Cinquanta? Non basta.

di Giuliano Masola. Ci prepariamo al 50° del Softball di Parma, facendo riferimenti in particolare alle due prime squadre, Astra e Victoria, ma cercando di guardare oltre. In questi giorni “ai domiciliari” è una cosa che aiuta a ben sperare, a vedere rosa. L’aria è di Primavera, anche se non è detto che qualche colpo di coda dell’Inverno ci potrà essere. Qualche settimana fa è stata lanciata l’idea di un giornata per ritrovarci e far festa. L’amore per il batti&corri al femminile, che sembrava sopito da tempo ‒ da troppo tempo ‒ sta così ritrovando le sue protagoniste, i suoi protagonisti. C’è voglia di incontraci, raccontare, chiacchierare, tornare a far progetti.

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Domani inizia il primo Europeo di Baseball5

Inizia domani il primo Campionato Europeo assoluto di Baseball 5 della storia a Vilnius (Lituania), che vedrà l’Italia fra le 16 partecipanti. La rassegna continentale, che si svolgerà dal 28 febbraio al 1 marzo, porta in dote anche due posti per il Mondiale che si terrà il prossimo mese di dicembre e a cui parteciperanno le prime 2 classificate dell’Europeo. 
 
“L’idea di partenza del progetto è quella di lavorare su giocatori e giocatrici giovani, dinamici, già parte del movimento e che conoscono le regole e le dinamiche del nostro sport. Atleti che possono vedere questa come la prima tappa di un’opportunità da proseguire.” ha dichiarato il manager della nazionale italiana di Baseball5, Maurizio Balla. “Saranno partite veloci, di 5 inning e durata attorno ai 15-20 minuti. Il gioco è velocissimo, quindi l’ideale sono giocatori abituati a giocare in campo interno, di statura medio-piccola  Il roster è composto da 8 giocatori, 4 maschi e 4 femmine e in campo devono sempre essere presenti almeno 2 rappresentanti di ciascun genere. I 5 componenti dello starting lineup possono rientrare una volta, mentre chi entra dalla panchina, una volta sceso, è fuori per la partita. Dal punto di vista del valore degli avversari, ovviamente è impossibile avere elementi di valutazione”. 

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La lezione di Moby Dick

di Giuliano Masola. Immagino che molti conoscano la storia della spietata lotta fra l’enorme capodoglio bianco e il capitano Achab. Probabilmente, il libro di Herman Melville, edito nel 1851, è uno dei più belli mai scritti; lo si legge ad ogni età e si presta a tante interpretazioni. Probabilmente, come tanti altri, non entra più a far parte del bagaglio culturale necessario alla formazione dei giovani: a che serve misurarsi con le forze della natura con un solo arpione? meglio i cannoncini coi dardi esplosivi: si fa prima e non si rischia. Alla caccia di Moby Dick c’è una squadra eterogenea, a prima vista, ma ben adatta allo scopo. Achab, un manager di quelli proprio tosti, non guarda tanto per il sottile i suoi, ma è tutto proteso all’obiettivo: una ultima e decisiva partita. Nel libro i riferimenti alla Bibbia sono numerosi, offrendo una chiave interpretativa tutta particolare. Non a caso, Melville, battezza il comandante della baleniera ‒ un nativo di Nantucket, piccola isola del Massachussets ‒ col nome di un re di Israele, noto per aver abbandonato la fede ebraica e aver perseguitato il profeta Elia; la sua fine è stata tragica. Chi fa memoria della incredibile caccia è Ismaele, che prende il nome un personaggio citato sia nella Bibbia che nel Corano: è “colui” che ascolta o “il traduttore”: un nome un programma, si potrebbe dire. I collaboratori del manager, in questa singolare squadra, sono Starbuck e Stubs, rispettivamente primo e secondo ufficiale, o se preferite il pitching e il batting coach. Incredibile a dirsi ancora oggi un certo Greg Starbuck è un allenatore degli interni nella organizzazione dei Tigers, proseguendo una attività più che ventennale; con una esperienza da vendere, quindi. Nel romanzo, Starbuck è «l’uomo più cauto che si possa trovare nella baleneria», prudente ma non codardo, è uno dei più riluttanti ad assecondare Achab; non si ribella, ma in qualche modo cerca di far comprendere al comandante l’insensatezza del suo piano. A chi ha un po’ di memoria, invece, Stubb fa tornare alla mente il 1982, anno in cui Mike Stubbins vinse lo scudetto durante quella che si potrebbe definire l’era Parmalat del baseball parmense: un successo dietro l’altro. Chi ha avuto modo di conoscerlo ha avuto la possibilità di vedere un vero professionista all’opera, sulle orme che Chet Morgan aveva lasciato oltre un decennio prima. Se non ricordo male, la sua teoria era quella di battere la palla il più lontano possibile, per mettere costantemente in crisi la difesa e permettere ai corridori di avanzare una base in più. Ma proseguiamo nella disamina del nostro lineup baleniero. C’è Flask, terzo ufficiale, uno di quelli che fa da suggeritore: il mare, come il lavoro, non lo entusiasmano tanto, ma bisogna pur campare. Queequeg, un gigante nativo di un’isola della Polinesia, è primo baleniere. È un personaggio di non molte parole, ma dà sicurezza tutti: i suoi arpioni sono lanciati in modo potente non lasciano scampo e sa rischiare anche la propria pelle per salvare chi è in difficoltà: uno slugger, uno di quelli che può ricordare Cotton e Roman. Tashtego è il secondo ramponiere, un forte e risoluto guerriero indiano; l’abilità dei nativi americani era famosa anche fra i cacciatori dei balene. Una curiosa assonanza. Un mese fa i Devil Rays di Tampa, per aumentare la capacità offensiva hanno acquisito Yoshitomo Tsutsugo, interno/esterno giapponese di tutto rispetto: nel campionato nipponico ha realizzato 205 fuoricampo, battendo a casa 613 punti. C’è pure Daggoo, terzo ramponiere, un gigantesco negro dell’Africa, che però non è uno schiavo: la sua è una scelta libera, così come può essere libero il giro di mazza di un quinto in battuta. Un personaggio particolare è Pip, un giovane e piccolo nero, schiavo latitante, nonché marinaio goffo e stralunato; ogni volta che va a caccia cade in mare, finendo quasi pazzo: uno di quelli che fai fatica a mettere in squadra, ma che talvolta sei costretto a utilizzare. Fedallah è un asiatico misterioso, molto vicino al comandante Achab. La sua mente tende ad andare oltre, a vedere lontano, e gli prevedere la brutta fine per lui e li suo comandante. Il cuoco di bordo si chiama Lana Caprina: uno che conosce tutte le ricette possibili per cucinare pinne di balena; prende ragioni balorde da tutti, ma di lui non si può fare a meno. Il comandante Achab, dopo un lunghissimo inseguimento attacca Moby Dick con la sua squadra, ma nel suo sconsiderato tentativo trova la morte, mentre il gigantesco capodoglio bianco, con tanti arpioni che lo adornano come stelle al merito, prosegue la sua corsa nell’oceano. Vi chiederete: e allora, che c’importa? Beh, penso che tante volte ci siamo sentiti come Achab, attaccando a testa bassa, sottovalutando l’avversario e lasciando da parte il cervello. È proprio qui dove si annida la sconfitta: nella perdita della ragione (quante volta ci capita di vederlo ogni giorno!). Achab, travolto da un incontenibile desiderio di vendetta, porta alla rovina quasi tutto l’equipaggio, mentre Ismaele si salva miracolosamente, riuscendo così a tramandarci una drammatica lezione di vita. E il diamante a ben pensarci non è da meno, anche se i termini dello scontro con sono così violenti e crudeli. Si tratta di una sfida in cui la capacità mentale e la forza fisica devono continuamente trovare il giusto mix. Come diceva Yogi Berra: per il 90% è una questione di testa, per il 50 % di fisico. La somma la lascio fare a voi.

Giuliano Masola, 19 gennaio 2020.

Berliner tips

di Giuliano Masola. Talvolta capita di farsi quasi 1200 km per andare in una grande città e non vederla. Così è capitato a Berlino, dove lavori legati al trasloco di mio figlio hanno comportato una quarantotto ore di non stop. Tutti piccoli ma indispensabili lavori di adattamento nella ricerca di soluzioni tali da rendere il più confortevole possibile un piccolo appartamento. In una casa dove si  “batti&corri”, fra trapano, martello e seghetto, parlare di baseball e softball ha aiutato a rendere più simpatico il tutto. Fra l’altro, il discorso è finito su un berlinese in Major League: Maximilian Kepler-Różycki, che ha debuttato nei Twins nel 2015. La sua è una storia tipica della parte della Germania proiettata a Oriente e soprattutto di una città che continua ad accogliere praticamente tutti. È nato a Berlino il 10 febbraio del 1993; la madre di Max, Kathy Kepler è di S. Antonio (Texas), mentre il padre Marek Różycki è polacco; entrambi sono ballerini professionisti. A sei anni Maximilian era destinato a diventare un giocatore di tennis, frequentando la scuola “Steffi Graf”; poi un giocatore di pallone con l’Herta, ma alla fine ha scelto il baseball, giocando nella Little League della scuola John F. Kennedy di Berlino. Fin dall’inizio ha mostrato talento e dedizione, finendo coi Buchbinder Legionäre di Regensburg (la “città della pioggia”, l’antica Ratisbona). I Legionäre (Buchbinder è il nome dello sponsor: un’azienda di autonoleggio, nonostante il nome ‒ “rilegatore di libri”‒ rappresentano una delle più prestigiose formazioni tedesche (hanno vinto cinque titoli nazionali) è hanno un ottimo complesso sportivo, per cui farvi parte è importante. La vicenda che avrebbe portato Kepler alla Major League iniziò quando questo aveva quattordici anni: Andy Johnson, uno scout internazionale dei Twins lo notò a un torneo internazionale e un paio d’anni più tardi Kepler firmò un contratto di 800mila$, la cifra più alta mai offerta a un giocatore nato in Europa all’epoca. Certo, a sedici anni non si può pretendere di far parte dello Show: occorre imparare, Così Max ha dovuto seguire il percorso che da campionati di livello “rookie” lo avrebbe portato a rappresentare i Twins nella Future All Star Game del 2015, nonostante un dolore alla spalla gli impedisse di giocare. Nello stesso 2015 fu nominato Giocatore dell’Anno della Southern League con una media battuta di .327, 9 fuoricampo e 18 basi rubate; il 27 settembre debuttò coi Minnesota Twins e il 4 ottobre realizzò la sua prima valida da professionista. Dopo Donald Lutz (che ha debuttato nei Cincinnati Reds nel 2013), Kemp è il secondo giocatore nato in Germania a giocare in Major League in tempi recenti. Nel 2016, dopo alcune sporadiche apparizioni, Kepler ha occupato stabilmente il suo ruolo di esterno. Il 1° agosto divenne il primo giocatore nato in Europa a battere 3 fuoricampo in una partita (il 5° nella storia dei Twins) contro gli Indians. Max Kepler è un giocatore dalle elevate prestazioni: nella settimana del 26 maggio 2019 è stato nominato Giocatore della Settimana; a fine stagione la sua media battuta è stata di .252, l’andata in base di .336 e la media bombardieri di .519 Nonostante il Minnesota sia un paese accogliente (il 39% degli abitanti dichiara di avere origini tedesche e il 32 % scandinave) Maximilian è legato a Berlino, agli amici e compagni con cui ha giocato; così lo scorso novembre, in occasione di Tour europeo di propaganda è stato accolto con grandi feste nella città natale. In Germania il baseball non è lo sport nazionale, ma ciò non significa mancanza di un buon livello di gioco, in particolare nella massima serie. In passato altri berlinesi hanno giocato da professionisti in America: Heiz Becker (1943-1947), Fritz Buelow (899-1907), Ed Eiteljorge (1890-1891), Dutch Schlieberer (1923). Kemp, tedesco, polacco e americano rappresenta un cocktail di successo (peccato che non ci sia un po’ di italiano). Nel nostro massimo campionato non abbiamo avuto berlinesi, ma tedeschi si; uno per tutti, Dave Pavlas. Anche se sono passati più di venticinque anni, molti ricorderanno quel 1994 quando il lanciatore nativo di Francoforte, che aveva avuto una esperienza da professionista coi Cubs nel 1990-91, contribuì tanto alla conquista dello scudetto per Parma. L’anno dopo sarebbe passato agli Yankees, dove avrebbe avuto modo di giocare dopo la conclusione di uno sciopero di quasi otto mesi dei giocatori della Major League. La sua carriera però fu breve (1995-1996), lanciando in venti partite. Max Kepler forse non finirà nella Hall of Fame, ma certamente fa bene al baseball europeo, quello che fa così fatica a emergere. Soprattutto ci aiuta a capire quanto sia importante coniugare abilità e adattare stili di vita per ottenere migliorare (ciò che fanno tanti nostri ragazzi che lavorano, studiano e giocano all’estero). Oggi più che mai ‒ basta solo mettere il naso fuori dalla finestra ‒ si comprende quanto lo scambio produca lo sviluppo di nuove idee, porti a nuovi progetti, crei opportunità…  Bitte, vi devo lasciare: chiamano per salire a bordo… Auf wiedersehen!

Berlin-Schönefeld Airport, 5 gennaio 2020

Papillon

di Giuliano Masola. Nel 1969 (in Italia nel 1970) comparve nelle librerie “Papillon”, il libro autobiografico di Henri Charriere: il racconto della sua prigionia e dei suoi tentativi di evasione ‒ l’ultimo è riuscito nel 1945. Il romanzo diede spunto per l’omonimo film del 1973 e il “remake” del 2017. Il nomignolo dell’ergastolano derivava da una farfalla tatuata sul petto. Ci si può chiedere cosa c’entri tutto questo col baseball. Beh, un piccolo collegamento c’è: i commentatori di lingua francese usano papillon per indicare quella che è più nota come “knuckle ball, la palla di nocche. Penso che i tanti che hanno visto il film, avranno ben presente la sequenza in cui i prigionieri vanno a caccia di bellissime farfalle blu, dalle quali verrà tratto un prezioso e costosissimo colore (tranquilli, il danaro non finiva nelle tasche dei detenuti). Una farfalla, quindi, un insetto maestoso, dal volo erratico, imprevedibile, tale da sfidare le menti dei fisici. Un volo che viene continuamente studiato per poterlo trasferire ai velivoli (in particolare militari). La palla di nocche non è facile da lanciare e ogni lanciatore la spedisce la battitore in modo diverso. Non si tratta di un lancio veloce: la palla praticamente non ruota e finisce per cadere. Oltre al battitore, ricevitore e arbitro vanno in crisi: dove finirà il lancio, come e dove passerà nella zona dello strike? La knuckle ball ha origini lontane nel tempo. Pare che il primo a eseguire questo lancio sia stato Thomas H. “Toad” Ramsey dei Louisville Colonels (American Association) fra il 1885 e il 1890. Certamente la palla di nocche era nel repertorio di Andy Cicotte, lanciatore destro coinvolto nel Black Sox Scandal del 1908 (da cui “Eight men out”). In tempi più recenti, maestri del knuckle sono stati Phil Niekro, Charlie Hough e Tim Wakefield. Il lanciatore che più di recente ha mostrato abilità in questo lancio è Steven Wright (Red Sox): purtroppo la sua carriera è stata segnata da squalifiche anche pesanti. Come detto, i battitori di fronte ai “butterfly” vanno in crisi, per motivi psicologici secondo il fisico americano Robert Kemp Adair, ciò è dovuto ai limitati tempi di reazione della mente umana per cui colpire la palla è sostanzialmente una questione di fortuna. Certamente c’è della verità, soprattutto che i battitori si allenano in modo particolare quando sanno di dover affrontare un lanciatore di nocche. I lanciatori di knuckle sono sempre più una rarità per due motivi: gli scout sono prevalentemente orientati alla velocità e alla potenza, oltre a ciò c’è una difficoltà tecnica. Per riuscire a padroneggiare questo lancio ci vuole molto tempo: un anno solo per impugnare correttamente la palla: non c’è velocità e potenza, per cui c’è tutta la meccanica di lancio che va adattata. Una volta imparato, si può fare in modo che la palla danzi, volteggi, devii e finisca per tuffarsi verso un ricevitore non certo di poterla afferrare correttamente. Gli occhi del battitore, ma non solo i suoi, cercano di seguirne l’erratica traiettoria, cercando il momento migliore per sventolare la mazza. Una bella sfida, un delle tante sfide che il diamante ci riserva. Anche il pubblico va in crisi: la lentezza del lancio e il suo procedere verso il piatto aumentano la tensione: l’attesa può diventare quasi spasmodica. La “farfalla” incanta, tenendo tutti col fiato sospeso. La farfalla è imprevedibile, inafferrabile, spesso di una bellezza sorprendente. Siamo abituati a vedere negli stadi delle Grandi Leghe animali di tutti i tipi, scoiattoli, gabbiani, torme di moscerini, perfino orsi. A metà dello scorso settembre però, si assistito allo show di una farfalla, al Roger Centre Field di Toronto, nella partita fra i Blue Jays e gli Yankees. Ali variopinte unite a un volo elegante hanno messo in scena una specie di danza, posandosi sul guanto di Zack Britton, rilievo degli Yankees, e lasciandolo al momento del lancio. Non solo: prima della partita aveva volato fra diversi giocatori di Toronto, posandosi alla fine su una gamba di Vladimir Guerrero jr.: voleva entrare a far parte della squadra! È stata definita la più bella immagine della settimana. La bellezza, quando si unisce all’eleganza è qualcosa che conquista. Conquista i battitori che cercano di inseguirla, spesso invano. Perché parlare di farfalle? Un po’ per la stagione che ci impedisce di andare in campo, un po’ di distinguerle dalle lucciole e dalle chimere. Questo è il periodo in cui ogni società fa il punto e si prepara alla prossima stagione, in cui occorre fare i conti coi numeri: in quanti siamo? Ce la facciamo a metter in piedi una squadra? Quante squadre complessivamente avremo? E da lì tutto il resto. Occorre, come sempre, rendersi conto della realtà: numeri piccoli e costi grandi, con sempre  minori possibilità di trovare finanziamenti. Questo non ci deve far “sfarfallare”, ma cercare di far entrare la palla nella zona che più ci si addice, con l’abilità che ci ritroviamo: volare basso non significa rinunciare a grandi obiettivi, anzi permette di utilizzare la mente al giusto ritmo. “Non puoi startene seduto sugli allori e ammazzare il tempo con giocherellando in campo. Devi lanciare la palla su quel dannato piatto e tener conto che l’altro ha la possibilità di colpirla; è per questo che il baseball è il gioco più grande”. Proviamo a lanciare la nostra “farfalla”: la bellezza vincerà.

Giuliano Masola, 6 novembre 2019.