Papillon

di Giuliano Masola. Nel 1969 (in Italia nel 1970) comparve nelle librerie “Papillon”, il libro autobiografico di Henri Charriere: il racconto della sua prigionia e dei suoi tentativi di evasione ‒ l’ultimo è riuscito nel 1945. Il romanzo diede spunto per l’omonimo film del 1973 e il “remake” del 2017. Il nomignolo dell’ergastolano derivava da una farfalla tatuata sul petto. Ci si può chiedere cosa c’entri tutto questo col baseball. Beh, un piccolo collegamento c’è: i commentatori di lingua francese usano papillon per indicare quella che è più nota come “knuckle ball, la palla di nocche. Penso che i tanti che hanno visto il film, avranno ben presente la sequenza in cui i prigionieri vanno a caccia di bellissime farfalle blu, dalle quali verrà tratto un prezioso e costosissimo colore (tranquilli, il danaro non finiva nelle tasche dei detenuti). Una farfalla, quindi, un insetto maestoso, dal volo erratico, imprevedibile, tale da sfidare le menti dei fisici. Un volo che viene continuamente studiato per poterlo trasferire ai velivoli (in particolare militari). La palla di nocche non è facile da lanciare e ogni lanciatore la spedisce la battitore in modo diverso. Non si tratta di un lancio veloce: la palla praticamente non ruota e finisce per cadere. Oltre al battitore, ricevitore e arbitro vanno in crisi: dove finirà il lancio, come e dove passerà nella zona dello strike? La knuckle ball ha origini lontane nel tempo. Pare che il primo a eseguire questo lancio sia stato Thomas H. “Toad” Ramsey dei Louisville Colonels (American Association) fra il 1885 e il 1890. Certamente la palla di nocche era nel repertorio di Andy Cicotte, lanciatore destro coinvolto nel Black Sox Scandal del 1908 (da cui “Eight men out”). In tempi più recenti, maestri del knuckle sono stati Phil Niekro, Charlie Hough e Tim Wakefield. Il lanciatore che più di recente ha mostrato abilità in questo lancio è Steven Wright (Red Sox): purtroppo la sua carriera è stata segnata da squalifiche anche pesanti. Come detto, i battitori di fronte ai “butterfly” vanno in crisi, per motivi psicologici secondo il fisico americano Robert Kemp Adair, ciò è dovuto ai limitati tempi di reazione della mente umana per cui colpire la palla è sostanzialmente una questione di fortuna. Certamente c’è della verità, soprattutto che i battitori si allenano in modo particolare quando sanno di dover affrontare un lanciatore di nocche. I lanciatori di knuckle sono sempre più una rarità per due motivi: gli scout sono prevalentemente orientati alla velocità e alla potenza, oltre a ciò c’è una difficoltà tecnica. Per riuscire a padroneggiare questo lancio ci vuole molto tempo: un anno solo per impugnare correttamente la palla: non c’è velocità e potenza, per cui c’è tutta la meccanica di lancio che va adattata. Una volta imparato, si può fare in modo che la palla danzi, volteggi, devii e finisca per tuffarsi verso un ricevitore non certo di poterla afferrare correttamente. Gli occhi del battitore, ma non solo i suoi, cercano di seguirne l’erratica traiettoria, cercando il momento migliore per sventolare la mazza. Una bella sfida, un delle tante sfide che il diamante ci riserva. Anche il pubblico va in crisi: la lentezza del lancio e il suo procedere verso il piatto aumentano la tensione: l’attesa può diventare quasi spasmodica. La “farfalla” incanta, tenendo tutti col fiato sospeso. La farfalla è imprevedibile, inafferrabile, spesso di una bellezza sorprendente. Siamo abituati a vedere negli stadi delle Grandi Leghe animali di tutti i tipi, scoiattoli, gabbiani, torme di moscerini, perfino orsi. A metà dello scorso settembre però, si assistito allo show di una farfalla, al Roger Centre Field di Toronto, nella partita fra i Blue Jays e gli Yankees. Ali variopinte unite a un volo elegante hanno messo in scena una specie di danza, posandosi sul guanto di Zack Britton, rilievo degli Yankees, e lasciandolo al momento del lancio. Non solo: prima della partita aveva volato fra diversi giocatori di Toronto, posandosi alla fine su una gamba di Vladimir Guerrero jr.: voleva entrare a far parte della squadra! È stata definita la più bella immagine della settimana. La bellezza, quando si unisce all’eleganza è qualcosa che conquista. Conquista i battitori che cercano di inseguirla, spesso invano. Perché parlare di farfalle? Un po’ per la stagione che ci impedisce di andare in campo, un po’ di distinguerle dalle lucciole e dalle chimere. Questo è il periodo in cui ogni società fa il punto e si prepara alla prossima stagione, in cui occorre fare i conti coi numeri: in quanti siamo? Ce la facciamo a metter in piedi una squadra? Quante squadre complessivamente avremo? E da lì tutto il resto. Occorre, come sempre, rendersi conto della realtà: numeri piccoli e costi grandi, con sempre  minori possibilità di trovare finanziamenti. Questo non ci deve far “sfarfallare”, ma cercare di far entrare la palla nella zona che più ci si addice, con l’abilità che ci ritroviamo: volare basso non significa rinunciare a grandi obiettivi, anzi permette di utilizzare la mente al giusto ritmo. “Non puoi startene seduto sugli allori e ammazzare il tempo con giocherellando in campo. Devi lanciare la palla su quel dannato piatto e tener conto che l’altro ha la possibilità di colpirla; è per questo che il baseball è il gioco più grande”. Proviamo a lanciare la nostra “farfalla”: la bellezza vincerà.

Giuliano Masola, 6 novembre 2019.

Baseball… no brawl!

di Giuliano Masola. Faccio fatica a scrivere, tanta è l’amarezza, ma mi sento obbligato a farlo. Stamattina sono tornato nelle scuole elementari, nel poco lasso di tempo che viene concesso dall’onninvadente Giocampus e non solo. Proprio all’inizio, l’insegnante chiede: “Sapete cosa ha fatto l’Italia?” Praticamente nessuno lo sapeva, solo qualche parlottio. Ha proseguito. “Ha perso… 3-4 con la Spagna, ma sapete cosa è successo? C’è stata una rissa in campo”. Un ragazzo dice: “Hanno fatto a botte? – “No, solo parolacce”. Sono rimasto annichilito; da quel momento la mia mente non ha pensato ad altro. Siamo abituati al “brawl”, in particolare delle Majors”, ma fortunatamente ciò sfocia raramente in veri corpo a corpo. Ho visto almeno in parte quanto successo, mentre attendevo il rientro degli arbitri, ma poi c’è stata l’occasione di vedere i vari replay con immagini sconvolgenti. Ma cosa significa “brawl”, mi sono chiesto. Ancora una volta è una di quelle parole che si trovano, in forme non troppo diverse, in varie lingue. Dal grido all’urlo… al raglio dell’asino.

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Quattro ball!

di Giuliano Masola. Quante volte abbiamo visto concedere una base su ball intenzionale in momenti particolarmente critici? tante. E quante volte hanno prodotto l’esito sperato: molto meno. Il concetto di ball e strike stanno all’origine del batti&corri. Il numero dei ball per poter andare in base gratis si ridusse da 9 a 4 fra il 1880 e il 1889; in quegli anni il gioco si stava rapidamente evolvendo ed espandendo per cui occorreva in qualche modo velocizzarlo, soprattutto costringere il battitore a sventolare la mazza. Da non molto tempo, è sufficiente che il manager attui il “four finger salute” (quattro dita alzate) per indicare la concessione della base intenzionale al battitore, senza che il lanciatore effettui alcun lancio.  In qualche caso la si è concessa anche a basi piene: si regala un punto, ma si evita di lanciare contro un battitore ritenuto molto pericoloso. Il numero dei “free pass” è, nelle Grandi Leghe, legato alla presenza o meno del lanciatore in battuta: quando c’è il battitore designato, ovviamente i rischi sono maggiori per chi è in difesa.

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Febbre da West

di Giuliano Masola. Molti hanno presente quella “febbre dell’oro” che nella seconda metà dell’Ottocento spinse centinaia di migliaia di persone verso la costa orientale degli Stati Uniti, dalla California all’Alaska, seguendo il consiglio di Horace Greeley, editore di New York, a Josiah B. Grinnell, “Vai all’ovest, giovanotto, e cresci con il Paese” (Grinnell avrebbe poi fondato l’omonima città nell’Iowa). Negli Stati Uniti spostarsi da un punto all’altro è una cosa normale: nel 1946 lo ha fatto un quinto degli abitanti. Meno conosciuto è il lungo viaggio della “febbre del baseball”, che iniziò alla fine degli anni Quaranta dell’’800. Fu però la Guerra di Secessione ad esserne il vero catalizzatore e propulsore, poiché nei campi militari, fra una battaglia e l’altra si giocava a baseball; i prigionieri, per esempio,  formarono una squadra vera e propria in un campo di concentramento del Mississippi.

George Putnam, soldato nordista, raccontò che ad Alexandria (Louisiana), durante una partita,  un attacco nemico costituì un serio pericolo per gli esterni; l’esterno sinistro e quello destro rientrarono nel dugout, ma i Sudisti spararono e catturarono l’esterno centro, prima che i Nordisti potessero contrattaccare. L’espansione del gioco fu rapida; come ricorda George Kirsch nel suo libro Baseball in Blue and Gray, “un gruppo di ‘Rocky Mountain Boys’ giocò al ‘New York game’ a Denver”. La prima notizia di una partita è del maggio 1866, quando il Pioneer Baseball Club di East Portland (Oregon) sconfisse per 77 a 46 il Clackamas Club. Nello stesso anno gli Oakland Live Oaks disputarono il loro primo incontro a San Francisco nell’ambito della Pacific Base Ball Convention, mentre il 21 aprile dell’anno successivo fu disputato un incontro per ricordare la vittoria di Sam Houston contro Antonio López de Santa Anna,  che nel 1836 che portò all’indipendenza del Texas.  Nel 1867 a Leavenworth (Kansas) sorse il Frontier Baseball Club. Nel West tutto poteva accadere. Il 17 maggio 1868, il Capitano Albert Barnitz scrisse alla moglie da Fort Hays, nel Kansas Occidentale: “Non ci sono ancora chiese, poiché non c’è nessuno che ci va; invece tutti gli ufficiali, compresa una mezza dozzina in visita da Fort Dodge, hanno partecipato a una partita di base ball!”. Si dice pure che a un certo punto della sua carriera l’avvocato e giocatore d’azzardo Wild Bill Hickok seguisse i Kansas City Antelopes; leggenda vuole che una volta ne arbitrò una partita munito con un paio di pistole ai fianchi. Il 31 luglio del 1874, durante la tragica spedizione di George Custer nelle Black Hills contro i Sioux, i Fort Lincoln Actives sconfissero i Fort Rice Athletes, 11–6, a Custer, nel Sud Dakota. Secondo lo storico Brian Dippie, “Gli uomini giocavano a baseball nelle lunghe giornate estive. Per la prima volta lo si giocava nelle Black Hills e si discuteva pure sull’imparzialità dell’arbitro”. La maggior parte del baseball nel West del XIX secolo era amatoriale o semiprofessionistico, compresa la squadra girovaga dei Nebraska Indians. Per formarla, il fondatore Guy W. Green reclutò alcuni giocatori dalle riserve delle tribù Omaha e Winnebago: nel 1897, nove dei dodici componenti erano nativi americani. Fino al 1914 i Nebraska Indians ‒ una squadra di tutto rispetto: 1,237 vittorie, 336 sconfitte e 11 pareggi ‒ giocarono un po’dappertutto, portando con sé l’atmosfera del Selvaggio West. Nelle ultime decadi dell’Ottocento, furono formate squadre in molti fortini e città, anche nel Territorio del Nuovo Messico. A Fort Sill nel Territorio Indiano (ora Oklahoma), dove il baseball aveva fatto al sua comparsa agli inizi del 1870, i nativi giocavano talvolta insieme ai soldati. Geronimo, il grande capo degli Apache che vi era internato, caracollando a cavallo, mentre assisteva alle partite. Secondo la storica americana Angie Debo, una volta, appena un giocatore ebbe realizzato un fuoricampo, entrato a cavallo in diamante sfidò il battitore-corridore nella corsa sulle basi. Il baseball si espanse anche al Minnesota. Alla fine di agosto del 1876, a St. Paul, la banda James-Younger, secondo Homer Croy, “uscì allo  scoperto per vedere una partita fra i St. Paul Red Caps e i Winona Clippers. Il 7 settembre, il tentativo di svaligiare la banca di Northfield fu disastroso per la banda: i tre fratelli Younger finirono nel penitenziario di Stillwater. Nel 1882, lo stesso anno della famosa sfida all’OK Corral, quella in cui Wyatt Earp cercò la sua vendetta, George S. Rice, ingegnere del Massacchusets che aveva la fissazione del baseball, fondò i San Pedro Boys e creò la Tombstone Base Ball Association. Nonostante una difficile partenza, la lega fu attiva per molto tempo. Una caratteristica importante delle leghe dei nuovi territori era l’assenza della barriera del colore, che invece si stava realizzando a livelli più elevati, e ciò fa molto riflettere: bisognerà aspettare il 15 aprile del 1947 per abbatterla. Il West resta per tanti qualcosa di fantastico, legato soprattutto a quel periodo che sta fra l’infanzia e l’adolescenza, coi suoi miti e i suoi eroi, i suoi paesaggi, le sue canzoni. Territori vasti, che i visi pallidi hanno conquistato in modo spesso violento. Sui carri dei pionieri qualche mazza artigianale si trovava sempre e bastavano delle pietre per indicare le basi. Il baseball aiutava a rendere meno pesanti le difficoltà e, in qualche caso, rendere meno difficile la convivenza coi nativi, progressivamente rinchiusi nelle riserve. Eppure, nessuno può fare da solo e c’è sempre qualcosa da imparare dagli altri. Come ha detto il “Capo” Louis Sockalexis, “Può darsi che un giorno diventi un grande giocatore, ma non ora. Mi impegno molto a imparare e osservare ogni giocatore, poiché da ognuno di loro posso trarre benefici insegnamenti”.

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Torneo Due Torri

di Jacopo Brianti. Venerdì scorso presso la sala stampa del palazzo Municipale del Comune di Parma è stata presentata ufficialmente la 34esima edizione del torneo internazionale giovanile di baseball e softball “Due Torri” 16°Memorial “Mario Bacchi Stefani” (dirigente della società prematuramente scomparso) organizzato dal gruppo Oltretorrente con la collaborazione del main sponsor “Gruppo La Giovane”.

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