Con carta e penna, nonché calamaio

di Giuliano Masola. Il baseball o un suo lontano antenato affonda le radici nell’antichità; per esempio, nella corte dei faraoni era un gioco tanto importante da essere menzionato sui papiri. La scrittura ha accompagnato il “vecchio gioco” fin dalle sue origini; cosa ancora più interessante ha comportato un connubio fra i simboli, rappresentati dai geroglifici, e la moderna scrittura.

Oggi questa metodologia si evidenzia nel ruolino del classificatore: scrittura lineare, simboli, numeri; in buona sostanzia il compendio di tutta la storia della scrittura, esagerando un po’. Si tratta di un sistema chiaro agli esperti, per cui è limitante. Nel quotidiano, dove i social tengono, banco la situazione è più complessa, anche perché in continua evoluzione e specializzazione. Mi sono affacciato su facebook da un anno circa e mi rendo conto di essere rimasto alle aste. Già, le aste, quelle che fin dall’ultimo anno dell’asilo si cominciavano a tracciare su quaderni dai grandi quadretti. Dalle aste alle lettere dell’alfabeto il passo è stato relativamente breve, ma fondamentale. Il passaggio dalla matita più o meno colorata alla penna con inchiostro e calamaio era un punto di svolta, una sorta di passaggio generazionale. Quante macchie dappertutto! I grembiuli neri nascondevano i guai più grossi, ma non risolvevano il problema. I pennini, da quelli a lancia a quelli imitanti la Torre Eiffel erano i più vari e fonte di scambio. L’anziana bidella che ci veniva a riempire quotidianamente i calamai incastrati nei banchi di legno con un lattina da triplo concentrato modificata a beccuccio, aveva la mano un po’ tremante e ciò contribuiva all’espandersi di inchiostro intorno… un bello “swing” cancellava il tutto. Si imparava a svolgere temi, riempire pagine di diari e quant’altro sulle orme dei più grandi nostri scrittori e poeti, che non si erano interessati di baseball però. Oggi siamo invasi e pervasi da una comunicazione fatta di simboli, utilizzati anche come flash per richiamare l’attenzione. Senza accorgercene, scriviamo in diverse modalità contemporaneamente, utilizzando spesso forme stenografiche. Senza rendercene conto ritorniamo alle origini, ai geroglifici. D’altro campo, chi studia lingue orientali come il cinese si rende perfettamente conto cosa significa il solo posizionamento di un ideogramma: il significato della frase può cambiare totalmente. Nulla di particolarmente nuovo. Chi studia documenti, in particolare quelli notarili di età Moderna, si trova da affrontare innumerevoli e non sempre comprensibili abbreviazioni. Ancora oggi usiamo simboli che vengono da un antico passato come quello di paragrafo “§”, che si rifà ad un uccello acquatico del Nilo, o di “@” già utilizzato in scritti cinquecenteschi. Oggi sono in gran voga gli “emoji”, le faccine che riflettono la nostra reazione emotiva a chi ci contatta; assieme ad essi utilizziamo altri simboli pittografici che dovrebbero contenere qualcosa di descrittivo. Ma è davvero così? Nella mia recente esperienza mi sono reso conto di quanto la velocità di reazione porti a fare sbagli, se non gravi errori difficilmente rimediabili. Il motivo è semplice: la comunicazione ping-pong, in cui la scrittura nelle sue forme più estremizzate diventa la pallina. Sintetizzare può essere bello, utile e necessario, ma l’effetto finale potrebbe assomigliare a un colloquio fatto di suoni inarticolati, se non di mugugni, alla Neanderthal man. I social sono importanti e utili, ma possono condurci alla analfabetizzazione di ritorno, per cui dobbiamo prestare molta attenzione, a mio parere. Quando sono sorti i primo calcolatori aziendali, i programmatori si divertivano a disegnare col computer. Uno di questi rappresentava uno scimmione che si grattava il capo con il fumetto “Think!”, Pensa! Questa è la domanda da porsi prima di agire e reagire, in particolare al tempo di internet. A mio parere dobbiamo rimetterci a scrivere, con carta, penna e calamaio, almeno in smesso figurato. Il motivo è semplice: siamo costretti a rileggere e, nel corso di questa azione, ci rendiamo conto di non essere stati abbastanza chiari, di essere molto distanti dalla leggerezza indicata da Italo Calvino. Scrivendo sulla carta, anche elettronica, facciamo un atto di fede: tendiamo una mano a chi ci leggerà, anche se l’oggetto può essere un punto di disaccordo. Scriviamo, poiché nello scrivere riveliamo noi stessi, ci esponiamo, ci mettiamo la faccia, non trincerandoci dietro qualche sorta di graffito. Anche il nostro sport ne risentirebbe favorevolmente. Ancor più, dovremmo avere il coraggio di tornare alla carta stampata, a quella carta indispensabile per ogni tipo di ricerca. Dobbiamo avere il coraggio di fare un balzo in avanti in questo modo, anche se può apparire paradossale. È il nostro gioco, la necessità di trasferire concretezza lo richiede; abbiamo tante occasioni per farlo, se ci mettiamo dietro la volontà. Pensiamo di essere tanto avanti, eppure già nel Settecento Voltaire scriveva che “la pittura è la scrittura della voce”. Meglio di così…

Giuliano Masola, 18 marzo 2021.

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