto: “Che meraviglia gli anni ’70-’80”; certo, ma erano belli anche quelli precedenti e pure quelli successivi, se chi li ha vissuti ha avuto la forza di affrontarli con entusiasmo e voglia di riuscire. Non si tratta di fare miracoli, ma  cercare di trasferire sul piano delle idee il “desire”, cioè la volontà di migliorare continuamente. Non è una questione che riguarda solo il baseball e il softball, poiché anche le aziende usano questo elemento per la valutazione dei collaboratori. Non basta aver voglia di migliorare, bisogna mettere in campo ogni capacità per farlo. Non conosco le tante realtà e sfaccettature del mondo del batti&corri italiano, per cui la mia visione resta limitata. Credo però di poter affermare che al di là dei “mi piace” le relazioni vere, costruttive e impegnative siano pochissime. Il problema, come per gran parte della società in generale, è la mancanza di un reale ricambio generazionale; per certi aspetti, abbiamo dei giovani già vecchi, vecchi poiché non riescono a trovare una personalità e una originalità di idee che porti a un effettivo salto di qualità. È indubbio che pur nella limitatezza delle possibilità, il nostro mondo cerca di reagire; qualche nuova realtà sta emergendo, ma, ripeto fino alla nausea, senza essere all’interno di un progetto complessivo. Purtroppo, il distacco fra un centro accentratore e una periferia ugualmente accentrata, unitamente a una difficile situazione generale, porta a confondere il virtuale col reale; non credo che servano esperti per dimostrarlo. Mi spiace dirlo, ma mi pare che tante realtà locali siano colpite da una miopia cui si è sommata la cataratta; il risultato è una visione sempre più corta e sfuocata. A tutto ciò, talvolta, si aggiunge una memoria che, anziché conservare eventi positivi, si ancora a vecchie rivalità e diatribe. Forse il problema di fondo è che ognuno di noi si sente un “numero uno”, per cui facciamo una enorme fatica a confrontarci e soprattutto a operare insieme agli altri. Arturo Toscanini preferiva dirigere strumentisti americani; a suo parere, ogni musicista italiano si sentiva un direttore d’orchestra. I numeri primi sono divisibili per uno oltre che per se stessi. Certo, la giustificazione della solitudine può farsi forza del detto “meglio soli che male accompagnati”, ma anche il più solitario degli eremiti ha per compagna la natura che lo circonda. Probabilmente il progressivo utilizzo del virtuale ci sta rendendo sempre più soli, ma possiamo superare anche questa forma di crisi attraverso la “con passione”, la volontà di soffrire e lottare insieme. Perché, al di là di tutte le frasi di circostanza, si tratta di combattere ‒ “battere con”. Solo costruendo un comune line-up possiamo sperare di farcela. Per riuscirci, dobbiamo scavarci dentro, interrogarci, pensare e, soprattutto dialogare. Come ha scritto Paolo Giordano nel suo romanzo, “Le scelte si fanno in pochi secondi e si scontano per il tempo restante”. Nel nostro sport siamo continuamente chiamati a decidere, in pochi istanti, ma queste scelte sono il frutto di un lungo lavoro, di una interminabile preparazione, per cui dovremmo essere in grado di pensare al futuro. In caso contrario non ci resta che vivere alla giornata, in una solitudine senza speranza.

Giuliano Masola, 27 aprile 2021

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