Blow Up

di Giuliano Masola. “Blow” è un verbo inglese che significa soffiare; come in tantissimi altri casi, unendo un avverbio, il significato muta notevolmente. Chi ha vissuto gli anni Sessanta, ricorderà “Blow up”, un film del 1966 di Michelangelo Antonioni, basato sul racconto “Le bave del diavolo” dell’argentino Julio Cortázar. È la storia di un tipografo, che ama la fotografia e, scattando le immagini di due amanti in un parco, scopre un assassinio; purtroppo non riuscirà a dimostrarlo poiché il rullino gli verrà sottratto e il cadavere che ha trovato, tramite gli ingrandimenti, non sarà più ritrovato. La chiave è notevolmente pessimistica: l’eroe è sconfitto, ma Antonioni ci ha abituato a unire momenti di gioia e di tristezza, interrogandoc continuamente. Il film ebbe grande successo; potremmo dire che suscitò in tantissimi la voglia di fotografare, di cercare il soggetto, di esporre i risultati in casa. Applicata al nostro sport, che in quegli anni vedeva la sua grande crescita, ciò si rifletteva nelle belle foto, nei poster, nelle gigantografie esposte, ad esempio, da un negozio di fotografia che aveva preso il nome dal film; si trovava a Parma, quasi a barriera Repubblica. La voglia di foto, a partire dalla fine degli anni Sessanta, ha preso anche me, ma i risultati, salvo qualche rara eccezione, non sono mai stati gran che. In un certo qual modo mi ero un poco attrezzato: una Zenit comprata a Mosca (10 mila lire), un teleobiettivo, un grandangolo e soprattutto pellicole. Ho sempre preferito il bianco e nero al colore e utilizzato pellicole “estreme” come la HP 5 della Ilford. A mio parere, fotografare non significa esattamente riprodurre la realtà, per quanto istantanea, ma averne una versione. Quante volte andavo dall’amico Sergio, per sviluppare, ritagliare, aggiustare gli scatti, nel cucinino di casa sua, trasformato, per l’occasione, in laboratorio (facevo solo da osservatore/assistente, per la verità). Concorsi fotografici di ogni tipo permettevano a tutti di partecipare, di portare la propria versione di “blow up”. Anche se c’è chi persiste nell’utilizzo della pellicola è evidente che Il digitale ha cambiato tutto; permette tante cose, certamente, ma richiede una conoscenza non banale, visto il continuo progresso di strumenti e programmi. In questi giorni di torneo, il numero dei fotografi vaganti cresce a dismisura: un vero e proprio “blow up”. Non sempre però chi utilizza la macchina fotografica sa che può scattare foto all’interno di certe regole soprattutto non deve intralciare il gioco. C’è stato il caso di un signore abbigliato  da fotoreporter, che munito di un potente teleobiettivo ha cercato di riprendere scene e personaggi di un partita dai luoghi più diversi e impensati. Iniziato in modo classico, cercando di passare fra le maglie della rete, per poi mettersi lungo steso vicino alle linee di foul; poco dopo si è portato a pochi passi dall’esterno destro con la palla in gioco… non ho capito se volesse immortalare il figlio o cos’altro. Dopo la doverosa interruzione, si è tolto dal campo, non prima di qualche altro scatto per completare l’impresa. L’arte, in particolare quella della fotografia, richiede sacrificio, abnegazione, rischi. Come detto all’inizio “blow” significa soffiare come ci ricorda il neo premio Nobel Bob Dylan. Un soffio, per quanto modesto, spazza la polvere, il vecchi. Nei cosiddetti anni della contestazione sembrò che il vento delle nuove idee, di una diversa richiesta di partecipazione alla vita civile fosse tanto forte da essere vincente, ma lo fu solo in pochi casi. Cinquanta anni dopo non è rimasto molto; dalla t-shirt sbrindellata, dai lunghi capelli incolti alla cravatta il salto è stato fin troppo breve. La crescita del baseball in quel periodo, vista ora, ha però dell’incredibile: mentre si contestava l’Amerika (quella col “k”) di Nixon & C., a Parma, e non solo, un gioco tipicamente americano trionfava. Un elemento importante di questa crescita fu il collegamento con Cuba, che permetteva di mettere insieme ideologia e sport. I cubani avevano bisogno di trovare qualcuno, in Occidente, con cui fare scambi, colloquiare e noi avevamo bisogno di insegnanti di baseball un poco più vicini alla nostra realtà, fatta di grande entusiasmo ma anche di evidenti limiti tecnici. Avere giocatori, allenatori, arbitri cubani divenne per alcuni anni una consuetudine, rafforzata dall’organizzazione di coppe e tornei a livello intercontinentale e mondiale. Si trattava di persone semplici, che superavano con un grande afflato ideale problemi economici incredibili; chi ha avuto l’opportunità di conoscerli, penso se ne sia reso ben conto. Oggi ci stiamo abituando a vivere con persone provenienti da tutte le parti del mondo, anche se ci sono problemi di ogni tipo da superare per giungere a una normale convivenza. Buona parte dei ragazzi e ragazze che giocano a baseball e a softball, è originaria di altri paesi. I tornei esaltano questa partecipazione, poiché oltre ai figli che giocano ci sono i genitori, fratelli e sorelle. Si tratta di un mondo variopinto, cangiante, iridescente; un mondo che offre mille opportunità per chi ama la fotografia. In occasioni come queste, il nostro piccolo mondo pare espandersi, mostrare una sua grandezza, anche se temporanea. In queste giornate in cui il sole è particolarmente caldo, godiamoci tutto il bello che il baseball e il softball possono regalarci. Siamo sempre pochi e con notevoli problemi, ma non arrendiamoci. Come cantava l’indimenticato Pierangelo Bertoli, “Eppure il vento soffia ancora…” Giuliano Masola, 8 luglio 2017.

 

 

 

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