Metti Ichiro nel motore

di Giuliano Masola. Mi sarebbe piaciuto essere fra i 45 mila del Tokio Dome a vedere l’ultima partita di Ichiro, il 21 marzo, al termine del secondo di due incontri fra i Mariners e gli Athletics. Una volta il grande campione disse che era caratteristico dei Giapponesi spegnere le personali emozioni, ma questa volta la cosa è stata diversa. Certamente giocare da professionista ad altissimo livello fino a 46 anni non è cosa da tutti i giorni, poiché occorre associare al talento una costante cura di se stessi, sia fisco che mentale, e la capacità di sviluppare le abilità nel tempo, con quel po’ di fortuna che non guasta. Che di cognome faccia Suzuki pochi lo ricordano ‒ per noi la Suzuki è una moto dalle brillanti prestazioni, di quelle da impennata ‒ anche perché sulla casacca da pro delle Grandi Leghe c’è il nome di battesimo, quello che normalmente in Giappone viene designa il primo nato. E non il cognome.

Appena arrivato negli States, in una sola stagione spazzò via diversi record come “rookie”; tanto per cominciare batte valido il primo lancio nella sua prima partita il 21 aprile 2001 al Safeco Field di Seattle, dove sarebbe giocato per oltre un decennio. Ora la Hall of Fame lo attende, ma non è tanto questo che importa. Il Baseball in Giappone è giunto nella seconda metà dell’Ottocento e le sue radici sono ben solide, grazie al collegamento con le abilità e lo stile dei samurai, che ancora oggi vediamo nel modo di impugnare la mazza. Diventare un giocatore di alto livello, in particolare nel Paese del Sol Levante, è il risultato di una lunga preparazione e di una continua autodisciplina. Le emozioni sono sacrificate in vista di un obiettivo superiore (una asticella che si sposta sempre più avanti), poiché stando lontano dalle stesse, si può trovare in se stessi, la soluzione per non fare altri errori come lo stesso Ichiro ha affermato. Un mondo per noi difficile comprendere e apprezzare, ma che al tempo stesso ci può attrarre. Ichirio può essere definito, dal punto di vista sportivo, un eroe dei Due Mondi: due potenze che si sono combattuti durissimamente nella Seconda guerra mondiale: da Pearl Harbour a Hiroshima e Nagasaki. Penso che tanti di noi abbiano negli occhi quelle terribili immagini, unitamente ai disperati attacchi dei kamikaze. Una guerra che i Giapponesi presenti negli Stati Uniti hanno sofferto duramente nei campi di concentramento per loro allestiti (non erano l’unico caso: provvedimenti di restrizione erano stati imposti anche ai genitori di Joe Di Maggio, poiché non avevano la cittadinanza americana, per esempio). C’è un libro che racconta questa vicenda “Baseball saved us” (“Il baseball ci salvò”) di Ichiro Mochizuki. In un campo di concentramento, dove le giornate sono interminabili e la disperazione può condurre al dramma, ci sono dei ragazzi, e non solo, che sanno a giocare a baseball e trovano nel batti&corri l’arma per superare le difficoltà. Oltre alla limitata disponibilità di cibo, c’è l’assenza di materiale, per cui occorre attrezzarsi: i rivestimenti dei materassi si trasformano in divise, per esempio. Si organizza un vero campionato all’interno del filo spinato e, per qualche ora, tristezze e pericolosi pensieri vengono allontanati. Quaranta anni dopo, il Governo americano ha riconosciuto di aver sbagliato con queste forme di internamento, poiché hanno portato a divisioni interne in un Paese che, fino a pochi anni fa recenti, faceva dell’accoglienza la propria forza. Ichiro, che ha concluso la carriera vicino a Kasugai, la cittadina in cui è nato il 22 ottobre 1973, deve gran parte del suo successo al padre, che fin da giovanissimo gli ha insegnato il gioco e ne ha seguito quotidianamente la preparazione. Un legame forte, importante, sempre in vista di un continuo miglioramento, con quel sogno americano che anche i nipponici hanno. I Seattle Mariners non per niente sono stati di proprietà della Nintendo per quasi un quarto di secolo, e Seattle non poi così lontana da Tokio. Nel 1992, al momento della acquisizione, la cosa fece scalpore: una società di Major League giapponese in America! Ma gli affari sono affari, soprattutto se si pensa che in quella che era “la porta per l’Alaska” per chi si avventurava alla ricerca dell’oro nel Klondike, ci sono colossi come Microsoft, Boeing e Amazon. Seattle è anche “la città della pioggia” (si potrebbe fare un gemellaggio con Regensburg, Ratisbona ‒ l’antica “Castra Regina”, la città tedesca dove il baseball è più di casa) per cui fin dall’inizio vi è stata la necessità di avere uno stadio coperto. Non solo, poiché Seattle ha dato i natali a Jimi Hendricks ‒ Dai!: fatevi prendere dall’emozione salite sul palco con una chitarra improvvisata e via!  ‒ Molto probabilmente il nostro Ichiro, non salirebbe subito sul palco: prima, avrebbe alzato la mazza ‒ un po’ arma, un po’ vessillo ‒ e avrebbe guardato lungamente dritto, prima di sventolare con il suo stile inconfondibile. Due personaggi diversi, vissuti in tempi molto differenti; esteriormente l’uno opposto dell’altro, a partire dalle emozioni. Su una dichiarazione di Jimi, però, penso si sarebbero trovati d’accordo: “La conoscenza parla, la saggezza ascolta”. Ma non è che Jimi Hendricks è nato in Giappone?

“Sayonara”, Ichiro.

Giuliano Masola, 22 marzo 2019.

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