Baseball Guitar

di Giuliano Masola. Il Gramophone Award, il “Grammy”, è uno dei tre maggiori riconoscimenti in ambito musicale; gli altri sono il Billboard Awards e l’American Music Awards. Il premio di per sé avrebbe un valore relativo se non gli venisse associato anche un luogo in cui si raccolgono i lasciti, le memorie dei vincitori e non solo. Il baseball e la musica vivono in una sorta di simbiosi fin dalle origini, dalle filastrocche alle canzoni per così dire impegnate. Per avvalorare questa situazione il Grammy Museum di Los Angeles, all’inizio della presente stagione ha aperto una mostra di oggetti, strumenti e brani musicali intitolata “Take Me Out To The Ball Game: Popular Music And The National Pastime”. In contemporanea, vi è stato l’annuncio della registrazione della popolarissima canzone che fa parte del titolo da parte dei nuovi eletti alla Baseball Hall of Fame. Fra quanto esposto si possono trovare pagine musicali fin dagli albori del baseball, canzoni e liriche manoscritte come “Angels of Fenway” di James Taylor, una collezione di dischi in vinile e il microfono di Harry Caray ‒ Harry Christopher Carabina è stato un famoso annunciatore per cinque squadre di Major League ed è stato l’ideatore del “seven inning stretch”. Sappiano della mania dei collezionisti per trovare qualcosa di unico, anche se spesso è una gara persa in partenza, ma credo che possedere la Jackie Robinson Telecaster della Fender ‒ chi non ha un po’ di pelle d’oca a questo punto, alzi la mano ‒ sarebbe pressoché il massimo. Alla fine del boom degli anni Sessanta, nonostante le difficoltà, si aveva voglia di ballare, suonare, cantare e, anche se non per tutti, di giocare a baseball. E per invogliarci a giocare, ad amare questo gioco, chi aveva dato il via ci ricordava i grandi campioni, la loro storia, le loro imprese. Con Babe Ruth e Joe Di Maggio, certamente Jackie Robinson è stato fra i giocatori più citati e oggi ancor più di allora, poiché simbolo di una sorta di rivoluzione.

Il 15 aprile è stato celebrato il “Jackie Robinson Day”, quest’anno ha assunto un valore particolare, ricorrendo il centenario della nascita del grande giocatore (Cairo, Georgia, 31 gennaio 1919), Su tutte le casacche i giocatori portavano il numero 42. Festa Negli Stati Uniti, dove ha debuttato nei Los Angeles Dodgers il 15 aprile del 1947, e in Canada, in cui aveva giocato precedentemente nei Montreal Royals, in attesa del debutto. Branch Rickey, il padrone dei Dodgers, si prese il rischio di fare il grande salto, rompendo quella barriera del colore che da sessanta anni divideva i giocatori di baseball (non tutti i giocatori della squadra gradirono quella “sorpresa”). Tanti sono i film che ci parlano di un problema non ancora completamente superato, così come sono numerose le violenze i media riportano. L’America è un sogno, ma, potremmo dire, anche un segno di contraddizione: il diritto alla ricerca della felicità (soprattutto dal punto di vista economico) si scontra con la non facile quotidianità. Anche per questo la Major League ha indetto una campagna per combattere l’intolleranza e promuovere lo spirito di comunità: basta leggere un qualsiasi roster per rendersi conto di quanto il baseball sia cosmopolita, superando le storiche settanta lingue riconosciute nell’antica Costantinopoli. Si punta sui giovani, sulle generazioni che avranno a loro volta compiti e responsabilità. Per questo sono incoraggiato a scrivere ciò che vedono, il mondo in cui si trovano, gli ostacoli, le barriere che incontrano; in pratica l’emarginazione. I ragazzi cui si chiede questa collaborazione hanno dai 9 ai 15 anni. L’obiettivo è far comprendere, instillare ciò che farà loro diventare dei buoni cittadini: sentirsi parte di una comunità che supera l’ambito famigliare, in cui determinazione, eccellenza, integrità, giustizia, persistenza, lavoro di squadra sono gli elementi formanti e coagulanti. Non solo, poiché, in concomitanza vi è uno sforzo ancora più deciso per l’espansione del baseball in ogni dove, attraverso un lavoro capillare di giocatori, tecnici e volontari. Nonostante un campo da baseball sia circoscritto, in realtà supera le intrinseche strutture e dimensioni. Fortunatamente riesco ancora a svolgere qualche attività che mi fa stare con ragazze e ragazzi e capisco ogni giorno di più quanta voglia hanno di stare insieme, di giocare insieme. Il motivo è semplice: visto che siamo tutti in campo, in un’aula scolastica, in un prato o in una piazzetta, l’unica cosa che può dividere è la formazione delle squadre per giocare tutti insieme. Probabilmente resto un illuso, ma preferisco così. A che serve rattristarsi, chiudersi in se stessi, mugugnare, autocondannarsi. Serve uscire all’aperto a giocare con chi ha sempre tanto da insegnarci: i giovani. Essi, infatti, sono in grado di mostrarci come si può vivere senza tante storie. Abbiamo superato i sette miliardi di individui da un po’ e, che ci piaccia o no staremo sempre più stretti. Una possibilità di vivere gomito a gomito è quella di giocare a baseball e a softball. E l’antica, sempre attuale canzone, continuerà a dirci una semplice cosa: “Portami fuori, alla partita”. Senza la nostra partecipazione, non c’è partita. Ci vogliamo provare?

Giuliano Masola, 3 maggio 2019.

Rispondi