Dedicato a…

John Montgomery Ward (1860-1925) è stato un grande giocatore degli anni Ottanta del XIX secolo. In particolare, ha lanciato la seconda “perfect game” delle Leghe Maggiori. Una volta sceso dal monte, è diventato un interno e il capitano dei New York Giants. Non solo, è stato anche uno storico – confutando la tesi che il baseball derivasse dal “rounders”, un antico gioco inglese – e fra i primissimi a scrivere un manuale. “Baseball. How to become a player” resta fondamentale, soprattutto per chi è appassionato di ricerche e curiosità storiche. L’introduzione è dedicata al mito e alla storia del gioco: dalle origini ai tempi moderni. Ciò che colpisce è l’attenzione di Ward al mondo femminile. “Chi non ha mai accompagnato una giovane signora allo stadio, dovrebbe farlo. Quando è lì, comincia a commenta rele azioni, esprime le proprie opinioni sui diversi giocatori, sull’arbitro, e su tutto quanto concerne il gioco: giudizi tanto divertenti quanto indimenticabili. La sua passione, però, può raggiunge la violenza verbale, per cui, se la sua squadra perde, il lanciatore avversario può diventare un mostro cattivo. Nonostante tutto questo, capita che alla fine chieda:’Chi ha vinto?’. Purtroppo ci sono degli uomini, che pur credendo di saper tutto, non sanno spiegar loro bene il tutto. Pertanto, ho deciso di scrivere questo libro nel tentativo di far comprendere a queste signore il gioco e le sue regole”. Chi l’avrebbe mai immaginato che nell’ultimo ventennio dell’Ottocento si tenesse così in conto la presenza delle donne nello sport, anche se solo come spettatrici. Ward era un professionista e sapeva bene quanto contasse avere le tribune gremite. A pensarci bene, diventa spesso difficile comprendere a chi sono rivolti regolamenti e libri tecnici; in certo qual modo sono asettici, vanno bene per tutti, o meglio, dovrebbero. L’esperienza insegna quanto sia difficile spiegare il baseball. Non solo, in una società sempre più plurilingue esiste anche la necessità di tradurre, di farci capire. Chi va nelle scuole, ad esempio, avrà trovato talvolta ragazzi appena giunti da altri paesi che non sono ancora in grado di parlare la nostra lingua, per cui occorre in qualche modo affrontare l’ostacolo. Così si cerca utilizzare le immagini e, quando possibile un glossario di baseball nella loro lingua madre. Non è così facile come sembra, poiché quando si tratta di inglese, francese o spagnolo, con un po’ di pazienza qualcosa si mette insieme – nel caso del francese, ad esempio, sono andato a recuperare i depliant del Torneo di Bordeaux. Quando si tratta del tedesco, cominciano i problemi, anche se un vecchio glossario in otto lingue della United States Baseball Federation può dare una mano. Un caso attuale, molto più difficile, è quello della lingua filippina: delle 171 presenti, la più comune è quella tagalog; ho scritto un po’ in giro: vediamo. Per fortuna il ragazzino sta molto attento ed esegue bene quanto vede. La lingua, in realtà, è uno dei problemi. In ogni classe, o quasi, ci sono giovani con danni fisici, psichici e comportamentali. Il morbo di dawn è quello più presente; altri casi riguardano l’autismo, l’iperattività, la socializzazione. Un ragazzo che viene da altri paesi, che oltre ad avere problemi linguistici, ha anche problemi di altro tipo, comporta una gestione molto particolare. Gli insegnanti d’appoggio, per quanto bravi e volenterosi poco riescono a concludere, se nella classe si genera l’emarginazione, il rifiuto del malcapitato. È una realtà a fronte della quale, confesso, non ero preparato. È evidente che il “tagliato fuori” di oggi può costituire un grosso problema per domani. Quasi ogni minuto abbiamo davanti immagini di scontri violenti, ma ci abbiamo fatto, purtroppo,  l’abitudine. Eppure i giovani sono capaci di grandi cose. In una classe c’è un ragazzo dawn, cui i compagni vogliono un bene dell’anima, che riesce a battere da destro, da mancino e pure da inginocchiato: ogni sua battuta è una festa. In un’altra classe, ci riesce pure una ragazza che ha sempre la testa rivolta in alto e non si riesce a capire cosa pensi, né cosa guardi.. È una situazione, questa, che mi sta prendendo un po’ dal di dentro. Qualche anno fa mi era stato chiesto di vedere se riusciva a far qualcosa con il baseball per un ragazzo affetto da autismo. Dopo qualche tentativo ho desistito, ma mi è spiaciuto molto per la madre che mostrava un coraggio e una volontà incredibile. L’insegnante di appoggio mi ha detto che il baseball era l’unica attività sportiva che suscitava interesse nella ragazza suaccennata, chiedendomi se c’era la possibilità di aiutarla in tal senso. Le ho risposto che ci sono società, ma nessuna è strutturata per casi come questi. Cosa si può fare? Certo, abbiamo già tante difficoltà che pensare a dare un supporto in queste situazioni può essere utopistico. Si tratta però di persone, con una loro vita, con i loro problemi. Possiamo essere indifferenti – “c’è già chi se ne deve occupare”– ma la spada di Damocle è sempre pronta a colpire. La domanda di quella insegnante al momento non trova risposta. L’unica cosa certa è che fin che posso le darò una mano. In tutto questo mi gira per la testa una domanda: ma se riusciamo a far giocare i ciechi, è possibile che non si riesca a far qualcosa anche per altri?

Una delle caratteristiche più ricercata dagli scout è la dedizione. Imparare le regole alla perfezione o essere un campione non basta. Occorre dedicarsi anche agli altri, a chi ha bisogno, altrimenti, una volta giunti a casa base, finiremo per sentirci soli, con tanti rimorsi. Giuliano Masola, 5 ottobre 2017

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