Il baseball al tempo del “corona”

di Giuliano Masola. “L’amore ai tempi del colera” è il primo romanzo del premio Nobel di Gabriel Garcia Màrquez (lo stesso autore di “Cent’anni di solitudine”). Pubblicato per la prima volta nel 1985 narra la storia di un amore che non avrà coronamento prima di “cinquantatré anni, sette mesi e undici giorni, notti comprese”, tempo intercorso tra la rottura del fidanzamento e il successivo incontro che Fermina Daza e Florentino Ariza. Il compimento del loro amore avviene durante la crociera su un battello che risale il fiume Magdalena, lungo un itinerario che Florentino aveva percorso mezzo secolo prima. Ma adesso la foresta pluviale è disboscata, gli animali sterminati dai cacciatori, i villaggi infestati dal colera. Màrquez in questa vicenda ripercorre una esperienza famigliare e nella sua sensibilità letteraria riesce a far cogliere quanto la bellezza, i sentimenti e l’opera dell’uomo, troppo spesso incurante del prossimo e della Natura, si trovano a convivere. Lo scrittore colombiano vive a Las Cartagena de Indias, dove ha modo di coltivare le sue grandi passioni: il whisky di alta qualità, il baseball, il ballo e la diplomazia segreta.

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Cinquanta? Non basta.

di Giuliano Masola. Ci prepariamo al 50° del Softball di Parma, facendo riferimenti in particolare alle due prime squadre, Astra e Victoria, ma cercando di guardare oltre. In questi giorni “ai domiciliari” è una cosa che aiuta a ben sperare, a vedere rosa. L’aria è di Primavera, anche se non è detto che qualche colpo di coda dell’Inverno ci potrà essere. Qualche settimana fa è stata lanciata l’idea di un giornata per ritrovarci e far festa. L’amore per il batti&corri al femminile, che sembrava sopito da tempo ‒ da troppo tempo ‒ sta così ritrovando le sue protagoniste, i suoi protagonisti. C’è voglia di incontraci, raccontare, chiacchierare, tornare a far progetti.

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Domani inizia il primo Europeo di Baseball5

Inizia domani il primo Campionato Europeo assoluto di Baseball 5 della storia a Vilnius (Lituania), che vedrà l’Italia fra le 16 partecipanti. La rassegna continentale, che si svolgerà dal 28 febbraio al 1 marzo, porta in dote anche due posti per il Mondiale che si terrà il prossimo mese di dicembre e a cui parteciperanno le prime 2 classificate dell’Europeo. 
 
“L’idea di partenza del progetto è quella di lavorare su giocatori e giocatrici giovani, dinamici, già parte del movimento e che conoscono le regole e le dinamiche del nostro sport. Atleti che possono vedere questa come la prima tappa di un’opportunità da proseguire.” ha dichiarato il manager della nazionale italiana di Baseball5, Maurizio Balla. “Saranno partite veloci, di 5 inning e durata attorno ai 15-20 minuti. Il gioco è velocissimo, quindi l’ideale sono giocatori abituati a giocare in campo interno, di statura medio-piccola  Il roster è composto da 8 giocatori, 4 maschi e 4 femmine e in campo devono sempre essere presenti almeno 2 rappresentanti di ciascun genere. I 5 componenti dello starting lineup possono rientrare una volta, mentre chi entra dalla panchina, una volta sceso, è fuori per la partita. Dal punto di vista del valore degli avversari, ovviamente è impossibile avere elementi di valutazione”. 

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Manager, che vuol dire?

di Giuliano Masola.

Le maniche sono rimboccate: non c’è più tempo da perdere. Gli staff tecnici sono già al lavoro, ognuno per le parti di competenza. Certo, dove il batti&corri è appena nato o sta per nascere una persona sola fa tutto, un po’ di confusione compresa. Penso che diversi abbiano avuto questa esperienza, si siano resi conto a posteriori che solo un grande entusiasmo ha potuto far fronte a un compito tanto arduo. Nel 1992 apparve Campione per forza (Mr. Baseball), un film in cui Tom Selleck faceva esperienza con lo Yakyū, il baseball del Sol Levante, con i Chunichi Dragons, la cui divisa ricorda tantissimo quella dei Dodgers. Elliot, questo è il nome del giocatore, non si rende conto di quanto sia diverso il mondo in cui viene a trovarsi; da ciò deriva un comportamento altezzoso, perfino sprezzante. Il suo rendimento è al di sotto delle attese e la squadra, già debole, sprofonda. I suoi rapporti col manager restano costantemente tesi e il suo interprete fa dei salti mortali per evitare il peggio, cambiando letteralmente le risposte maleducate del campione yankee, non sapendo che l’inglese è ben compreso da chi conduce la squadra. Perfino i rapporti con un altro americano in squadra con lui arrivano a incrinarsi. A differenza delle tragedie, dove le cose iniziano bene e finiscono male, nelle commedie alla fine tutto si risolve: Elliot si innamora di Hiroko, che fa fede al proprio nome, “la tua venuta è benedetta”.

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La lezione di Moby Dick

di Giuliano Masola. Immagino che molti conoscano la storia della spietata lotta fra l’enorme capodoglio bianco e il capitano Achab. Probabilmente, il libro di Herman Melville, edito nel 1851, è uno dei più belli mai scritti; lo si legge ad ogni età e si presta a tante interpretazioni. Probabilmente, come tanti altri, non entra più a far parte del bagaglio culturale necessario alla formazione dei giovani: a che serve misurarsi con le forze della natura con un solo arpione? meglio i cannoncini coi dardi esplosivi: si fa prima e non si rischia. Alla caccia di Moby Dick c’è una squadra eterogenea, a prima vista, ma ben adatta allo scopo. Achab, un manager di quelli proprio tosti, non guarda tanto per il sottile i suoi, ma è tutto proteso all’obiettivo: una ultima e decisiva partita. Nel libro i riferimenti alla Bibbia sono numerosi, offrendo una chiave interpretativa tutta particolare. Non a caso, Melville, battezza il comandante della baleniera ‒ un nativo di Nantucket, piccola isola del Massachussets ‒ col nome di un re di Israele, noto per aver abbandonato la fede ebraica e aver perseguitato il profeta Elia; la sua fine è stata tragica. Chi fa memoria della incredibile caccia è Ismaele, che prende il nome un personaggio citato sia nella Bibbia che nel Corano: è “colui” che ascolta o “il traduttore”: un nome un programma, si potrebbe dire. I collaboratori del manager, in questa singolare squadra, sono Starbuck e Stubs, rispettivamente primo e secondo ufficiale, o se preferite il pitching e il batting coach. Incredibile a dirsi ancora oggi un certo Greg Starbuck è un allenatore degli interni nella organizzazione dei Tigers, proseguendo una attività più che ventennale; con una esperienza da vendere, quindi. Nel romanzo, Starbuck è «l’uomo più cauto che si possa trovare nella baleneria», prudente ma non codardo, è uno dei più riluttanti ad assecondare Achab; non si ribella, ma in qualche modo cerca di far comprendere al comandante l’insensatezza del suo piano. A chi ha un po’ di memoria, invece, Stubb fa tornare alla mente il 1982, anno in cui Mike Stubbins vinse lo scudetto durante quella che si potrebbe definire l’era Parmalat del baseball parmense: un successo dietro l’altro. Chi ha avuto modo di conoscerlo ha avuto la possibilità di vedere un vero professionista all’opera, sulle orme che Chet Morgan aveva lasciato oltre un decennio prima. Se non ricordo male, la sua teoria era quella di battere la palla il più lontano possibile, per mettere costantemente in crisi la difesa e permettere ai corridori di avanzare una base in più. Ma proseguiamo nella disamina del nostro lineup baleniero. C’è Flask, terzo ufficiale, uno di quelli che fa da suggeritore: il mare, come il lavoro, non lo entusiasmano tanto, ma bisogna pur campare. Queequeg, un gigante nativo di un’isola della Polinesia, è primo baleniere. È un personaggio di non molte parole, ma dà sicurezza tutti: i suoi arpioni sono lanciati in modo potente non lasciano scampo e sa rischiare anche la propria pelle per salvare chi è in difficoltà: uno slugger, uno di quelli che può ricordare Cotton e Roman. Tashtego è il secondo ramponiere, un forte e risoluto guerriero indiano; l’abilità dei nativi americani era famosa anche fra i cacciatori dei balene. Una curiosa assonanza. Un mese fa i Devil Rays di Tampa, per aumentare la capacità offensiva hanno acquisito Yoshitomo Tsutsugo, interno/esterno giapponese di tutto rispetto: nel campionato nipponico ha realizzato 205 fuoricampo, battendo a casa 613 punti. C’è pure Daggoo, terzo ramponiere, un gigantesco negro dell’Africa, che però non è uno schiavo: la sua è una scelta libera, così come può essere libero il giro di mazza di un quinto in battuta. Un personaggio particolare è Pip, un giovane e piccolo nero, schiavo latitante, nonché marinaio goffo e stralunato; ogni volta che va a caccia cade in mare, finendo quasi pazzo: uno di quelli che fai fatica a mettere in squadra, ma che talvolta sei costretto a utilizzare. Fedallah è un asiatico misterioso, molto vicino al comandante Achab. La sua mente tende ad andare oltre, a vedere lontano, e gli prevedere la brutta fine per lui e li suo comandante. Il cuoco di bordo si chiama Lana Caprina: uno che conosce tutte le ricette possibili per cucinare pinne di balena; prende ragioni balorde da tutti, ma di lui non si può fare a meno. Il comandante Achab, dopo un lunghissimo inseguimento attacca Moby Dick con la sua squadra, ma nel suo sconsiderato tentativo trova la morte, mentre il gigantesco capodoglio bianco, con tanti arpioni che lo adornano come stelle al merito, prosegue la sua corsa nell’oceano. Vi chiederete: e allora, che c’importa? Beh, penso che tante volte ci siamo sentiti come Achab, attaccando a testa bassa, sottovalutando l’avversario e lasciando da parte il cervello. È proprio qui dove si annida la sconfitta: nella perdita della ragione (quante volta ci capita di vederlo ogni giorno!). Achab, travolto da un incontenibile desiderio di vendetta, porta alla rovina quasi tutto l’equipaggio, mentre Ismaele si salva miracolosamente, riuscendo così a tramandarci una drammatica lezione di vita. E il diamante a ben pensarci non è da meno, anche se i termini dello scontro con sono così violenti e crudeli. Si tratta di una sfida in cui la capacità mentale e la forza fisica devono continuamente trovare il giusto mix. Come diceva Yogi Berra: per il 90% è una questione di testa, per il 50 % di fisico. La somma la lascio fare a voi.

Giuliano Masola, 19 gennaio 2020.