Fra palla morta e base ball

di Giuliano Masola. Con i soldi si può comprare tutto (o quasi, direbbe chi sa spogliarsi delle miserie umane), e il batti&corri non fa eccezione. C’è poi un’altra idea, quella della conquista, e ben lo sanno battitori e corridori, Ai primordi del baseball, quando il gioco del Nuovo Mondo cominciò a prendere distanze da quello del Vecchio, c’erano regole abbastanza severe, soprattutto per proteggere i battitori. Fino al 1876, il lancio che colpiva il battitore non era considerata “palla morta”, ma semplicemente un “unfair pitch”: tre lanci non buoni costituivano un ball; poiché con tre ball si aveva diritto alla base, in pratica occorrevano nove lanci non battibili.

Nel 1877, nella National League, il regolamento precisava che ogni lancio che toccava la mazza, senza che il battitore tentasse di colpirla, o colpisse il battitore nella sua posizione, o l’arbitro, a meno che non si trattasse di una palla mancata, era una palla morta, con relative conseguenze. Per comprendere meglio la seconda parte della regola, occorre considerare che l’arbitro assumeva una posizione defilata e lontana dal piatto (un po’ come nello slow-pitch, secondo alcune scuole). In quel tempo erano gli arbitri a stabilire le multe in caso di non corretto comportamento dei giocatori e del pubblico: veniva chiamato il capitano della squadra ritenuta colpevole e il versamento doveva essere fatto alla segreteria della lega entro dieci giorni. L’anno successivo a ciò si aggiunse una multa, da 10 a 50 $, per il lanciatore reo di avere intenzionalmente colpito un battitore. Ciò rese chiaro al lanciatore, anche dal punto di vista economico, i rischi cui andava incontro. In questo caso, la multa doveva essere pagata immediatamente o comunque in tempi strettissimi, pena la perdita della partita per forfait. In quegli anni occorrevano otto ball per avere diritto alla prima e, contemporaneamente venne chiarita la regola riguardante l’arbitro; la palla sarebbe diventata morta, se lo avesse colpito prima che avesse superato il ricevitore. Solo nel 1884, il battitore colpito ebbe diritto automaticamente ad andare in base. Il numero dei ball, nel frattempo, variava, da otto a sei o a sette; inoltre, un battitore era considerato colpito anche nel caso in cui la palla avesse toccato una parte della divisa, Nell’American Association, però, fu deciso di non multare più il lanciatore. Nel 1887, National League e American Association si accordarono finalmente su quattro ball, facendo definitivamente una distinzione fra ball e battitore colpito, ma per quella stagione la base su ball fu considerata una battuta valida. Tutto questo è il risultato della crescita del gioco, dal passaggio del lancio da sotto a quello da sopra di un diverso posizionamento dei giocatori (il ricevitore ha iniziato ad assumere l’attuale posizione accucciata solo all’inizio del Novecento) e dell’arbitro e. Inoltre, cominciava a sentirsi la necessità di rendere le partite meno lunghe: non era raro, infatti, che gli incontri non terminassero per oscurità, in mancanza di campi illuminati. Ad alto livello, attualmente le basi su ball concesse sono poche, pur considerando quelle intenzionali. I grandi battitori spesso ottengono molte base gratis: Barry Bonds ne ha avute 688; chi lo segue, Hank Haaron, 293: una bella differenza. Ottenere un buon numero di basi su ball può essere un indicatore di aggressività, di attenzione; ciò può evidenziare, d’altro canto, anche una insufficiente attitudine alla sfida da parte del lanciatore. Oggi, la percentuale di andata in base spesso viene considerata più della media battuta, ma il dibattito rimane aperto. Sapere attendere la palla che batti meglio è importante, ma più si sale, maggiore è la difficoltà, poiché il numero dei lanci di qualità è la combinazione degli stessi aumentano. I “closer” possono essere un esempio; quante volte la “palla veloce che taglia” (“cut fastball”) che Mariano Rivera ha usato nell’80% dei casi fatto la differenza?, eppure i battitori sapevano cosa gli sarebbe arrivato; un lancio sulla parte alta della zona che deviava improvvisamente. Certo, incrociandola bene, si poteva anche cacciare la palla fuori dallo stadio: ben di rado, però. Come dimostra la “dead ball era”, i grandi campioni hanno saputo aggiustare le abilità naturali alla situazione. Personaggi come Babe Ruth, Lou Gehrig, Joe Di Maggio, Ted Williams e tanti altri hanno fatto la differenza, e ci hanno trasmesso più di un insegnamento. Non si resta in campo, giocando ad alto livello per molte stagioni, se non ci si adatta al mutare delle situazioni nel tempo. Nuovi materiali, nuovi stadi, la presenza di atleti di ogni dove con le loro peculiarità hanno, mescolato le carte, creando un nuovo mondo, in un mondo già definito tale. Ciò ci deve far riflettere sul giudizio che facilmente diamo, soprattutto evidenziando le differenze fra il nostro baseball e quello dei paesi dove da più tempo è praticato e divenuto popolare. Credo che la cosa importante sia sapere riconoscere i nostri limiti, ma anche puntare sulle nostre abilità naturali. Se fra i più grandi nomi del baseball di tutti io tempi molti sono italiani, qualcosa vorrà pur dire. Si tratta, come sempre, di lavorare dal basso: fondamentali per il corpo e per la mente, giorno dopo giorno, con certosina pazienza. Spesso il canto delle sirene ‒ quello che ci fa credere che i nostri desideri si avverino senza sforzo ‒ ci ammalia, ma dobbiamo ricordarci che ci porta a finire sugli scogli: non è una novità. Come ha detto Bob Feller, “Ogni giorno rappresenta una nuova opportunità. Puoi costruire sul successo di ieri, o lasciar dietro gli errori e ricominciare ancora. La vita è così: c’è una nuova partita ogni giorno; così è il baseball”.


Giuliano Masola. , 9 gennaio 2019.

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