Insalata russa, all’italiana

di Giuliano Masola. L’insalata russa è conosciutissima e la sua origine fonte di diatribe; la ricetta è variata tantissimo nel corso del tempo, adattandosi alle esigenze e al gusto della clientela, più spesso a quella del potente di turno. Una delle più grandi abilità dei cuochi è fare cose eccellenti con gli ingredienti che si ritrovano a disposizione; è il momento in cui abilità e inventiva trovano la massima espressione.

Seguire pedestremente una ricetta non sempre porta al successo di un piatto, poiché il risultato finale è frutto di una combinazione di manualità e dosaggio. Quando non si gioca, si chiacchiera, senza chiedersi tanto quale sarà il risultato finale delle tante parole che vagano intorno al diamante. Ognuno ha la propria ricetta ed è giusto che la proponga: numero degli inning, dei lanci, dei punti, durata della partita… dall’insalata russa al fricandò il passo è breve. Tutto ciò mi dà un po’ l’idea delle formiche che portano una briciola più grande di loro e che improvvisamente non riescono più a trovare la strada di casa. Ormai sono passati quattro mesi dal fatidico 4 marzo e non abbiamo ancora cavato un ragno dal buco, a mio parere. Nel prossimo fine settimana qualcuno giocherà e ciò può essere visto come un successo, una sorta di resurrezione ‒ ben venga ‒ ma non una soluzione.  Non si tratta di giocare oggi, ma di poterlo fare domani, cioè dall’anno prossimo, e oltre. Non un caso che in tutto ciò rientri la politica (sportiva) e ci si preoccupi più di chi potrà votare di chi potrà giocare, ma forse non ci si sta accorgendo che il terreno che stiamo calpestando sta diventando ogni giorno più scivoloso e che rischiamo di andare fuori strada, se non ci siamo già. I tentativi di conciliare tutto e tutti sono lodevoli, ma sono anche indice di insicurezza, rendendo ogni decisione non sufficientemente credibile. Si può fare tutto, cioè si può giocare: peccato che le tante norme da seguire per la salvaguardia di chi va in campo siano tante e talmente costose da impedirlo. Nessuno di noi è contento di star lontano dal diamante, ma la possibilità di farlo in modo costante e sicuro non è ancora a portata di mano. Si tratta di un problema pratico, ma che ha a che fare con la percezione personale. Andando per strada lo si capisce bene: dalla terribile paura che ci ha pervaso fino a pochi giorni fa a una sorta di armistizio in attesa di un antidoto scientifico al virus che rischia di travolgerci. Come mi ricorda un amico titolare di una azienda, il baseball rappresenta lo “zero virgola” dei problemi che il Paese si trova, e ancor più dovrà affrontare. Nei giorni scorsi sono stato in Calabria ‒ non ne potevo più di starmene bloccato a Parma ‒ e la cosa che più mi ha impressionato sono state le stazioni di Roma e Napoli pressoché deserte; ancor più i grandi piazzali di attesa dei traghetti per la Sicilia praticamente vuoti, con una sola nave in attesa di trasportare il nulla. Certo non dobbiamo arrenderci, anzi dobbiamo fare ancora più squadra, se vogliamo sperare di saltarci fuori. Il presidente di una società ha dichiarato che quest’anno le iscrizioni sono il 60% di quelle dello scorso anno. Può trattarsi di un caso singolo, ma certamente è la spia di una situazione critica. So di essere monotono, ma senza bambine e bambine non si va avanti; quest’anno rischiamo di perderne veramente tanti. In tutto questo continuiamo ad arrabattarci su regole e regolamenti. Non c’è da stupirsi: mentre l’ultimo imperatore di Costantinopoli lasciava la vita combattendo contro l’armata turca, a corte si discuteva di filosofia. Lentamente, ma inesorabilmente, stiamo scendendo una china. Non dobbiamo arrenderci, ma per recuperare penso che dovremmo ritrovare lo slancio ideale che ci ha spinti ad avvicinarci al batti&corri: volontà, sacrificio, intelligenza, determinazione. Le lotte per il potere ci sono sempre state e, salvo casi rari e fortunati, chi si siede sulla sedia più alta non è il migliore; al massimo rappresenta una lobby (il termine non deve essere sempre visto in modo negativo). Ciò che mi pare più preoccupante in tutto questo è il diminuire della nostra attenzione e l’instabilità della nostra percezione da cui scaturisce una grande incertezza. È difficile fare scelte coraggiose e responsabili, ma è proprio nei momenti più difficili che occorre evitare di confondere l’oggi con il domani. Invidio chi fra qualche giorno scenderà in campo e tornerà a giocare, ma mi chiedo: serve a questo punto? a chi serve?  Forse sarebbe meglio impegnarsi per essere in condizioni di riprendere tutti fra qualche mese, preoccupandoci principalmente dei giovani. La partita che stiamo giocando non è divertente, è difficilissima, ma proprio per questo può essere entusiasmante. Abbiamo pochi ingredienti e soldi a disposizione, la clientela un grande punto interrogativo e lo chef non sappiamo chi possa essere, Come scriveva Rudyard Kipling “abbiamo quaranta milioni di ragioni per fallire, ma non una sola scusa”.

Giuliano Masola, 1° luglio 2020

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