Poker d’acquisti per la Taurus Old Parma serie A1 softball

di Jacopo Brianti. Il Gruppo Oltretorrente è lieto di comunicare gli ingaggi per la formazione maggiore partecipante alla serie A1 softball con la casacca della Taurus, della lanciatrice americana Trinity Harrington (16 gennaio 1996, Garden City, Kansas), della prima base – ricevitore americana Sarah Edwards (26 giugno 1996, Bay Shore, New York), dell’interno Tara Melassi (4 gennaio 2001) e della lanciatrice Natascia Ablondi (17 novembre 1985), queste ultime provenienti dal Collecchio softball sempre serie A1. Per Edwards si tratta di un ritorno, in quanto l’atleta americana ha già vestito la divisa gialloblù nella passata stagione, nella fase di intergirone del campionato, registrando una media battuta di 0.346 con 9 valide su 26 turni alla battuta in 10 partite, media difesa 0.962. Trinity Harrington, macinando record nell’università Texas A&M, nella squadra partecipante al campionato Ncaa, ha sfiorato il professionismo. L’anno passato Harrington ha completato 91 strike out per 13 vittorie e una media pgl 2.10. Contro l’Università del Connecticut ha lanciato una perfect game ed è stata schierata da partente in tutte le partite delle World Series Super Regional Ncaa di Gainesville contro le Florida Gatorsf. Trinity è accreditata di una veloce, di un drop e di un cambio impressionanti. Il giovane prospetto e figlia d’arte Tara Melassi, rientrata dagli Stati Uniti dopo un periodo di studio, nella passata stagione ha giocato 5 partite ottenendo 3 valide su 13 turni, media 0.231, media difesa 0.900.  L’anno precedente in 9 partite, media 0.174 con 4 hits su 23 presenze utili alla battuta, media difesa 0.893. Nel 2016, 23 presenze, 3 valide su 23 turni utili alla battuta, media difesa 0.935. Tara nel 2017 ha partecipato con la casacca della nazionale italiana Under 16 softball al campionato Europeo di Ostrava (Repubblica Ceca) conquistando la medaglia di bronzo alle spalle delle selezioni dell’Olanda e della Repubblica Ceca. Natascia Ablondi ha giocato diverse stagioni nelle fila del Collecchio. L’anno scorso per Natascia record di 2 vittorie, 1 sconfitta, 30 riprese lanciate, 16 strike out con 2.57 mpgl.  

Un piatto di Baseball

di Giuliano Masola. Andare allo stadio, spesso, significa non solo gustare l’incontro, ma anche mettere qualcosa sotto i denti. Chi è andato a vedere anche una sola partita di baseball in America o in Giappone probabilmente si sarà lasciato attrarre da qualche variegato hot dog, alette di pollo, sushi d’occasione, patatine, fette di torta ipercalorica e zucchero filato multicolore (per i più piccoli s’intende). Mettere qualcosa sotto i denti e bere qualcosa aiuta a vivere i cambi di campo con più distensione. Permette, soprattutto di familiarizzare, a cominciare dalle battute scambiate coi venditori. Il baseball fra i suoi antenati ha giochi da ragazzi, ma anche, più nobilmente, vista l’origine britannica, il cricket, comprese le soste per il tè. In un continente da conquistare non c’era tanto tempo per giocare, per cui ci si adattò alle circostanze. Tutto doveva essere abbastanza semplice, divertente e l’attrezzatura limitata all’essenziale: un bastone, una palla confezionata con quel che c’era, dei sassi da porre come base. Anche il numero dei giocatori era variabile: giocava chi c’era, con l’unico accorgimento di averne un numero uguale per squadra; anche il numero degli inning poteva variare. Solo nel 1856, i Knickerbrokers, dopo lunghe discussioni, decisero per nove giocatori in campo e nove inning. Un tema rilevante era quello del piatto di casabase. Ancora sul finire dell’Ottocento, mentre il lanciatore, si poteva muovere all’interno di un rettangolo posto a una quindicina di metri dal battitore, il piatto doveva stare ben saldo e fermo e per fare ciò si utilizzava qualsiasi cosa di una certa consistenza: un pezzo di metallo, di marmo, una pietra liscia, perfino una lastra di vetro, con un unico obbligo: la forma circolare ‒ un piatto appunto ‒ e un piatto i pionieri lo portavano sempre con sé. Pur cercando di sistemarlo a livello del terreno, il piatto finiva per sbordare sempre un po’, per cui il calpestarlo, e soprattutto scivolargli contro, comportava dei rischi, considerando anche il numero altissimo di punti che venivano segnati ‒ intorno al 1840 anche cento complessivi, in soli sei inning. Con quel piatto tondo, ma molto duro, contusioni e ferite erano normali. Intono al 1880 si decisero modifiche importanti: l’uso di un piatto di gomma (invenzione di Robert Keating) o di marmo e una forma quadrata, in linea con le basi; qualche anno dopo, nel 1888 si stabilì anche la misura: 32 cm. per lato). La situazione, per i corridori lanciati a punto migliorò, ma non più di tanto. Fra l’altro, si creò subito un problema: come si poteva giudicare un lancio quando la palla doveva passare per un singolo punto? La soluzione fu trovata dando una forma squadrata alla parte rivolta al lanciatore, in modo da poter decidere meglio gli strike: la forma pentagonale che ancora oggi utilizziamo.

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I convocati in azzurro per lo Spring Training di Phoenix

Si alza ufficialmente il sipario sulla Nazionale Italiana di baseball chiamata alla stagione più importante dell’ultimo decennio.

L’Italia di Gibo Gerali, con il mirino puntato sul Campionato Europeo (Bonn e Solingen, 6-15 settembre) e, soprattutto, sul Torneo di Qualificazione Olimpica (Bologna e Parma, 18-23 settembre), è in procinto di partire per Mesa, Arizona, dove la casa primaverile degli Oakland Athletics ha in più occasioni ospitato gli azzurri per lo Spring Training.

Si alza ufficialmente il sipario sulla Nazionale Italiana di baseball chiamata alla stagione più importante dell’ultimo decennio.

L’Italia di Gibo Gerali, con il mirino puntato sul Campionato Europeo (Bonn e Solingen, 6-15 settembre) e, soprattutto, sul Torneo di Qualificazione Olimpica (Bologna e Parma, 18-23 settembre), è in procinto di partire per Mesa, Arizona, dove la casa primaverile degli Oakland Athletics ha in più occasioni ospitato gli azzurri per lo Spring Training.

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San Valentino

di Giuliano Masola. Duecento anni fa baseball e softball non era ancora ufficialmente nati. Nonostante ciò se ne faceva menzione. Nel romanzo “Northanger Abbey”, pubblicato nel 1818, la grande scrittrice americana Jane Austen, così descrive Caterina: “Non deve meravigliare che Caterina, a quattordici anni preferisse il cricket, il baseball, l’andarsene a cavallo per la campagna ai libri…” (a quell’età, salvo qualche eccezione, a star sui libri si fa fatica, specialmente nelle belle giornate). Nel 1860, quando il “vecchio gioco” cominciava a rappresentare una realtà, le signore più lungimiranti e accorte, sentivano la necessità di fare attività fisica, anche per mantenere e accrescere il loro charme; così il baseball trovò un suo spazio e si attrezzarono luoghi per poterlo praticare. I maschi (che ieri come spesso peccano di miopia) ritennero però che si trattasse di uno sport troppo rude e rischioso per le giovani e, da metà degli anni Settanta dell’Ottocento, del tutto inadatto. I libri che dettavano il galateo, in particolare quelli del professor Thomas E. Hill, consigliavano il croquet e le escursioni per la pesca, al posto del baseball. In ogni caso, la prima partita storicamente documentata di donne che giocano a baseball negli Stati Uniti si ha dalla lettera che Annie Glidden, studentessa del Vassar College (Poughkeepsie, New York, sorto nel 1861 e ancora oggi particolarmente attivo anche a livello internazionale) scrive alla sorella il 20 aprile 1866. “Stanno sorgendo molte società per attività all’aperto: floricultura, canottaggio e baseball. Mi piace particolarmente l’ultima e mi diverto tantissimo, te lo assicuro”. “The girls of summer”, da non confondere “Ragazze vincenti” (“The League of their own”), è un libro pubblicato nel 1876 da Gene Smith, che racconta proprio la storia di due squadre femminili del Vassar.

Però, mentre al tempo di Annie Glidden il baseball era considerato un gioco adatto alle donne, in quel momento non era più vero: il baseball, sotto la pressione dell’opinione pubblica, divenne solo maschile, per cui è rimasta solo la foto dell’ultima squadra del college (1876). Le donne non rinunciarono facilmente: intorno al 1890 le “Barnstorming Ladies” ebbero un notevole successo. Si trattava di squadre femminili, in cui potevano esserci da uno a tre maschi, che giocavano con squadre completamente maschili.

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Ci vediamo il 17

di Giuliano Masola. Ci sono delle occasioni che vale la pena di non perdere, soprattutto quando si ha l’opportunità di parlare, discutere, lanciare proposte, fra persone che mirano a un obiettivo: dimostrare la validità di una attività sportiva, di una proposta ludica che tutti possono cogliere. Come diceva Satchell Page: “Come fai a saper quanti anni hai, se non sai quando sei nato?”. Certo, è l’estremizzazione di un concetto, di un modo di essere, soprattutto del modo di esistere.

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