di Giuliano Masola. Credo sia sempre importante sapere dove ci troviamo e perché. Nei manuali degli anni Sessanta-Settanta, si suggeriva agli allenatori, per prima cosa, di compiere un giro delle basi coi potenziali giocatori per far comprendere loro sia il percorso, sia la diversa visione che si aveva da ciascun punto del diamante. Quando si comincia tutto è difficile: anche i migliori giocatori di gerlo (o lippa) vanno in crisi. L’allenatore deve pur raccontare, spiegare i motivi per cui si gioca in un certo campo, in un certo modo, con termini che non sono esattamente quelli usati nei borghi e nelle piazzette. “Cos’è il baseball?” è la domanda ricorrente cui occorre dare una risposta semplice, se vogliamo pop, nel senso di “popular”, come un certo genere musicale. Anche in questo caso occorre partire da lontano. Gli antichi Greci nella loro impresa di colonizzatori, sentivano la necessità politica e religiosa di spiegare cosa c’era alla base della loro nuova città, in una nuova terra, per cui il mito fondativo legato all’”ecista” (cioè al capo della spedizione) e al dio o alla dea che li guidava, diventava fondamentale. La trasmissione orale trasformava rapidamente i fatti in racconti. Anche nel baseball la narrazione non è esattamente una puntuale descrizione degli avvenimenti per cui c’é chi afferra al volo la situazione (passando immediatamente da giornalista a esterno, si potrebbe dire).
Leggi tutto “1949-2019, Un passo alla volta”Metti Ichiro nel motore
di Giuliano Masola. Mi sarebbe piaciuto essere fra i 45 mila del Tokio Dome a vedere l’ultima partita di Ichiro, il 21 marzo, al termine del secondo di due incontri fra i Mariners e gli Athletics. Una volta il grande campione disse che era caratteristico dei Giapponesi spegnere le personali emozioni, ma questa volta la cosa è stata diversa. Certamente giocare da professionista ad altissimo livello fino a 46 anni non è cosa da tutti i giorni, poiché occorre associare al talento una costante cura di se stessi, sia fisco che mentale, e la capacità di sviluppare le abilità nel tempo, con quel po’ di fortuna che non guasta. Che di cognome faccia Suzuki pochi lo ricordano ‒ per noi la Suzuki è una moto dalle brillanti prestazioni, di quelle da impennata ‒ anche perché sulla casacca da pro delle Grandi Leghe c’è il nome di battesimo, quello che normalmente in Giappone viene designa il primo nato. E non il cognome.
Leggi tutto “Metti Ichiro nel motore”Grazie, Gian Carlo
di Giuliano Masola. Da qualche mese Gian Carlo Rosetti non si occupa più dei calendari delle partite per la nostra area (Parma e provincia). Il Consiglio Regionale recentemente aveva deciso un affiancamento che non è stato gradito, anzi ritenuto come un invito ad andarsene, cosa che elegantemente Gian Carlo ha fatto. Una situazione imprevista, poiché, da un giorno all’altro, si è passati dal consenso unanime all’ostracismo. Certo, gli anni lasciano il segno, il carattere magari si indurisce un po’, le situazioni si evolvono (si cerca di fare il massimo dell’attività avendo pochi atleti a disposizione), per cui non c’è da meravigliarsi. Quanto accaduto non è un caso raro e, semplicemente, ci si potrebbe passare sopra. Ma non sono d’accordo, non sono proprio d’accordo sul lasciare che tutto resti nel silenzio, nel disinteresse. I cambiamenti sono necessari, ma occorre gestirli, soprattutto quando si ha a che fare con una realtà complessa, in una società che fa una estrema fatica a stare insieme, a tutti i livelli, come possiamo facilmente constatare. Purtroppo ciò è collegato al fatto che non esiste più un Comitato Provinciale da sei anni ‒ e non se ne vede un ripristino in futuro ‒ con una sede in cui i rappresentanti di società, e non solo, possano confrontarsi. Pertanto, possono bastare poche persone a decidere; i restanti sapranno a “babbo morto”, come si dice. Beh, essere messo alla porta dopo 44 anni di duro e costante servizio fa pensare. Da un giorno all’altro nessuno ti telefona più, ti scrive più, magari manco ti saluta. Nel 1929, i Philadephia Phillies vinsero le World Series battendo i Chicago Cubs e Babe Ruth, l’11 agosto, realizzò il suo 500° fuoricampo. Poco tempo dopo, il 24 ottobre, l’inaspettato crollo di Wall Street mise in ginocchio l’America, coinvolgendo, a distanza di pochi mesi, l’Europa.
Leggi tutto “Grazie, Gian Carlo”BASA – PALLA da pronunciarsi: Bes-Bol
di Giuliano Masola. Immagino che il primo pensiero vada a un goccio di troppo, ma siamo in Quaresima per cui cerco di fare il bravo. In realtà, si tratta del titolo di un articolo apparso nel febbraio del 1950 su “Il nuovo Bajon – mensile umoristico politico e sociale”, rivista di 8 pagine che costava 50 lire (all’epoca cifra non irrisoria). Una doverosa premessa. Il Baseball, a Parma, era ufficialmente nato il 15 giugno del 1949, per cui restava un gioco pieno di interrogativi. “Non è stato ancora ben precisato se l’uomo dell’età della pietra che come ben si sa aveva l’abitudine di andare in giro con una clava sia l’antico progenitore dell’attuale gioco del Baseball”, inizia così il lungo articolo su tre colonne con l’immagine di Babe Ruth nella sua classica posizione post fuoricampo. “La diceria trova credito in quanto sembra che il nemico, se era uomo, per difendersi da questa nuova arma spellasse un brontosauro e con la sua pelle si facesse un rudimentale guanto con cui afferrava al volo il sasso – battutogli addosso – e lo rispediva al mittente”.
Leggi tutto “BASA – PALLA da pronunciarsi: Bes-Bol”Un piatto di Baseball
di Giuliano Masola. Andare allo stadio, spesso, significa non solo gustare l’incontro, ma anche mettere qualcosa sotto i denti. Chi è andato a vedere anche una sola partita di baseball in America o in Giappone probabilmente si sarà lasciato attrarre da qualche variegato hot dog, alette di pollo, sushi d’occasione, patatine, fette di torta ipercalorica e zucchero filato multicolore (per i più piccoli s’intende). Mettere qualcosa sotto i denti e bere qualcosa aiuta a vivere i cambi di campo con più distensione. Permette, soprattutto di familiarizzare, a cominciare dalle battute scambiate coi venditori. Il baseball fra i suoi antenati ha giochi da ragazzi, ma anche, più nobilmente, vista l’origine britannica, il cricket, comprese le soste per il tè. In un continente da conquistare non c’era tanto tempo per giocare, per cui ci si adattò alle circostanze. Tutto doveva essere abbastanza semplice, divertente e l’attrezzatura limitata all’essenziale: un bastone, una palla confezionata con quel che c’era, dei sassi da porre come base. Anche il numero dei giocatori era variabile: giocava chi c’era, con l’unico accorgimento di averne un numero uguale per squadra; anche il numero degli inning poteva variare. Solo nel 1856, i Knickerbrokers, dopo lunghe discussioni, decisero per nove giocatori in campo e nove inning. Un tema rilevante era quello del piatto di casabase. Ancora sul finire dell’Ottocento, mentre il lanciatore, si poteva muovere all’interno di un rettangolo posto a una quindicina di metri dal battitore, il piatto doveva stare ben saldo e fermo e per fare ciò si utilizzava qualsiasi cosa di una certa consistenza: un pezzo di metallo, di marmo, una pietra liscia, perfino una lastra di vetro, con un unico obbligo: la forma circolare ‒ un piatto appunto ‒ e un piatto i pionieri lo portavano sempre con sé. Pur cercando di sistemarlo a livello del terreno, il piatto finiva per sbordare sempre un po’, per cui il calpestarlo, e soprattutto scivolargli contro, comportava dei rischi, considerando anche il numero altissimo di punti che venivano segnati ‒ intorno al 1840 anche cento complessivi, in soli sei inning. Con quel piatto tondo, ma molto duro, contusioni e ferite erano normali. Intono al 1880 si decisero modifiche importanti: l’uso di un piatto di gomma (invenzione di Robert Keating) o di marmo e una forma quadrata, in linea con le basi; qualche anno dopo, nel 1888 si stabilì anche la misura: 32 cm. per lato). La situazione, per i corridori lanciati a punto migliorò, ma non più di tanto. Fra l’altro, si creò subito un problema: come si poteva giudicare un lancio quando la palla doveva passare per un singolo punto? La soluzione fu trovata dando una forma squadrata alla parte rivolta al lanciatore, in modo da poter decidere meglio gli strike: la forma pentagonale che ancora oggi utilizziamo.
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