Scuola… dell’ozio?

di Giuliano Masola. Può sembrare strano, ma per gli antichi, in particolare per i Greci, scholé aveva il significato di tempo libero, di riposo, di ozio. Era il tempo in cui ci si poteva dedicare a cose diverse dal quotidiano, il momento in cui si poteva seguire un maestro per imparare una nuova disciplina. Nel corso del tempo, scuola ha assunto il significato di azione di trasmissione delle conoscenze dal maestro all’allievo, di luogo di apprendimento. Oggigiorno abbiamo scuole di tutti i tipi; quelle istituzionali stanno diventando una netta minoranza, quasi ci si vergognasse di frequentarle. Basta fare quattro passi, e ci vendiamo inondati di manifesti che invitano a seguire questo o quel corso, per non parlare di quanti invitanti bombardamenti subiamo attraverso i mezzi di comunicazione. Ci si inventa qualsiasi cosa, si vende qualsiasi cosa come scientificamente credibile, quando, alla minima grattata della superficie si trova quel nulla, che spesso corrisponde a un vero e proprio imbroglio. Probabilmente la crisi economica, e la conseguente difficoltà di trovar lavoro, invita a trovare qualcosa, a inventarsi qualcosa. Non ci sarebbe nulla da eccepire, se al posto di termine scuola se ne usassero degli altri. Una scuola vera ha bisogno di diversi elementi per essere tali: una base scientifica, operatori preparati, spazi idonei, possibilità di comunicare, capacità di sapere attrarre. Anche nel nostro baseball diversi e variegati sono stati i tentativi di formare scuole. I successi sono stati a mio parere limitati, non tanto per la capacità e volontà dei promotori, quanto per una oggettiva difficoltà. La maggiore, per giochi come il baseball e il softball, è quella di coniugare l’azione individuale con quella del gruppo, e viceversa; sappiamo bene quanto l’individualismo sia spiccatamente marcato nel  nostro Paese. Non solo, poiché troppo spesso si è indicata la squadra solo come gruppo formato dai giocatori, e ci si è concentrato su questo. In realtà, più squadre sono al lavoro nello stesso tempo: da chi apre il cancello del campo, a chi fa manutenzione, ai dirigenti, agli allenatori, gli avversari, gli arbitri, ecc. Tutto questo – e non solo questo – è stato lasciato quasi sempre nel dimenticatoio, non per cattiva volontà, ma perché non c’è mai tempo: il campionato incombe e dobbiamo fare l’indispensabile (verrebbe da chiedersi cosa sia, ma diamo per scontato di saperlo). Un altro elemento critico è la dipendenza da altre realtà, luoghi dove il baseball è lo sport nazionale da lunga data e/o è diventato un vero e quasi instituibile “business”. È innegabile che nei luoghi dove si gioca da più tempo si siano accumulate esperienze e realizzate innovazioni, ma ciò non impedisce di adattarle e anche migliorarle. Una esperienza importante, anche se i risultati sono difficili da valutare è quella dell’Accademia di Tirrenia. Certamente si è fatto e si fa un notevole lavoro, ma resta limitato a un piccolo gruppo, difficilmente in grado di mutare la situazione complessiva. Ci sono anche scuole che agiscono in aree più ristrette, di base, ma che si trovano in grave difficoltà per un semplice motivo: conciliare un addestramento omogeneo con le necessità delle varie società spesso si traduce in una gara impari. Come in tante altre occasioni, a una partenza quasi entusiastica, fa riscontro, nel volgere di pochi anni, una carenza di uomini, di coloro che dovrebbero fungere da maestri. Ormai da tre generazioni il baseball è presente a Parma, e da due il due il softball. Tantissimi sono stati coinvolti, ma c’+ da chiedersi dove sono. Attualmente, credo, siamo in una situazione tanto critica da non riuscire a far fronte alle richieste, per quanto modeste. Personalmente cerco di andare nelle scuole, ma nella stragrande maggioranza dei casi sono solo, per cui un minimo intoppo e salta l’incontro coi ragazzi. So che ciò può accadere, per cui lo dichiaro apertamente ogni volta che mi presento. Fortunatamente trovo persone comprensibili, ma il danno fatto è ben difficilmente rimediabile, stante il limitatissimo tempo a disposizione. Forse, pagando, si riesce a trovar qualcuno che dia una mano, ma personalmente ho forti dubbi, non solo di ordine economico. Dobbiamo essere realisti: abbiamo altre cose da fare più urgenti e importanti. Molto spesso ciò è vero, ma credo che ci sia una certa percentuale di persone che non sanno che esistono dei problemi e, se lo sanno, cercano di schivarli. Non è una questione di baseball, ma è una questione culturale. Settant’anni non sono bastati a creare a Parma, e non solo, una cultura che contenga ciò che c’è di positivo nel vecchio gioco; questo contribuisce ad aumentare quell’individualismo che ci porta alla superbia, alla maleducazione, all’ignoranza. Fare cultura significa studiare, conoscere, impegnarsi; in poche parole frequentare la scuola. Penso ci siano tante persone di valore nel nostro piccolo mondo, spesso dimenticate, talvolta emarginate. Molti, nel tempo, hanno perso il giovanile amore per il nostro sport, poiché non hanno trovato un maestro cui rivolgersi, una scuola, una cultura vera di cui sentirsi parte. Così la routine prevale, ottenebrando occhi e mente, al punto di non saper più distinguere il buono dal cattivo maestro, facendo diventare l’ozio, cioè il tempo dedicato alle cose veramente importanti, la quintessenza del menefreghismo. Un punto su cui magari vale la pena di fare attenzione, visti i precedenti.

 

Giuliano Masola, 24 settembre 2017.

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