Il Baseball fa la differenza

di Giuliano Masola. Immagino che tanti siano stati in ansiosa attesa del “play ball!” in Major League, il 23 luglio. Forse non tutti si aspettavano il messaggio che una organizzazione così grande ha voluto dare ancora una volta in tema di solidarietà e diritti civili. Un lungo nastro nero è stato tenuto per mano dagli atleti delle squadre quasi tutti inginocchiati.

In particolare, alcuni degli Angels hanno accompagnato una silenziosa preghiera al pugno alzato per affermare ancor di più il desiderio e la necessità di lottare in un mondo, in particolare gli Stati Uniti, dove il razzismo continua a esserci; anzi, da alcuni anni a questa parte ha trovato nuovo vigore. “La vita dei negri ci importa” c’era scritto su divise e mascherine. Mi chiedo se da noi sarebbe pensabile una cosa simile. Il pugno alzato è un gesto di riaffermazione e sfida, che dalle nostre parti è stato l’emblema di tante manifestazioni politiche e sindacali. Un gesto che viene da lontano e cerca di far riscuotere il cuore di chi con troppa sufficienza ha lasciato che chi dfetiene il potere se ne approfitti oltre misura. Non so quanti ricorderanno quanto accadde alle Olimpiadi di Città del Messico nel 1968. Tommy Smith e John Carlos, atleti di colore, hanno appena corso i 200 metri piani, giungendo primo e terzo. Salgono sul podio; indossano sul petto uno stemma del Progetto Olimpico per i Diritti Umani; alzano il braccio e la mano, inguantata di nero, si chiude a pugno sul braccio alzato mentre il capo si china. L’inno nazionale dura due secondi; lo stadio diventa di ghiaccio e il capo delegazione esclude immediatamente i due dalla squadra e li espelle dal villaggio olimpico. Una immagine che resta nella storia, che fa storia. Chi rimane pressoché sconosciuto è l’australiano Peter Norman, che faceva parte del “progetto” e indossò pure lo stemma salendo sul podio. All’epoca in Australia come in Sud Africa vigeva un duro “aprtheid” e Norman pagò a caro prezzo la sua iniziativa: non solo fu cancellato dal sillabario, come si dice, ma subì gravi minacce. Non sono cose di ieri. In questi mesi violenze e conflitti sociali, in particolare Oltreoceano, ha causato diversi morti, non solo a causa di sparatorie, poiché in una organizzazione sanitaria che mette al primo posto la carta di credito, pandemia o meno, i più poveri non hanno la possibilità di curarsi. La Major League, come molte altre organizzazioni sportive è entrata in campo, ha messo a disposizione i propri campi per dimostrare quanto contino le persone, piuttosto delle stravaganti esternazioni di tanti pericolosi politici e pseudo scienziati. Noi siamo abituati alla solidarietà, ma abbiamo il brutto vizio di cercare di fare di questa un mezzo per affermare una certa forma di potere, offrire una certa immagine. Chi fa sport, se lo fa seriamente, non si preoccupa solo di giocare e divertirsi e magari fare soldi, ma tiene conto della realtà in cui vive e per la quale vive: è inserito nella comunità. Vivere in comune, fra diversità e differenze, non è facile, come possiamo toccare con mano ogni giorno. Il compito di chi educa, così come quello che dirige, è per questo molto delicato e importante. Sappiamo che la differenza fra una bella giocata e un errore è spesso minima e per questo i gesti tecnici vengono ripetuti all’infinito. Tattiche e strategie si possono mettere in campo solo se si conoscono i fondamentali; ciò vale anche per la parte organizzativa. Nel nostro piccolo ci troviamo in momento molto delicato e dobbiamo stare attenti alle soluzioni semplicistiche e di corto respiro. Probabilmente nei prossimi mesi, in vista delle elezioni, qualcuno si proporrà per fare cose eclatanti. È bene ricordare però che non è il sombrero che contraddistingue il rivoluzionario; se ne vediamo qualcuno in giro cerchiamo di capire il perché. Credo che tanti avvertano la necessità di un cambiamento e abbiano qualche medicina da proporre, ma come vediamo ‒ e viviamo ‒ trovare antidoti a un mondo che porta a sempre maggiori differenze economiche sociali, anche nello sport, comporta tempi lunghi e non facili da determinare. Penso che dovremmo fare un discorso diverso, partendo dal basso. I nostri fondamentali si riassumono nella capacità di portare ragazzi e ragazze a un gioco sempre giovane. Immagini in bianco e nero, talvolta virate a seppia, ci mostrano un mondo lontano mitico, perfino surreale. Ma è la capacità di concepire un mondo nuovo che fa la differenza. Chi in Italia, sul finire delle Seconda grande guerra ha cominciato a prendere una palla, lanciarla, batterla e correre, era consapevole di far parte di un cambiamento indispensabile. E questo c’è stato. Tre generazioni dopo è la nostra volta; oggi più che mai dobbiamo fare in modo che tanto dubbi e domande si traducano in un programma credibile e attuabile. Per farlo però occorre fare un grande esame di coscienza; soprattutto occorre mettere in campo la nostra disponibilità. Dare un futuro ai nostri giovani è un compito certamente gravoso e forse non appagante in tempi brevi, ma credo sia la nostra unica possibilità. Anche perché, come diceva Ernie Harwell, “Nel baseball la democrazia mostra tutto il suo splendore. La sola corsa che conta è quella verso il sacchetto. Il credo è il regolamento. Il colore è soltanto ciò che distingue una uniforme dall’altra”.

Giuliano Masola, 26 luglio 2020.

Rispondi