Onda Emilia e “un microfono in ogni stadio”

Con questo articolo Gianluigi Calestani apre il suo racconto della stagione 1985, la prima che ha vissuto come radiocronista. Racconta la nascita di una passione, l’avventura di un gruppo di talentuosi volontari e inaugura la serie di approfondimenti e curiosità sulla storia del nostro movimento, che vuole essere un fiore all’occhiello per Tuttobaseball

A quei tempi le radio private spopolavano. L’informazione nazionale viaggiava soprattutto attraverso quotidiani e telegiornali, quella locale attraverso la Gazzetta di Parma e le radio private. Difficile capire, a più di trent’anni di distanza e senza aver vissuto quel periodo, quale importanza avessero assunto le emittenti private nel panorama informativo cittadino. Per spiegarlo basta un dato: a quel tempo i dati Audiradio relativi alla città di Parma mettevano Radio Emilia, Radio Parma e Onda Emilia davanti ai canali radiofonici RAI e ad importantissimi network nazionali nelle classifiche di ascolto in alcune fasce orarie.

Il “Dedichevolissimevolmente” di Gabriele Majo era un must per ogni adolescente della città, i notturni di Fabrizio Pallini, bobinoni di tre e più ore, accompagnavano le serate di tantissimi parmigiani: all’epoca non esisteva esercizio commerciale nel quale la radio non fosse sintonizzata su una stazione locale. Soprattutto quando si parlava di sport. Onda Emilia nacque da una costola di Radio Emilia e non fu un parto indolore, fu una specie di moto carbonaro che spiazzò moltissime persone. Si racconta, ma è la verità, che qualche collaboratore passò dell’altra parte a propria insaputa venendo avvertito nottetempo e a giochi fatti attraverso uno strettissimo giro di telefonate.  Il fiore all’occhiello di Onda Emilia era la Redazione Sportiva, formata da un nutrito gruppo di giovanotti che prestavano la loro opera a titolo completamente gratuito. O quasi. Le trasmissioni sportive iniziavano il sabato pomeriggio alle 14 con la presentazione di tutto quello che sarebbe accaduto nel weekend, proseguivano attraverso le radiocronache delle partite di tutte squadre cittadine e terminavano il lunedì sera alle 20 con la sigla di chiusura della trasmissione di commento. Lo slogan “Onda Emilia, un microfono in ogni stadio” non poteva essere più veritiero. Spuntavamo come funghi ovunque scendesse in campo una squadra di qualsiasi sport con la scritta Parma sul petto. Ma di questo parleremo, e tanto, più avanti. Per capire ancora meglio è fondamentale la spiegazione di due concetti basilari. Il primo è legato al panorama dello sport parmigiano in quei tempi. Il Parma calcio si dibatteva tra esaltanti promozioni in serie B e amare retrocessioni in serie C. La fantasia popolare veniva accesa da altri sport, pallavolo e baseball in primis. La mitica Santal combatteva con Modena a colpi di scudetti e Coppe dei Campioni, la World Vision mieteva titoli nazionali ed europei in successione. Il rugby cercava di combattere la netta supremazia degli imbattibili squadroni veneti mentre, a livello femminile, il basket, la pallavolo e il softball giocavano con successo nel massimo campionato e si prendevano grandi soddisfazioni. Insomma, quello che poco dopo anche a Parma sarebbe diventato il cosiddetto “sport minore”, viveva una stagione di grande splendore e convogliava moltissimo pubblico sulle tribune di stadi e palazzetti dello sport. Il secondo concetto è strettamente legato alle tecnologie di quei tempi. Nel 1985 non esisteva Internet, non esistevano telefoni cellulari, la posta elettronica e gli sms erano ancora ben lontani dall’essere inventati. La televisione – niente satellite, ovvio… – trasmetteva pochi e selezionati programmi sportivi attraverso un esiguo numero di canali, le televisioni private della città non avevano la possibilità di produrre direttamente gli eventi locali. Chi si fosse azzardato a scrivere un biglietto con la scritta “TVB” sarebbe stato guardato con sospetto, solo Freak Antoni poteva permettersi di sostituire le lettere “ch” con una semplice “k”. E, a ben vedere, anche lui veniva guardato con un po’ di sospetto. Oggi è tutto più semplice.  Accendi il telefonino e sei reperibile in tutto il mondo, entri in uno stadio e, se c’è campo, puoi raccontare al tuo interlocutore tutto ciò che sta accadendo.  Accendi il computer e accedi ad ogni tipo di informazione in tempo quasi reale, puoi crearti una personale web-radio e trasmettere tutto ciò che vuoi. Noi avevamo ben altre priorità. Innanzitutto serviva una linea telefonica fissa per poter comunicare con la nostra regia. No telefono = No diretta. Una volta trovato il telefono servivano un micidiale marchingegno, chiamato traslatore, ed un mixer azionato da un volonteroso regista per trasformare in diretta radio tutto ciò che noi dicevamo. Va da sé che spesso la qualità non era eccezionale.  Dai palazzetti della pallavolo uscivano solo urla scomposte dalla cui intensità si cercava di capire chi avesse messo la palla a terra, dagli stadi di calcio si intuiva la pericolosità delle azioni in base ai boati del pubblico.  Ovviamente la nostra massima preoccupazione era quella di avere un telefono a disposizione per poter raccontare le partite. Nacquero così i “pool radiofonici”. Il meccanismo era semplice: ogni emittente locale garantiva la radiocronaca a quella della squadra ospitata e riceveva lo stesso servizio in occasione della partita di ritorno.  Noi però avevamo immediatamente capito che ai nostri ascoltatori non piaceva – ad esempio – la radiocronaca di un Bari-Parma di calcio fatta da un collega pugliese e così, nel limite del possibile, cercavamo sempre di avere un nostro inviato sul posto. Semplice a dirsi, molto meno a farsi: nella migliore delle ipotesi era disponibile un solo apparecchio telefonico per i cronisti delle due radio, nella peggiore ci si ritrovava a lavorare in condizioni al limite (spesso oltre) dell’assurdo. La contropartita? Volete mettere la soddisfazione di sentirsi dire “Ho seguito la tua radiocronaca da Licata” dalla ragazza preferita del momento? Qualcuno a Licata è andato davvero… Giampaolo Verri era un tecnico di Onda Emilia dotato di grande inventiva. Preparò un cavo telefonico di lunghezza chilometrica con il quale riuscimmo a risolvere un’infinità di problemi. Il concetto era semplice: negli stadi dove non esisteva una linea telefonica o dove la stessa ci veniva negata si andava alla ricerca della prima presa telefonica disponibile, si recuperava il relativo numero, si srotolava il solito chilometro di cavo e poi ci si sistemava in un punto dal quale si potesse seguire la partita.  Più volte mi è capitato di raccontare partite di baseball dal bullpen di una delle due squadre o dalla finestra di un’abitazione privata. Una strepitosa palestra di radiofonia e di vita che mi sarebbe servita, e non poco, negli anni successivi. Come facevamo? Semplice, bastava avere una bella faccia tosta o quello che a Parma si definisce “becco di ferro”. Si stabiliva quali finestre facessero al caso nostro, poi si iniziavano a suonare campanelli finché qualche anima pia, spesso dietro consegna di un paio di biglietti da diecimila lire, ci concedeva l’uso del telefono di casa. Il tutto dopo avere recitato il solenne giuramento che non avremmo usato la linea per chiamare ma solo per ricevere la telefonata della radio. Poi, il lunedì sera, dovevamo schivare gli accidenti di Giampaolo Verri mentre lo aiutavamo a ricomporre la matassa di un cavo che avevamo restituito pieno di un chilometro di nodi. Sembra preistoria, lo so. Però provate a prendere un parmigiano sopra i 45 anni e fategli sentire la musica di “Happy children” di P.Lion. “Ma questa è la musica dello sport di Onda Emilia” – vi risponderà immancabilmente. E voi, mentre sorriderete, sarete assaliti da un sentimento strano, a metà tra la malinconia e la soddisfazione.

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