4 NOVEMBRE

di Giuliano Masola. Oggi vince l’emozione. Da cento anni il nostro Paese ha raggiunto un traguardo: l’unità nazionale tanto voluta fin dai primi decenni dell’Ottocento. Non so se c’è stata qualche partita di baseball o di softball per commemorarla, ma va bene ugualmente. Stamattina a Parma, in Piazza Duomo, c’è stato l’abituale raduno di tutte le rappresentanze delle Forze Armate, ma soprattutto quello dei cittadini. Ancora una volta, al di là della retorica d’occasione, hanno vinto il sorriso dei bimbi, la loro curiosità, le loro domande. Le bandiere sono belle quando sfilano nella pace, per la Pace. Non ero l’unico del baseball; c’era anche Marco nella sua veste di reporter, per cui a un paio di lanci, sono stati sostituiti un paio di scatti, e questo basta. Poiché, il baseball aleggia sempre, mentre percorrevo il perimetro della piazza con la sfilata, mi tornava in mente il suggerimento di Babe Ruth, quello di toccare tutte e quattro le basi. Nella piazza, a ben vedere, ci sono dei punti che in qualche modo le richiamano, per cui ho cercato di toccarli col piede giusto (altrimenti il buon Guido mi avrebbe tirato le orecchie). La Grande guerra che ha cambiato drasticamente la geografia politica europea, per la parte italiana potremmo paragonarla a una partita. Dal primo al sesto inning (1915-ottobre 1917) le parti in lotta hanno studiato le reciproche potenzialità, senza la certezza della vittoria. A ciò è seguito settimo inning disastroso, rappresentato da Caporetto e un ottavo, in cui una tenace difesa ‒ con cambio di manager in corsa ‒ è riuscita ad evitare il collasso. Il nono inning è stato travolgente (in ogni caso, il costo della vittoriosa contesa è stato altissimo: 600 mila morti e un milione di feriti). La Prima guerra mondiale ci ha portato, coi soldati nordamericani, anche il baseball. Già nel 1916, la copertina della “Domenica del Corriere”, in una edizione dedicata al calcio, mostrava la foto di un giocatore che effettuava una battuta nello stadio da football di Genova; all’interno, altre due pagine mostravano azioni di gioco. Nel giugno del 1918, sullo stesso settimanale, appaiono due foto relative alla partita disputata il 19 maggio fra i Navy Pilots e gli Army Pilots, a Villa Borghese. Non solo. Il 16  novembre 1919 viene riportata una foto che mostra agli italiani quali grandi folle assistevano agli incontri di baseball professionistico negli Stati Uniti, scattata in uno stadio americano. C’è un “misunderstanding”, poiché a didascalia recita: “Una partita di golf in America”. Chissà, il declassamento è stato forse stato collegata alla “Vittoria mutilata” di dannunziana memoria (che ebbe ben altre più gravi conseguenze). Penso che ricordare sia un dovere, così come lo è partecipare. I dodici mesi che vanno da Caporetto a Vittorio Veneto sono stati una felice sintesi di volontà e sforzo collettivi. Credo che questo dovrebbe essere di insegnamento a diversi manager e ancor più a molti giocatori. Non tanto perché “la partita non è finita, finché non è finita”, quanto perché non dobbiamo permetterci di essere sopraffatti, soprattutto ridicolizzati; ancor più non dobbiamo rinunciare, darla vinta agli altri, perdendo ancor prima di cominciare. Tanti anni fa, quando ho cercato di fare il manager di una squadra scarsamente competitiva, mi ero dato l’obiettivo di vincere con al prima in classifica. Per mettere in difficoltà l’avversario facevo battere alternativamente da destro e da mancino (dopo solo qualche prova in allenamento) e, soprattutto facevo correre, tentando più volte di far rubare casa base; qualche manager del tempo, magari se lo ricorda. La massa, il numero dei giocatori, il bagaglio tecnico e l’organizzazione restano basilari, ma non sufficienti. Ci vuole un quid che fa la differenza: la volontà, il “desire”, ciò la voglia di crescere, di portare a casa un obiettivo con intelligenza e determinazione. Il 4 novembre 1966, Firenze veniva invasa dalle acque di un Arno incontenibile. Una delle città più belle e ricche di cultura del mondo era messa in ginocchio, con una devastazione ancor più terribile di quella della guerra. A fronte di un disastro che pareva irriducibile, una città, un paese, il mondo intero si è mosso. Ci sono voluti anni di sacrificio, un lungo e paziente lavoro di recupero e restauro, tuttora in corso, per riportare la città al suo splendore. Anche questa partita è stata vinta col lavoro e l’impegno di tutti. Ciò ci deve far riflettere, soprattutto oggi, in cui, non contenti delle passate disgrazie, si mira alla divisione e a una contrapposizione che non è certo sportiva. Continuo a pensare a tutti quei giovanissimi  presenti questa mattina ‒ i giovani erano probabilmente appena andati a letto ‒ con speranza e fiducia. Alcuni di loro giocano a baseball e la cosa mi fa rallegra ancor più. Partecipare a una cerimonia che ci richiama ai valori fondanti della nostra libertà e democrazia serve anche per giocare. Solo se si è consci dei propri doveri, da amalgamare coi nostri diritti, possiamo stare e agire in campo nella piena consapevolezza di quanto facciamo, pronti ad ogni evenienza. Avremo così donne e uomini che possono sbagliare, ma che, soprattutto, possono dare un esempio.

 

Giuliano Masola, 4 novembre, 1918-2018.

 

 

 

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