Inchiesta di Tuttobaseball: quale lascito dal World Baseball Classic?

Si è chiusa mercoledì notte un’edizione del World Baseball Classic che il sito della MLB non ha esitato a definire “storica”. Il torneo ha superato per la prima volta il milione di biglietti venduti, ottenendo risultati egualmente significativi in Asia (Tokyo in Giappone e Seul in Corea) e in America (Miami, San Diego e Los Angeles negli USA, Guadalajara in Messico). I numeri dell’audience televisiva dicono che, nei soli Stati Uniti, la finale ha avuto oltre 3 milioni di spettatori e che in Portorico il 70% dei televisori si è sintonizzato sulla telecronaca della partita.
Il World Baseball Classic insomma è vivo e vegeto ed è completamente smentita la catastrofica previsione che vedeva quella del 2017 come l’ultima edizione del torneo.

Per la nostra redazione il World Baseball Classic rappresenta in qualche modo un punto di partenza. Non lo abbiamo coperto in maniera costante, se non nella Final Four, sul sito. Però lo abbiamo seguito con attenzione. Notando soprattutto che ci sono punti di vista molto diversi sul valore che il Classic ha per il baseball italiano e sulla ricaduta che la partecipazione a questo torneo avrà sul futuro del nostro movimento.
Abbiamo inoltre notato che, con questa edizione, si sono quietate alcune voci tradizionalmente ostili all’operazione World Baseball Classic, che vede l’Italia (come del resto accade a buona parte delle altre Federazioni che partecipano) mandare in campo una nazionale che non è particolarmente coerente con la squadra azzurra che partecipa agli altri tornei. Se guardiamo la formazione titolare dell’Italia al Premier12 WBSC 2015 o all’Europeo 2016, balza all’occhio che dei titolari del Classic il solo Liddi ha fatto parte dei position player regolarmente utilizzati in uno dei 2 tornei. Tra i lanciatori, forse solo Crepaldi, Oberto e Florian hanno partecipato agli ultimi 3 tornei. Da Silva era all’Europeo ma non al Premier12, Lugo e Nielsen erano al Premier12 ma non all’Europeo. Vaglio è un punto fermo della nazionale ed è stato titolare inamovibile al Premier12 e all’Europeo, ma lo si è visto per un solo turno di battuta al Classic.
A fare le pulci alla rosa dell’Italia ci ha pensato comunque il Presidente del Venezuela Maduro, immediatamente ripreso dalla stampa di casa nostra (prima tra tutti, Repubblica) e altrettanto immediatamente corretto dalla FIBS, che si è giustamente premurata di far sapere che “le regole sono state rispettate”.

Dopo 4 edizioni, è comunque giusto chiedersi cosa rappresenta il World Baseball Classic per il baseball italiano. Con un premio di partecipazione di 300.000 dollari garantito, per quanto da dividere con gli atleti, è sicuramente tra le maggiori fonti di risorse esterne per la FIBS. La storica qualificazione al secondo turno conquistata nel 2013 valse altri 400.000 dollari (sempre da considerare al 50% spartiti tra gli atleti).
Al World Baseball Classic, insomma, l’Italia non può assolutamente rinunciare. Ma dal punto di vista strettamente tecnico, la partecipazione lascia qualche eredità? Per gli atleti cresciuti in Italia, far parte della spedizione è un obiettivo di carriera o l’utilizzo di giocatori che in Italia non hanno mai giocato (e facilmente mai giocheranno) è fonte di frustrazione?

Per rispondere a queste domande, abbiamo preparato una serie di articoli che daranno voce ai tecnici italiani che il World Baseball Classic lo hanno conosciuto per aver guidato gli azzurri nel torneo quando erano manager della nazionale (Faraone e Mazzieri) oppure qualificandosi con un’altra nazionale (Mazzotti, che vinse il primo “qualifier” nel 2012 e fu il manager della Spagna nell’edizione 2013).

State pronti: a partire da questo week end pubblicheremo sull’argomento una serie di articoli che provano ad affrontare la questione senza preconcetti e con l’unico scopo di fornire al lettore tutte le informazioni di cui ha bisogno.

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