Lanciare…la Storia

di Giuliano Masola. Da un po’ di tempo sto raccogliendo materiale sulla Grande guerra, in particolare lettere, diari, ricordanze, foto. Ogni documento porta con sé una storia, quella di uomini al fronte e di famiglie in attesa. Per poter trasferire la loro vicenda in pubblicazioni e relazioni è necessario cercare figli e nipoti che possono portare testimonianzaCiò che emerge è una realtà molto più dura e diversa da quella che spesso viene rappresentata. Nei giorni scorsi, per poter arricchire le mie conoscenze ho letto un libro di memorie del Tenente Scopa (Alfredo Graziani), “Fanterie Sarde all’ombra del Tricolore”, fiero combattente della Brigata Sassari, quella che canta il proprio inno mentre sfila il 2 giugno, Festa della Repubblica.

Fra le tante pagine dominate dai combattimenti coi loro micidiali risultati, c’è n’è una che mi ha colpito e che credo sia interessante riportare. “Ho una squadra di tiratori di bombe che è una meraviglia…hanno raggiunto la perfezione; perché per essere buoni lanciatori di bombe, non basta accendere la miccia e lanciare la bomba, colpendo nel segno; bisogna, prima di tutto, misurar bene la distanza che separa il bersaglio dal lanciatore; avere il sangue freddo e la calma necessaria a tenere in mano la bomba, fino a tanto che non rimanga se non il pezzo di miccia sufficiente appena a permettere alla bomba di percorrere quella determinata distanza, in modo che l’arrivo e lo scoppio siano simultanei. Accendendo la miccia e lanciando subito la bomba, si corre il rischio di vedersela rimandare in dietro, come spesso abbiamo fatto noi con loro, e loro a noi. Cartolina con risposta pagata, rimandata al mittente. Quando però un lanciatore di bombe riesce a far si che, a diverse distanze, l’arrivo e lo scoppio siano simultanei, allora si può dire che il lanciatore è perfetto. Io avevo una squadra di questi perfetti bombardieri”. Ciò mi ha riportato alla memoria uno dei miei primi tentativi di traduzione, “L’arte del lancio”, di Ferguson Jenkins. Solo grazie all’amico Sal il mio inglese balbettante è riuscito a cavarci fuori qualcosa. Ricordo espressioni come “mettere una volpe dentro la palla”, che per me allora non avevano senso e che oggi potremmo tradurre con “fare in modo che la palla si muova”, e simili. In poche parole, ieri come oggi, braccio e mente viaggiano di pari passo e per questo colpisce ancor più ciò che il Tenente Scopa (“un nome, un programma”, come detto in altre pubblicazioni) descrive in poche righe. È una tecnica di lancio che potremmo applicare anche oggi, sostituendo una pallina alla bomba, ovviamente. Metodologia di esecuzione, misurazione e valutazione dell’obiettivo, precisione del lancio e, soprattutto tempistica. Non è così che fa un bravo lanciatore? E c’è di più: occorre essere pronti alla reazione dell’avversario: alla fucilata di rimbalzo. Tanti termini vengono dal gergo militare: c’è un esterno che nel braccio ha un cannone, ad esempio. La storia, soprattutto la memoria, seppure imperfetta ci insegnano tanto, anche poiché, in misura diversa ci ricordano momenti non certamente facili. In epoca fascista, si proponeva la figura di Giovan Battista Perasso, il ragazzo genovese che diede inizio alla rivolta lanciando un sasso. “Balilla” fu riprodotto, dai francobolli, ai manifesti, alle illustrazioni sui libri di scuola, proprio nel momento del lancio. Ai giorni nostri, sono più vive e drammatiche le immagini dei ragazzi dell’Intifada e di tanti altri che li hanno imitati: quanti ne vorrei far giocare nella mia virtuale squadretta, portandoli via dalle guerre e dalle rivolte che altri vogliono e dirigono! Il gioco, il lancio in particolare, sono il risultato di uno studio, nella più antica delle accezioni, cioè a quell’impulso interno che ti porta a fare le cose in modo consapevole, meditato, deciso. Studiare, impegnarsi non è mai facile, poiché è qualcosa che sta al di sopra e al di dentro di tutta la tecnologia che ci circonda e in diversi casi ci porta a percorrere strade pericolose. Studiare significa andare in fondo alle cose, fare domande per ricevere risposta, per porre poi nuovi. Un lancio non è mai fine a se stesso. Non per nulla manager e pitching coach riempiono e consultano tabelle su tabelle ‒ e mi colpisce sempre il fatto che, nonostante tutti i moderni “device”, alla fine prendano un foglietto dalla tasca dei pantaloni, diano una sbirciata e decidono. Per me, questo significa essere ciò che siamo: donne e uomini che sanno comprendere il significato delle cose, il progredire degli eventi, la necessità di un continuo adattamento. Come insegnava una professoressa di filosofia, i tempi della tecnologia e della natura sono diversi, ma quest’ultima produce mutamenti sostanziali, di lungo periodo. È appunto per questo che quando sento parlare di soluzioni rapide e risolutive mi resta più di un dubbio. È il dubbio che, inconsciamente, ha ognuno di noi quando scende in campo, soprattutto in un gioco senza limiti di tempo, che potrebbe continuare all’infinito, in un gioco in cui si possono commettere errori, in cui un lancio può cambiare tutto. Come ha detto John Passaro, “C’è qualcosa di speciale nel baseball. È una relazione padre-figlio che viene a realizzarsi; gli insegnamenti che riguardano la vita sono appresi nello svolgersi del gioco, e la capacità stessa di riuscire a superare gli errori rappresenta il tuo vero successo”.

Giuliano Masola, 1 febbraio 2019.

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