Tra le gocce

Giuliano Masola.

Da due mesi sono iniziati i campionati… di “nuotoball”. In uno dei più notti detti, il maltempo decide il terzo possibile risultato di una partita. Così, non rimane che restare alla finestra, tristemente a guardare una pioggia battente o un diamante allagato. Non abbiamo certo campi col copri-scopri e talvolta si fa fatica anche a togliere qualche pozzanghera. In alcuni casi si è giocato solo un quarto delle partite in calendario. In questa situazione costi e tempi per trasferte e recuperi rischiano di diventare insostenibili.

Oltre a ciò, specialmente a livello giovanile, c’è un altro fatto importante: la limitazione temporale dei campionati per far posto a impegni della nazionale e dei tornei estivi, che sempre più rappresentano la ciliegina sulla torta del batti&corri. Per sopperire e recuperare I ragazzi dello slowpitch, che sanno unire ironia e buonumore, guardano avanti e si prestano a organizzare tornei “a chiamata” da parte degli agricoltori in caso di siccità: esperienza acquatica ne hanno da vendere (quando va bene giocano due volte su tre alla settimana, ma è più facile una). Certo, Giove pluvio non ci assiste, ma si potrebbe sempre organizzare qualche pellegrinaggio verso luoghi dove i miracoli talvolta vengono concessi. Intanto, non ci resta che divagare un po’. Passare tra le gocce, o fra una goccia e l’altra sono espressioni che normalmente usiamo, talvolta assieme a “piove, governo ladro!”. L’idea di superare gli ostacoli è insita in noi: in realtà è un modo per far fronte ai pericoli, superando le paure. Se provate a cercare la stessa espressione in angloamericano, trovate “dodger”, il che accenderà una lampadina: Dodgers erano chiamati coloro che scansavano, dribblavano i tram, che passavano numerosi davanti alla prima sede del club di “Broccolino”, dove hanno giocato tanti nostri figli di emigrati (l’amico Sal avrebbe tante cose da raccontarci in proposito, anche se è uno sfegatato fan degli Yankees). Questa prima fase, non certo favorevole al nostro sempre vecchio e nuovo gioco, finisce per rendere ancora più difficile una stagione iniziata con la grande perdita di una storica e importantissima società come il Rimini. Non ne conosco le ragioni specifiche, ma come dice un mio vecchio amico, che per tanti anni è stato perito per il Tribunale, una società fallisce prima dal di dentro. Penso sia un frase che fa meditare, che impone una rimessa in discussione continua del ruolo che abbiamo. Probabilmente, nel caso specifico, probabilmente è stato fatto di tutto per evitare il crack, ma forse non si sono colti per tempo i segnali deboli. Ogni giorno assistiamo a nascite di nuove imprese, ma anche a tanti fallimenti: spesso molti di questi avvengono nel delicatissimo salto dall’artigianato  all’industria, o nelle successioni. Il più delle volte, la cosa maggiormente difficile è il passaggio delle consegne, quando chi ha tenuto le redini per tanti anni in mezzo a innumerevoli sacrifici, lascia il posto ad altri. È sempre difficile scegliere e trovare chi proseguirà al meglio l’opera. Ciò deriva il più delle volte dalla mancanza di persone che restano nella società per tempi abbastanza lunghi da comprendere fino in fondo i meccanismi che regolano una realtà che muta in continuazione, in cui difficilmente si riesce a pensare in lungo, stante i pochi giocatori e agli ancor meno dirigenti disponibili. Se non ricordo male, qualche corso per dirigenti è stato attivato, ma credo che solo un duraturo impegno quotidiano possa permettere un vero passaggio di consegne, che spesso avviene con un salto generazionale non indifferente. Questa primavera che fa contenta la campagna e un po’ meno chi deve andare in campo, dovrebbe farci riflettere, anche sulla struttura e modalità organizzativa. Occorre rendersi conto che troppi soldi se ne vanno inutilmente per cui, con gli attuali mezzi di comunicazione credo che si debba trovare una soluzione per evitare inutili trasferte. Credo che spesso basti qualche immagine scattata col cellulare per far comprendere la situazione e che serva un minimo di volontà per perlustrare il campo in tempo per permettere una decisione. Le previsioni meteo, nelle quarantotto ore sono sempre più attendibili, per cui le informazioni diventano complementari. Certo, c’è un po’ di nostalgia delle previsioni meteo tv, iniziate nel 1954, col famosissimo colonnello Edmondo Bernacca (ci prendevano al 50%, nel migliore dei casi) o del locale “conoscitore atomosferico” Amelio Zambrelli di Reno di Tizzano che negli Sessanta-Settanta pubblicava le sue previsioni sulla “Gazzetta”; in realtà, pochissimi si fidavano del meteo, contenti di prendersi dei rischi. Così, cercando di comprendere anche le preoccupazione dei manutentori, specialmente di quelli che considerano i campi come loro creature, dobbiamo pensare a qualcosa per saltarci fuori: magari utilizziamo, al limite del possibile i campi illuminati ‒ sono un costo è vero, ma anche non utilizzarli può diventarlo. Ognuno può lanciare delle proposte: ben vengano, se possono contribuire a una soluzione. Intanto, non ci resta che consolarci languidamente con la famosissima “Pioggia nel pineto” di Rapagnetti (cioè Gabriele D’Annunzio). Personalmente, però, sarei più propenso a Modugno, a Pino Daniele e, poiché occorre in qualche modo stare al passo coi tempi, al rapper Emis Killa (Emiliano Rudolf Giambelli): “io non critico chi parla di strada anche se avrebbe tutto / perché può piacerti la pioggia anche se c’hai il cappuccio / ci sono quelli che quando piove prendono l’acqua / e quelli che passano asciutti tra una goccia e l’altra…”.

Si accettano proposte.

Giuliano, 13 maggio 2019

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