Epifania… a Primavera

di Giuliano Masola. È la prima volta che apro un libro di Murakami Haruki ‒“Il mestiere di scrittore” ‒, anche se l’autore è di fama mondiale. Per la verità l’ho preso poiché di imparare a scrivere non si finisce mai. Qualche buona idea, qualche suggerimento è sempre di aiuto, anche se “buttar giù” un articolo è ben diverso dallo scrivere romanzi. Murakami è nato a Kioto nel 1949; il nonno, monaco buddista, ha lasciato al padre il ruolo di priore del tempio. Haruki, dopo alcune vicissitudini è riuscito a laurearsi in drammaturgia, negli anni ’70, quelli della contestazione studentesca.

Mentre studiava ha aperto un bar: di giorno caffetteria, di sera alcoolici, il tutto condito da musica jazz. Cinema e libri lo aiutavano a smaltire la stanchezza delle lunghe giornate di lavoro per far fronte ai debiti. Gli mancava qualcosa, però. Come talvolta accade un giorno…, ma lasciamone a lui il racconto. Nell’aprile del 1978, in una giornata luminosa, andai a vedere una partita di baseball al Jingū Stadium… Gli Swallows [le Rondini] ‒ giocavano contro gli Hiroshima Carp. Me ne stavo da solo sdraiato su un prato e guardavo la partita bevendo una birra. A quel tempo al Jingū non c’erano spalti per gli spettatori, solo un pendio erboso. Ricordo che ero di ottimo umore. Il cielo era di un azzurro terso e contro il verde dell’erba ‒ la prima che vedessi dopo tanti mesi ‒ la palla bianca si stagliava nettamente. Il primo battitore era Dave Hilton. Il quarto era  Charlie Manner, che divenne famoso come manager dei Philapelphia Ohillies, era soprannominato ‘il diavolo rosso’. Nella seconda parte del primo inning, Hilton spedì la palla di Takahashi (lanciatore dei Carp) sulla sinistra, e conquistò la seconda base. Fu in quel momento che, senza una ragione al mondo, tutt’a un tratto pensai: “Si, anch’io posso scrivere un romanzo!”…avevo afferrato qualcosa che era sceso dal cielo. Non sapevo cosa fosse venuto ad atterrare proprio sul palmo delle mie mani: un’epifania. La mia vita è cambiata drasticamente in quell’attimo, quando Dave Hilton, al Jingū Stadium, conquistò quella splendida seconda base. Nei sei mesi seguenti riuscii così a scrivere “Ascolta la canzone del vento”. Terminai la prima stesura mentre la stagione del baseball finiva. Gli Yakult Swallows, squdra normalmente di bassa classifica, nelle Japan Series sbaragliarono i campioni della Pacific League, gli Hankiū Braves. Fu una stagione fantastica, miracolosa”. Se fossi serio, mi fermerei qui: è tutto scritto, Penso però che si possa fare insieme qualche considerazione. Normalmente leggo libri di autori americani, frutto di una adolescenza influenzata dal “Reader’s Digest”, un mensile che proponeva, riassunti, grandi romanzi, oltre ad articoli che tendevano a formare una mentalità filoamericana nei tempi più difficili della Guerra fredda, e ciò in verità limita il mio orizzonte. Nonostante ciò, proprio nell’incipit c’è qualcosa di famigliare, di pastorale, di universale; già da lì si comprende il colpo d’occhio che ci offre lo scrittore: uno stadio in cui un declivio erboso funge da tribuna, una bella sventolata. C’è qualcosa di più: quella battuta che in tante altre occasioni avrebbe avuto solo come effetto l’applauso del pubblico porta con sé qualcosa di trascendente, porta una rivelazione. Murakami ripete spesso a chi lo intervista quell’episodio decisivo per il suo futuro: dalle fatiche del bar al piacere della scrittura. La stesura del suo primo libro, “Ascolta la canzone del vento”, lo impegna quanto la durata del campionato: entrambi risultano vincenti. La stesura del romanzo ha una storia particolare. Murakami non è soddisfatto della prima bozza, che butta nel cestino. Lo riscrive prima in inglese e poi lo “traduce in giapponese”, dando vita a uno stile caratterizzato da frasi brevi e concise, ma che fanno ben comprendere all’attento lettore quanto c’è dietro. Numerosi sono i romanzieri che parlano di baseball, ma difficilmente qualcuno ne spiega esattamente il motivo; chi legge, normalmente non pone questa domanda, che pure è importante. In realtà Murakami è conscio dei motivi profondi che lo spingono a scrivere: non gli è venuta dal cielo una pallina (il battitore ha realizzato un doppio) ma una spinta al cambiamento. Passerà del tempo prima che ciò gli permetta di smettere di fare il barman, ma la prima base è conquistata. Come dice Haruki, “Il baseball è uno sport che bisogna andare a vedere allo stadio. L’ho sempre pensato”. Una partita di baseball, in particolare dal vivo, può essere sempre fonte di ispirazione, poiché tante sono i punti su cui porre l’attenzione. Così, se una palla dal cielo ci cade fra le mani, proviamo a comprenderne il messaggio, potremmo trovare lo spunto per fare qualcosa di diverso, di migliore. La parola “haruki” si collega a qualcosa che splende e si può anche tradurre come “figlia/o della Primavera”: la luce che torna a farsi largo dopo le brume dell’inverno. E questa primavera per noi è rappresentata da una pallina che ricominciamo a passarci l’un l’altro, facendo del singolo una squadra. Il nostro è un gioco, ma anche uno stile di vita che richiama le origini, a un mondo in cui il verde dei prati e l’azzurro del cielo si congiungono. Nonostante le avversità, il nostro futuro non potrà essere che una quotidiana rivelazione, se lo pensiamo in modo semplice, essenziale: un lancio, una battuta, una corsa. Parafrasando un detto di William Marrion Branham, pastore pentecostale americano, il baseball “si nasconde nella semplicità, e si rivela poi allo stesso modo”.

Sta a noi dimostrarlo.

Giuliano Masola, 29 marzo 2020.

Rispondi