L’anno che verrà

di Giuliano Masola. Nel luglio 2006 Angela Cavalli e Paolo Zbogar diedero vita a una nuova società quella dei Tigers. L’obiettivo era sostanzialmente quello di portare un po’ di aria fresca in un ambiente che tendeva più a rimuginare sul passato che a muoversi,verso il futuro. La società ebbe breve vita, in senso stretto, poiché a distanza di circa un anno divenne una sezione autonoma del Parma Baseball. Come normalmente accade, le novità scompigliano un po’ il campo, in particolare quando non ci sono tanti giocatori in circolazione. Di conseguenza, ciò portò anche a una reazione da parte di quelli che pensavano di poter vivere tranquillamente in una specie di status quo. Il tentativo però ebbe successo e nel giro di un paio d’anni, nel 2008, la “new entry” si portò a casa uno scudetto. Il segreto, se vogliamo, stava nell’ampia apertura verso l’esterno e, almeno nella fase iniziale, a una minore ricerca del campione, della vittoria come obiettivo primario (anche se nessuno va in campo per perdere). Paolo, in particolare, grazie anche al proprio lavoro, era abituato a stare in mezzo alla gente, ad avere molte relazioni e instaurarne sempre di nuove, a uscire dalle mura cittadine. Certo, non si trattava di una novità assoluta, poiché le società di Parma, in modo più o meno diretto, hanno sempre avuto rapporti a livello internazionale, ma questa volta non si trattava del classico torneo. Infatti, l’obiettivo iniziale di far giocare tutti, senza problemi, cominciò ad allargarsi. Si pensava di poter far giocare tutti coloro che avevano potenzialità e voglia di impegnarsi, potendo giocare a diversi livelli, in società diverse. Come riferimento fu preso il “farming system”. Nel 1887, le squadre di Lega Maggiore iniziarono ad assegnare ‒ far allevare ‒ giocatori di leghe minori, ma fu solo dal 1920, che cominciò a essere adottato l’attuale sistema che vede una club a capo di una vera e propria filiera. In Italia, con una formula non esattamente uguale, si è iniziato nel 2010, con la costituzione delle franchigie. In questi sette anni non tutto ha funzionato alla perfezione, ma ciò fa parte dei rischi, del processo di crescita. Probabilmente il termine “franchigia” non è stato esattamente tradotto, trasferito nella realtà italiana. Visto da diverse società in positivo, per altre la valutazione è stata assai diversa. Personalmente credo in un sistema di scambio, nell’opportunità che va data a e proporre qualcosa di nuovo. chi si trova in località lontane dai “grandi” centri. Parma aveva, e soprattutto, ha bisogno di darsi una mossa, guardando con concretezza al futuro: un paio di anni fa ha rischiato di perdere la prima squadra. C’è voluto del coraggio a prendere in mano una situazione fallimentare: una questione di soldi, ma soprattutto di mancanza di idee, di forze nuove. L’obiettivo che stava ‒ e sta ‒ sotto la rifondazione del Parma Baseball è il fare in modo che la Società maggiore sia il risultato degli sforzi di tutte le Società di Parma e non; la necessità di trovare un accordo  per un lavoro unitario, pur nel rispetto delle specificità. Sappiamo bene quali ostacoli si frappongono a un simile progetto; non per nulla Toscanini preferiva le orchestre americane: diceva che  nelle nostre, tutti sono direttori d’orchestra, cioè non sanno giocare in squadra (“play, in inglese ha entrambi i significati e la cosa la dice lunga…). Chi si aspettava risultati eclatanti con la formazione del nuovo Parma, soprattutto a breve periodo, poteva facilmente storcere il naso. Certo, in due anni non si è riusciti ad andare ai play-off e, per qualcuno, questo è un fallimento annunciato. A un più attento esame, però, la curva di tendenza è in ascesa: il ritorno di giocatori come Sambucci e Sebastiano Poma, unitamente alla conduzione della squadra affidata al papà Gian Guido, paiono confortare in proposito. Questi rientri non avvengono per caso o in forza di ingaggi principeschi, ma sono piuttosto il frutto di un posto di lavoro che i giocatori riescono ad avere qui, con il supporto sempre di Paolo e di chi gli sta davvero vicino Una soluzione simile era stata trovata ai tempi della gloriosa Tanara, ad esempio. I miracoli sono rari e per questo occorre stare coi piedi per terra, pur sempre pronti a scattare. Confesso di non essere tanto addentro ai meccanismi e non faccio parte del consiglio del Parma come di nessuna altra squadra. Ci sono alcune cose in cui credo; la principale è che non ci può essere un vero e duraturo sviluppo giocando sempre nel proprio cortile. Ricordi nostalgici, quali il riferirsi ai “ragazzi di via Isola” e quant’altri, richiamano una storia sostanzialmente bellissima e irripetibile. Oggi, non basta aver talento e forza: occorre organizzazione. Paolo Zbogar sta cercando di darsi la miglior organizzazione e se avrà la forza di proseguire nel suo impegno, ci sono molte probabilità che qualcosa di buono emerga, seppur non a brevissimo. L’idea di fare della squadra in massima serie il punto di confluenza del lavoro collettivo comporta un notevole cambiamento per le singole società per riconoscersi “nella Società”. È opportuno ricordarci che il nostro mondo è piccolo, fatto di numeri piccoli, per cui basta pochissimo per cambiare la situazione: il passaggio dalla polvere all’altare e viceversa è questione di un attimo. Dobbiamo, a mio parere, abbandonare il concetto del “qui ed ora” per guardare davvero avanti; è difficile, ma non impossibile. Settanta anni fa forze politiche dalle diverse ideologie e obiettivi, in pochi mesi, ci hanno dato una Costituzione fra le migliori del mondo, per cui se davvero l’obiettivo di far crescere le nostre ragazze e i nostri ragazzi è veramente e realmente condiviso, ogni sforzo, ogni risultato è possibile. Un’ultima cosa: facciamo in modo che chi ha voglia davvero di sacrificarsi abbia il nostro aiuto, la nostra comprensione, soprattutto se è un giocatore bravo e disposto a impegnarsi e sacrificarsi. Dirigere una società è sempre difficile, ma gestire quella che è pensata come il coagulo di tutte è ancora più difficile. C’è chi pensa che per poter dirigere un società di baseball occorre aver giocato a baseball. Penso che occorra esserci dentro, comprenderne i meccanismi, i risvolti organizzativi. I fuoricampo, quelli veri, non sono quelli che vediamo oggi, ma quelli che i nostri ragazzi di oggi sapranno fare fra qualche anno, nella vita, oltre che in campo. Paolo è una persona che bada al sodo e credo che questo conti più di tutto: perché non dargli una mano?

Giuliano Masola, 29 dicembre 2017

 

 

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