Parlare per comprendere

di Giukiano Masola. È inutile nascondercelo, siamo tutti in attesa di poterci liberare da un incubo, una situazione di cui risentirà almeno la prossima generazione, e non si tratta solo dei soldi da restituire a chi ora ce presta per far fronte alle difficoltà economiche che già si fanno sentire. Le speranze di riemergere stati fatte fuori da un pick-off: il ritorno a grandi numeri di positività al virus con le relative tristi e dure conseguenze, in primis, una libertà non solo vigilata, ma che ogni giorno si riduce.

È naturale porsi delle domande e soprattutto provare a dare qualche risposta. In questi ormai tredici mesi di chiusura a fisarmonica si è cercato di fare tante cose per ritrovarci in una sorta di normalità virtuale. Ci si è dovuti adattare, cercando di imparare il più rapidamente possibile, all’utilizzo di lezioni, conferenze, lavori di comunità via internet, visto che questa è considerata una forma di difesa. Anche nel nostro mondo si sono fatti numerosi tentativi per non perderci di vista ed evitare di ritrovarci all’uscita del tunnel “nudi e con le mani tasca”. Pur non essendo una vera società cosmopolita, siamo comunque in un paese che non solo ha al suo interno persone provenienti da tutto il mondo, ma fa parte di sistemi più complessi, compreso quello sportivo. Credo di non sbagliare molto nel dire che siamo stati colti impreparati, non solo sul fronte della sanità. Se esaminiamo i tanti tentativi dei collegamenti a distanza, credo tutti ci siamo resi conto di quanto i vari sistemi siano tutto meno che “friendly” e affidabili: non si ben collegano, saltano e mostrano limiti tecnici e tecnologici, e se non si paga, anche il numero dei possibili partecipanti è limitato. A queste difficoltà se ne aggiunge almeno un’altra, anche questo facente parte di ciò che stiamo vivendo, in particolare nel baseball. Da qualche tempo sono stati organizzati corsi per diversi gruppi (tecnici, arbitri, ecc.). Un’idea certamente buona e importante, visto che non tutti gli utenti parlano e capiscono l’italiano, è stata quella di tenerli in inglese. Come si dice, qui è cascato l’asino, si è evidenziata cioè quanto questa lingua sia poco conosciuta, soprattutto se si devono fare esposizioni e rispondere alle domande. Non basta aver letto libri o aver fatto qualche esperienza all’estero per essere in grado di tenere un discorso su temi complessi, una conversazione approfondita. Quando frequentavo l’Università (ormai sono passati dieci anni) i docenti del corso magistrale erano obbligati a fare almeno la metà della lezione in inglese; garantisco che facevano una gran fatica, salvo rari casi. Finché si tratta di una lezione di Storia, ci si può preparare bene e ci si può saltar fuori, ma se si parla di regolamento o di tecnica la gara si fa molto dura. Si evidenzia quindi una mancanza di preparazione; ancor più non si pensa di insegnare a chi un giorno dovrà fungere da relatore o docente. In campo probabilmente ci si capisce di più, poiché il lessico è abbastanza limitato, ma fuori è un altro film. Ciò deve far riflettere e farci metter un po’ di cenere in testa. Apprendere una lingua non è facile; è ancor più difficile comprenderne le sottigliezze, lo slang, facendo attenzione a quei “faux amis” che ci fanno scambiare lucciole per lanterne (il classico “misunderstanding”). Tanti anni fa ero andato in vacanza nei Balcani. Con me c’era uno che si vantava di essere un conquistatore ed era riuscito a convincere una giovane del posto ad andare in spiaggia con lui. Tornato raggiante, fa: “Sapete cosa mi ha detto? Černo more”. Per lui era “eterno amore”, peccato che la ragazza si fosse solo riferita al “Mar Nero”. Imparare significa non solo crescere, ma poter stare alla pari con gli altri, soprattutto considerando che gli altri sono più numerosi di noi. Credo che fra i tanti temi da affrontare quello della conoscenza delle lingue (compresa la nostra) sia prioritario, faccia parte dei fondamentali; ben se ne rendono conto coloro che cercano di trovare lavoro, magari bravissimi in tante materie, ma che conoscono solo qualche parola al di fuori dell’italiano. Certo abbiamo tante cose da fare, di tempo non ce n’è mai abbastanza e poi… c’è l’età… Certo di imparare le lingue non ce lo ordina il medico, ma il mondo si. Forse dovremmo trarre da questa quaresima infinita qualche spunto per tracciare una strada diversa, un modo per affrontare il futuro senza farci lasciare indietro anche da questo punto di vista. È la strada della conoscenza, dello scambio, della sana competizione e il corretto uso delle lingue è uno strumento indispensabile per riuscire. Non credo che di ciò si parli molto ad ogni livello e questo è anche il frutto di una scuola che, come la famiglia, da troppo tempo subisce strikeout a go-go. Se non capisco come faccio a mettere in pratica ciò che mi è stato detto? In campo la vista aiuta molto: osservo un gesto ben fatto e provo a metterlo in pratica, ma appena uscito posso trovarmi facilmente spaesato, colto da un senso di vuoto quando la stessa persona che ho imitato si rivolge a me in una lingua che non comprendo. Chi lavora o studia all’estero si rende presto conto che non basta sapere l’inglese, la cui conoscenza è data per scontata, ma almeno un’altra lingua; ciò fa meditare. Evidentemente quanto stiamo vivendo ci costringe a un salto di qualità, soprattutto mentale, e sappiamo quanto questo aspetto conti nel nostro “vecchio gioco”. Come ha scritto Goethe, “Chi non conosce le lingue straniere non sa niente della propria”. Baseball compreso.

Giuliano Masola, 7 marzo 2021

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