S. Giovanni

di Giuliano Masola. Passata è la vigilia, con la sua tortellata accompagnata da quel lambrusco leggermente frizzante che fa la macchia, a ricordo del sangue del Santo (approfitto per fare gli Auguri). In Emilia in particolare, un detto popolare afferma che “S. Giovanni fa vedere gli inganni”.

Ciò è legato alle misure nel Medioevo: nelle scanalature delle colonne di duomi e battisteri erano incise quelle cui fare riferimento per risolvere casi controversi. Al Sud, la festa è legata al comparatico, cioè a un legame che va oltre la parentela, quello che lega padrini e madrine ai battezzati, ai cresimati, agli sposi. In buona sostanza S. Giovanni rappresenta un riferimento, una solida base da cui partire. Vi starete chiedendo cosa ha che fare col baseball; avete ragione, poco o nulla. C’è però qualcosa della sua figura che ci può interessare: è il Precursore, colui che predispone la strada, che si fa avanti, che ci mette la faccia: una sorta di primo in battuta. Come quasi tutti coloro che hanno qualcosa di nuovo da proporre, che evidenziano la necessità di sacrificarsi per un bene superiore, ha fatto una brutta fine. Un esempio da non seguire da parte di coloro che ritengono che tutto debba piovere dal cielo o sono convinti a piantar soldi affinché crescano come Pinocchio. Tante sono le voci, soprattutto grande è il desiderio di trovare una soluzione per quanto di ripiego. È di queste ore la decisione della MLB di giocare una sorta di “short season”, dopo un lungo braccio di ferro coi rappresentanti dei giocatori. In un certo qual modo si tenta superare la grande incertezza, prendendosi dei rischi. Dalle nostre parti la situazione non pare ancora chiara. Certamente nessuna decisione può essere presa alla leggera, ma il procrastinarla non aiuta nessuno; molto più probabilmente danneggia tutti. Sfortunatamente, a mio parere, non abbiamo nessun sangiovanni in circolazione, per cui non abbiamo neppure chi potrà dare un senso alla strada da lui aperta. Credo che sia innegabile quanto il livello medio si stia abbassando anche in ambito sportivo. Da troppo tempo procedimo a tentoni e, nel buio, sbattiamo contro questo o quel muro. Non so in quanti saremo a far del baseball e softball alla fine di questa dura prova. Chi resterà credo che avrà un solo grave e grande compito: mettersi in missione, andare luogo per luogo per cercare di ravvivare quelle fiammelle che saranno riuscite a salvarsi da uno tsunami che pare interminabile. Anche per questo è necessario ricordarci di come eravamo, cosa abbiamo fatto e tentato di costruire, senza soldi, senza strutture, con una organizzazione tutta da inventare. Non tutti i sogni e le speranze di oltre settanta anni fa si sono realizzati, ma molto è stato fatto, errori compresi. La memoria dà fastidio, oggi c’è dell’altro cui pensare. Mi chiedo che cosa, se il problema è fare un campionato della massima serie o meno. Forse non ci si rende conto che il vero problema sta alla base: la possibilità o meno di far giocare ragazzi e ragazze. I nostri numeri sono piccoli, la nostra presenza sul territorio resta parziale, a macchia di leopardo; le nostre organizzazioni restano legate a singole persone, più che strutture atte a reggere nel tempo. Abbiamo difficoltà a comunicare, a scambiarci opinioni anche contrastanti; come in epoche passate, preferiamo delegare ad altri le nostre responsabilità. Di conseguenza, non dobbiamo lamentarci e prendere quel che passa il convento. Ma potremmo anche fare un piccolo salto di qualità in questo senso. In un convegno di un paio di mesi fa l’Amministratore Delegato di un’azienda di progettazione di auto da corsa a livello mondiale, ricordava quanto detto dal matematico Benoît Mandelbrot: la nostra è una civiltà in cui dominano la velocità e l’incertezza; insieme originano il caos. Poiché gli italiani ci vivono costantemente, dovrebbero essere i più avvantaggiati nelle situazioni imprevedibili. È per questo che credo sia giunto il momento di ripensare alle nostre strutture: solo chi è inserito nel territorio ne conosce i problemi e può cogliere opportunità. Una delle nostre difficoltà credo vengano proprio da qui. La rinuncia a strutture locali focalizzate, come i comitati provinciali, ha fatto perdere molte opportunità, soprattutto non ha reso evidente quanto la crisi sia profonda e ormai di lunga durata. Non dobbiamo disperare, ma ragionare. Di fronte all’emergenza occorrono decisioni chiare, inequivocabili. Chi va a Mantova, in un’ala della Domus Nova del Palazzo Ducale intorno a un labirinto vi è una frase emblematica: “Forse che si, forse che no”: che strada prendere? Non aspettiamoci interventi risolutivi dall’alto, né da altri. Tanti si stanno già rimboccando le maniche per saltarci fuori e a loro va il mio supporto, per quanto modesto. Come ha scritto l’amico Franco: “Ricordo il passato molto volentieri perché il mio passato è stato molto bello, anzi bellissimo. Quando si parla di baseball in regressione penso subito a quando abbiamo cominciato negli anni ‘40 e ‘50 dove non sapevamo nemmeno tutte le regole, ma conoscevamo benissimo invece compagni ed avversari tutti portati a rendere più grande il nostro sport”.

Giuliano Masola, Cannitello, 24 giugno 2020

Rispondi