Stare alla finestra?

di Giuliano Masola. Oggi mi sento molto Charlie Brown: guardo i numerosi fiocchi di neve che fanno apparire lontana la Primavera. Osservo gli accumuli che si vanno formando e un merlo che vi zampetta sopra come se volesse lanciare a un curioso pettirosso che tiene un pezzetto di legno nel becco. Mi accontento di poco, pur di rompere la malinconia in agguato. In fondo alla strada, ragazzi fanno a pallottate: automaticamente lo sguardo si volge al loro movimento di tiro, che mi pare ben eseguito. E ciò mi ha fatto pensare, o meglio ripensare a tante esperienze. Da tanto tempo non faccio più l’allenatore in campo, ma cerco di fare qualcosa, nel massimo della semplicità, con ragazze e ragazzi delle scuole, soprattutto delle elementari. Non sono certamente l’unico, anche perché penso che quasi tutte le Società, nella ricerca di nuovi giocatori facciano lo stesso: azione meritoria e indispensabile, anche se i risultati non sono proporzionali allo sforzo prodotto. I motivi, per quanto posso capire, sono tanti e pochi al tempo stesso. In generale, il minor numero di nascite finisce per penalizzare soprattutto le attività meno remunerative, dal punto di vista dei genitori (chi non ha un “Maradona” in casa?). Oltre a ciò, c’è la moda: lo sport di moda. Ci sono degli automatismi, che si rivelano a seguito di qualche grande prestazione, in particolare olimpica: da un giorno all’altro, siamo tutti schermidori, pattinatori, nuotatori, sciatori, eccetera. Un altro tema è quello della sicurezza, che si traduce nell’apprendimento di arti marziali, e così via. Nella scuola, in particolare, diventano dominanti, per tanti e ovvi motivi, pallavolo, pallamano e basket, per non parlare di nuoto, tennis e altro. A tutto ciò aggiungiamo il rugby, anche per la lunga e gloriosa tradizione cittadina, e il football americano. Considerando infine, che almeno un 30% dei potenziali atleti non partecipa ad attività sportive in senso stretto, ci si rende conto di quanto si operi ai margini, con striminzite possibilità di successo. Ciò che da una parte aiuta, ma dall’altra produce una continua incertezza, deriva dal fatto che un giovane pratica più sport, con una notevole sovrapposizione delle diverse attività. In tutto questa ridda di impegni, ciò che finisce per venir meno è l’aspetto ludico. Per affrontare e tentare di risolvere un problema tanto complesso quanto cogente, non esistano ricette miracolose per cui occorre pensare a un approccio diverso. Il primo, a mio parere il più importante, è quello della coordinazione e programmazione. Certamente ogni Società ha i propri obiettivi e, seppur non formalmente dichiarata, una propria area di influenza, che può estendersi dal quartiere urbano, dove ha la sede e soprattutto gli impianti, ai paesi limitrofi. La ricerca di potenziali atleti, veramente basilare, è svolta, stante gli impegni dagli allenatori che hanno già il compito di formare la squadra e di condurla in campo, da persone che hanno una certa disponibilità di tempo; tecnici che vengono da altri paesi e, persone che sono in pensione (anche se spesso ci sono più impegni da pensionato che da lavoratore). Lo spontaneismo, la voglia di fare e quanto collegato è senza dubbio ammirevole importante, ma si trova di fronte a una situazione altamente limitante. A Parma, e penso non sia l’eccezione, abbiamo Giocampus. Non ne conosco bene il funzionamento, ma vedo gli effetti. Da un progetto che intendeva coprire in modo coinvolgente e simpatico il periodo estivo, si è trasformato in una specie di “asso pigliatutto”, attraverso una attività che copre l’intero anno, tale da chiudere sostanzialmente la porta a tante altre attività, baseball in primis. In tal modo si è dato vita a un vero e proprio “business”, considerando i costi che le famiglie si sobbarcano per far partecipare i figli a corsi che paiono da  “jet-set”. Ciò è possibile grazie alla presenza di grandi sponsor, di tecnici e professionisti obbligatoriamente diplomati e, soprattutto, all’accordo con il mondo della scuola. Sappiamo bene in quali difficoltà si dibattono gli insegnanti, a cominciare dalla prima elementare, per cui tutto ciò che può aiutare il loro sforzo educativo è più che gradito. In pratica, ci restano le briciole; possiamo essere presenti un paio di settimane all’inizio e un altro alla fine dell’anno scolastico, ma in modo un po’ discontinuo, poiché qualche classe ha dei compiti da recuperare e c’è qualche torneo di altri sport da palestra da concludere. I risultati del lavoro di propaganda e convincimento che si può fare, nonostante tutti gli sforzi, è molto modesto. Penso che sia proprio per questo che occorra fare qualcosa, soprattutto parlarne faccia a faccia e giungere a una azione comune. Come in altre situazioni, in un certo senso dobbiamo soprattutto rompere la barriera che ci impedisce di essere nella scuola come ordinaria attività. È inutile negare quanto siamo sparpagliati, quanto siamo vittime della mancanza di un punto di riferimento qui, a Parma; aspettarci aiuti da altri mi sembra illusorio. Abbiamo una realtà e una potenzialità che dovremmo utilizzare meglio, a mio parere. Si tratta di quella Scuola del Baseball, nata tanti anni fa (ogni tanto riguardo ancora le dispense e gli appunti di, Guido Pellacini e altri), e che ora costituisce probabilmente il solo punto di incontro e di confronto. Pertanto il mio suggerimento è che sia la Scuola (SBP) di fare da collettore delle esigenze e delle difficoltà, e fare in modo che le Società possano, attraverso una comune intesa, rompere una barriera che pare altrimenti insormontabile. Come sempre “molti sono i chiamati, ma pochi gli eletti”, ma, restando alla finestra, possiamo soltanto essere immersi nell’assordante rumore del nostro silenzio. Apriamo la finestra, mettiamo fuori la testa: anche se nevica un po’, insieme possiamo farcela. Giuliano Masola, 5 marzo 2018

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