A proposito di fuoricampo

di Giuliano Masola. Per parlare di fuoricampisti, o “sluggers” se preferite, occorre innanzitutto sapere cos’è un fuoricampo. La traduzione di “homerun”, infatti trae in inganno, poiché si può giungere direttamente a punto se la palla resta “inside the park”, cioè non supera la recinzione, e il battitore corre “da casa a casa”. Questo secondo tipo è probabilmente più spettacolare, poiché vi è un elemento di rischio per il corridore: la probabilità di essere eliminato prima di toccare il piatto. Guardando le statistiche (in primis quelle del Baseball Almanac) ci si rende conto, come, con l’evoluzione del gioco, degli impianti e delle attrezzature, a fronte dell’incremento dei classici fuoricampo, ci sia stata una progressiva riduzione di quelli interni. In questo caso si annoverano dei veri specialisti: Jesse Burkett “il Granchio”, ne ha realizzati 55 fra il 1890 e il 1905; Sam Crawford 51 (1899-1917), Tommy Leach 48 su 63 in carriera (1898-1918) e Ty Cobb 46 (1905-1928).

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Salvati dallo Slow-pitch?

Girovagando in internet, con le dovute cautele, si possono trovare tante cose interessanti. Una di questi è un filmato del 1924 che riprende una partita di baseball sul ghiaccio, dove si evidenzia la partecipazione soprattutto di ragazze. La palla, come si usava allora veniva lanciata da sotto: un giro di mazza e una gran corsa sui pattini da una base all’altra. Le scivolate erano praticamente automatiche, con attaccanti e difensori  che finivano distesi e abbracciati sul ghiaccio; le basi erano costituite da piccoli accumuli di neve, in modo da evitare infortuni. Si potrebbe pensare che è una storia vecchia, passata, ma in realtà non è così, poiché ancora oggi, nei college in particolare, si gioca sul ghiaccio come attività precampionato.  

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1949-2019, Un passo alla volta

di Giuliano Masola. Credo sia sempre importante sapere dove ci troviamo e perché. Nei manuali degli anni Sessanta-Settanta, si suggeriva agli allenatori, per prima cosa, di compiere un giro delle basi coi potenziali giocatori per far comprendere loro sia il percorso, sia la diversa visione che si aveva da ciascun punto del diamante. Quando si comincia tutto è difficile: anche i migliori giocatori di gerlo (o lippa) vanno in crisi. L’allenatore deve pur raccontare, spiegare i motivi per cui si gioca in un certo campo, in un certo modo, con termini che non sono esattamente quelli usati nei borghi e nelle piazzette. “Cos’è il baseball?” è la domanda ricorrente cui occorre dare una risposta semplice, se vogliamo pop, nel senso di “popular”, come un certo genere musicale. Anche in questo caso occorre partire da lontano. Gli antichi Greci nella loro impresa di colonizzatori, sentivano la necessità politica e religiosa di spiegare cosa c’era alla base della loro nuova città, in una nuova terra, per cui il mito fondativo legato all’”ecista” (cioè al capo della spedizione) e al dio o alla dea che li guidava, diventava fondamentale. La trasmissione orale trasformava rapidamente i fatti in racconti. Anche nel baseball la narrazione non è esattamente una puntuale descrizione degli avvenimenti per cui c’é chi afferra al volo la situazione (passando immediatamente da giornalista a esterno, si potrebbe dire).

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Metti Ichiro nel motore

di Giuliano Masola. Mi sarebbe piaciuto essere fra i 45 mila del Tokio Dome a vedere l’ultima partita di Ichiro, il 21 marzo, al termine del secondo di due incontri fra i Mariners e gli Athletics. Una volta il grande campione disse che era caratteristico dei Giapponesi spegnere le personali emozioni, ma questa volta la cosa è stata diversa. Certamente giocare da professionista ad altissimo livello fino a 46 anni non è cosa da tutti i giorni, poiché occorre associare al talento una costante cura di se stessi, sia fisco che mentale, e la capacità di sviluppare le abilità nel tempo, con quel po’ di fortuna che non guasta. Che di cognome faccia Suzuki pochi lo ricordano ‒ per noi la Suzuki è una moto dalle brillanti prestazioni, di quelle da impennata ‒ anche perché sulla casacca da pro delle Grandi Leghe c’è il nome di battesimo, quello che normalmente in Giappone viene designa il primo nato. E non il cognome.

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Grazie, Gian Carlo

di Giuliano Masola. Da qualche mese Gian Carlo Rosetti non si occupa più dei calendari delle partite per la nostra area (Parma e provincia). Il Consiglio Regionale recentemente aveva deciso un affiancamento che non è stato gradito, anzi ritenuto come un invito ad andarsene, cosa che elegantemente Gian Carlo ha fatto. Una situazione imprevista, poiché, da un giorno all’altro, si è passati dal consenso unanime all’ostracismo. Certo, gli anni lasciano il segno, il carattere magari si indurisce un po’, le situazioni si evolvono (si cerca di fare il massimo dell’attività avendo pochi atleti a disposizione), per cui non c’è da meravigliarsi. Quanto accaduto non è un caso raro e, semplicemente, ci si potrebbe passare sopra. Ma non sono d’accordo, non sono proprio d’accordo sul lasciare che tutto resti nel silenzio, nel disinteresse. I cambiamenti sono necessari, ma occorre gestirli, soprattutto quando si ha a che fare con una realtà complessa, in una società che fa una estrema fatica a stare insieme, a tutti i livelli, come possiamo facilmente constatare. Purtroppo ciò è collegato al fatto che non esiste più un Comitato Provinciale da sei anni ‒ e non se ne vede un ripristino in futuro ‒ con una sede in cui i rappresentanti di società, e non solo, possano confrontarsi. Pertanto, possono bastare poche persone a decidere; i restanti sapranno a “babbo morto”, come si dice. Beh, essere messo alla porta dopo 44 anni di duro e costante servizio fa pensare. Da  un giorno all’altro nessuno ti telefona più, ti scrive più, magari manco ti saluta. Nel 1929, i Philadephia Phillies vinsero le World Series battendo i Chicago Cubs e Babe Ruth, l’11 agosto, realizzò il suo 500° fuoricampo. Poco tempo dopo, il 24 ottobre, l’inaspettato crollo di Wall Street mise in ginocchio l’America, coinvolgendo, a distanza di pochi mesi, l’Europa.

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