Manager, che vuol dire?

di Giuliano Masola.

Le maniche sono rimboccate: non c’è più tempo da perdere. Gli staff tecnici sono già al lavoro, ognuno per le parti di competenza. Certo, dove il batti&corri è appena nato o sta per nascere una persona sola fa tutto, un po’ di confusione compresa. Penso che diversi abbiano avuto questa esperienza, si siano resi conto a posteriori che solo un grande entusiasmo ha potuto far fronte a un compito tanto arduo. Nel 1992 apparve Campione per forza (Mr. Baseball), un film in cui Tom Selleck faceva esperienza con lo Yakyū, il baseball del Sol Levante, con i Chunichi Dragons, la cui divisa ricorda tantissimo quella dei Dodgers. Elliot, questo è il nome del giocatore, non si rende conto di quanto sia diverso il mondo in cui viene a trovarsi; da ciò deriva un comportamento altezzoso, perfino sprezzante. Il suo rendimento è al di sotto delle attese e la squadra, già debole, sprofonda. I suoi rapporti col manager restano costantemente tesi e il suo interprete fa dei salti mortali per evitare il peggio, cambiando letteralmente le risposte maleducate del campione yankee, non sapendo che l’inglese è ben compreso da chi conduce la squadra. Perfino i rapporti con un altro americano in squadra con lui arrivano a incrinarsi. A differenza delle tragedie, dove le cose iniziano bene e finiscono male, nelle commedie alla fine tutto si risolve: Elliot si innamora di Hiroko, che fa fede al proprio nome, “la tua venuta è benedetta”.

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La lezione di Moby Dick

di Giuliano Masola. Immagino che molti conoscano la storia della spietata lotta fra l’enorme capodoglio bianco e il capitano Achab. Probabilmente, il libro di Herman Melville, edito nel 1851, è uno dei più belli mai scritti; lo si legge ad ogni età e si presta a tante interpretazioni. Probabilmente, come tanti altri, non entra più a far parte del bagaglio culturale necessario alla formazione dei giovani: a che serve misurarsi con le forze della natura con un solo arpione? meglio i cannoncini coi dardi esplosivi: si fa prima e non si rischia. Alla caccia di Moby Dick c’è una squadra eterogenea, a prima vista, ma ben adatta allo scopo. Achab, un manager di quelli proprio tosti, non guarda tanto per il sottile i suoi, ma è tutto proteso all’obiettivo: una ultima e decisiva partita. Nel libro i riferimenti alla Bibbia sono numerosi, offrendo una chiave interpretativa tutta particolare. Non a caso, Melville, battezza il comandante della baleniera ‒ un nativo di Nantucket, piccola isola del Massachussets ‒ col nome di un re di Israele, noto per aver abbandonato la fede ebraica e aver perseguitato il profeta Elia; la sua fine è stata tragica. Chi fa memoria della incredibile caccia è Ismaele, che prende il nome un personaggio citato sia nella Bibbia che nel Corano: è “colui” che ascolta o “il traduttore”: un nome un programma, si potrebbe dire. I collaboratori del manager, in questa singolare squadra, sono Starbuck e Stubs, rispettivamente primo e secondo ufficiale, o se preferite il pitching e il batting coach. Incredibile a dirsi ancora oggi un certo Greg Starbuck è un allenatore degli interni nella organizzazione dei Tigers, proseguendo una attività più che ventennale; con una esperienza da vendere, quindi. Nel romanzo, Starbuck è «l’uomo più cauto che si possa trovare nella baleneria», prudente ma non codardo, è uno dei più riluttanti ad assecondare Achab; non si ribella, ma in qualche modo cerca di far comprendere al comandante l’insensatezza del suo piano. A chi ha un po’ di memoria, invece, Stubb fa tornare alla mente il 1982, anno in cui Mike Stubbins vinse lo scudetto durante quella che si potrebbe definire l’era Parmalat del baseball parmense: un successo dietro l’altro. Chi ha avuto modo di conoscerlo ha avuto la possibilità di vedere un vero professionista all’opera, sulle orme che Chet Morgan aveva lasciato oltre un decennio prima. Se non ricordo male, la sua teoria era quella di battere la palla il più lontano possibile, per mettere costantemente in crisi la difesa e permettere ai corridori di avanzare una base in più. Ma proseguiamo nella disamina del nostro lineup baleniero. C’è Flask, terzo ufficiale, uno di quelli che fa da suggeritore: il mare, come il lavoro, non lo entusiasmano tanto, ma bisogna pur campare. Queequeg, un gigante nativo di un’isola della Polinesia, è primo baleniere. È un personaggio di non molte parole, ma dà sicurezza tutti: i suoi arpioni sono lanciati in modo potente non lasciano scampo e sa rischiare anche la propria pelle per salvare chi è in difficoltà: uno slugger, uno di quelli che può ricordare Cotton e Roman. Tashtego è il secondo ramponiere, un forte e risoluto guerriero indiano; l’abilità dei nativi americani era famosa anche fra i cacciatori dei balene. Una curiosa assonanza. Un mese fa i Devil Rays di Tampa, per aumentare la capacità offensiva hanno acquisito Yoshitomo Tsutsugo, interno/esterno giapponese di tutto rispetto: nel campionato nipponico ha realizzato 205 fuoricampo, battendo a casa 613 punti. C’è pure Daggoo, terzo ramponiere, un gigantesco negro dell’Africa, che però non è uno schiavo: la sua è una scelta libera, così come può essere libero il giro di mazza di un quinto in battuta. Un personaggio particolare è Pip, un giovane e piccolo nero, schiavo latitante, nonché marinaio goffo e stralunato; ogni volta che va a caccia cade in mare, finendo quasi pazzo: uno di quelli che fai fatica a mettere in squadra, ma che talvolta sei costretto a utilizzare. Fedallah è un asiatico misterioso, molto vicino al comandante Achab. La sua mente tende ad andare oltre, a vedere lontano, e gli prevedere la brutta fine per lui e li suo comandante. Il cuoco di bordo si chiama Lana Caprina: uno che conosce tutte le ricette possibili per cucinare pinne di balena; prende ragioni balorde da tutti, ma di lui non si può fare a meno. Il comandante Achab, dopo un lunghissimo inseguimento attacca Moby Dick con la sua squadra, ma nel suo sconsiderato tentativo trova la morte, mentre il gigantesco capodoglio bianco, con tanti arpioni che lo adornano come stelle al merito, prosegue la sua corsa nell’oceano. Vi chiederete: e allora, che c’importa? Beh, penso che tante volte ci siamo sentiti come Achab, attaccando a testa bassa, sottovalutando l’avversario e lasciando da parte il cervello. È proprio qui dove si annida la sconfitta: nella perdita della ragione (quante volta ci capita di vederlo ogni giorno!). Achab, travolto da un incontenibile desiderio di vendetta, porta alla rovina quasi tutto l’equipaggio, mentre Ismaele si salva miracolosamente, riuscendo così a tramandarci una drammatica lezione di vita. E il diamante a ben pensarci non è da meno, anche se i termini dello scontro con sono così violenti e crudeli. Si tratta di una sfida in cui la capacità mentale e la forza fisica devono continuamente trovare il giusto mix. Come diceva Yogi Berra: per il 90% è una questione di testa, per il 50 % di fisico. La somma la lascio fare a voi.

Giuliano Masola, 19 gennaio 2020.

Berliner tips

di Giuliano Masola. Talvolta capita di farsi quasi 1200 km per andare in una grande città e non vederla. Così è capitato a Berlino, dove lavori legati al trasloco di mio figlio hanno comportato una quarantotto ore di non stop. Tutti piccoli ma indispensabili lavori di adattamento nella ricerca di soluzioni tali da rendere il più confortevole possibile un piccolo appartamento. In una casa dove si  “batti&corri”, fra trapano, martello e seghetto, parlare di baseball e softball ha aiutato a rendere più simpatico il tutto. Fra l’altro, il discorso è finito su un berlinese in Major League: Maximilian Kepler-Różycki, che ha debuttato nei Twins nel 2015. La sua è una storia tipica della parte della Germania proiettata a Oriente e soprattutto di una città che continua ad accogliere praticamente tutti. È nato a Berlino il 10 febbraio del 1993; la madre di Max, Kathy Kepler è di S. Antonio (Texas), mentre il padre Marek Różycki è polacco; entrambi sono ballerini professionisti. A sei anni Maximilian era destinato a diventare un giocatore di tennis, frequentando la scuola “Steffi Graf”; poi un giocatore di pallone con l’Herta, ma alla fine ha scelto il baseball, giocando nella Little League della scuola John F. Kennedy di Berlino. Fin dall’inizio ha mostrato talento e dedizione, finendo coi Buchbinder Legionäre di Regensburg (la “città della pioggia”, l’antica Ratisbona). I Legionäre (Buchbinder è il nome dello sponsor: un’azienda di autonoleggio, nonostante il nome ‒ “rilegatore di libri”‒ rappresentano una delle più prestigiose formazioni tedesche (hanno vinto cinque titoli nazionali) è hanno un ottimo complesso sportivo, per cui farvi parte è importante. La vicenda che avrebbe portato Kepler alla Major League iniziò quando questo aveva quattordici anni: Andy Johnson, uno scout internazionale dei Twins lo notò a un torneo internazionale e un paio d’anni più tardi Kepler firmò un contratto di 800mila$, la cifra più alta mai offerta a un giocatore nato in Europa all’epoca. Certo, a sedici anni non si può pretendere di far parte dello Show: occorre imparare, Così Max ha dovuto seguire il percorso che da campionati di livello “rookie” lo avrebbe portato a rappresentare i Twins nella Future All Star Game del 2015, nonostante un dolore alla spalla gli impedisse di giocare. Nello stesso 2015 fu nominato Giocatore dell’Anno della Southern League con una media battuta di .327, 9 fuoricampo e 18 basi rubate; il 27 settembre debuttò coi Minnesota Twins e il 4 ottobre realizzò la sua prima valida da professionista. Dopo Donald Lutz (che ha debuttato nei Cincinnati Reds nel 2013), Kemp è il secondo giocatore nato in Germania a giocare in Major League in tempi recenti. Nel 2016, dopo alcune sporadiche apparizioni, Kepler ha occupato stabilmente il suo ruolo di esterno. Il 1° agosto divenne il primo giocatore nato in Europa a battere 3 fuoricampo in una partita (il 5° nella storia dei Twins) contro gli Indians. Max Kepler è un giocatore dalle elevate prestazioni: nella settimana del 26 maggio 2019 è stato nominato Giocatore della Settimana; a fine stagione la sua media battuta è stata di .252, l’andata in base di .336 e la media bombardieri di .519 Nonostante il Minnesota sia un paese accogliente (il 39% degli abitanti dichiara di avere origini tedesche e il 32 % scandinave) Maximilian è legato a Berlino, agli amici e compagni con cui ha giocato; così lo scorso novembre, in occasione di Tour europeo di propaganda è stato accolto con grandi feste nella città natale. In Germania il baseball non è lo sport nazionale, ma ciò non significa mancanza di un buon livello di gioco, in particolare nella massima serie. In passato altri berlinesi hanno giocato da professionisti in America: Heiz Becker (1943-1947), Fritz Buelow (899-1907), Ed Eiteljorge (1890-1891), Dutch Schlieberer (1923). Kemp, tedesco, polacco e americano rappresenta un cocktail di successo (peccato che non ci sia un po’ di italiano). Nel nostro massimo campionato non abbiamo avuto berlinesi, ma tedeschi si; uno per tutti, Dave Pavlas. Anche se sono passati più di venticinque anni, molti ricorderanno quel 1994 quando il lanciatore nativo di Francoforte, che aveva avuto una esperienza da professionista coi Cubs nel 1990-91, contribuì tanto alla conquista dello scudetto per Parma. L’anno dopo sarebbe passato agli Yankees, dove avrebbe avuto modo di giocare dopo la conclusione di uno sciopero di quasi otto mesi dei giocatori della Major League. La sua carriera però fu breve (1995-1996), lanciando in venti partite. Max Kepler forse non finirà nella Hall of Fame, ma certamente fa bene al baseball europeo, quello che fa così fatica a emergere. Soprattutto ci aiuta a capire quanto sia importante coniugare abilità e adattare stili di vita per ottenere migliorare (ciò che fanno tanti nostri ragazzi che lavorano, studiano e giocano all’estero). Oggi più che mai ‒ basta solo mettere il naso fuori dalla finestra ‒ si comprende quanto lo scambio produca lo sviluppo di nuove idee, porti a nuovi progetti, crei opportunità…  Bitte, vi devo lasciare: chiamano per salire a bordo… Auf wiedersehen!

Berlin-Schönefeld Airport, 5 gennaio 2020

Presentazione nuovo manager Italia Baseball Mike Piazza

Fibs. Nel suggestivo scenario del Salone d’Onore del Coni a Roma è stato presentato ufficialmente il nuovo manager di Italia Baseball Mike Piazza. Ad aprire il pomeriggio tanto atteso dal mondo del batti e corri italiano è stato il padrone di casa Giovanni Malagò, presidente del comitato olimpico italiano: “Credo che la scelta di Piazza sia una scelta forte ma coraggiosa e il nome di Piazza è una garanzia nel mondo del baseball. Il carisma, la personalità, la sua carriera agonistica sono la migliore assicurazione per il baseball italiano del futuro. Il baseball italiano ha sempre avuto una posizione di leader in Europa e vogliamo che torni ad esserlo. Questa scelta è anche uno stimolo all’ambiente, un ambiente frizzante dove è importante che tutti si remi nella stessa direzione. Sarà una lunga cavalcata che, molti dicono, dopo Tokyo 2020 potrà continuare per ripresentarsi a Los Angeles 2028”. Dopo il discorso alla platea, il presidente del Coni si è rivolto direttamente a Mike Piazza dandogli il benvenuto e proferendo ancora elogi per la sua carriera.

La parola è quindi passata al presidente FIBS Andrea Marcon che ha sottolineato: “È una giornata importante e particolare per la nostra Federazione e riabbracciamo volentieri il rientro di Mike nella nostra famiglia che attraversa un momento in cui il baseball sta ancora patendo per la qualificazione olimpica di settembre. Avevamo iniziato un progetto con Gibo Gerali, che voglio ancora una volta ringraziare, e anche con Mike seguiremo la stessa falsa riga con 8 anni davanti”. Il massimo dirigente federale ha poi spiegato come si è arrivati a questa scelta: “L’idea di Mike Piazza come manager è nata qualche settimana fa da una telefonata ricevuta del vicepresidente Fabrizio De Robbio e sul momento ho pensato che, con le numerose cose da fare che aveva da fare Mike, non sarebbe stata una strada percorribile, invece sono bastati pochi minuti durante il nostro incontro per avere il suo sì. A chi mi ha chiesto come ho fatto a convincerlo, ho risposto che gliel’ho semplicemente chiesto trovando una risposta entusiastica da parte sua. Spero davvero che i nostri ragazzi si facciano trascinare da anche solo un decimo dell’entusiasmo che ha mostrato Mike nell’accettare questa avventura”.

Dopo il filmato di presentazione del nuovo manager azzurro ripercorrendo i suoi 16 anni in MLB da giocatore, dove per ben 12 volte è stato All Star, e le sue prime esperienze con la casacca dell’Italia sia da giocatore, World Baseball Classic 2006, sia da tecnico, WBC 2009 e 2013 ed Europei 2010 e 2012, la platea è stata catturata dalle prime parole di Mike Piazza nella sua nuova veste, partita con una battuta: “Se facessi da manager quanto fatto da giocatore sarei felice” per poi proseguire in un tono più serio: “Sono onorato e orgoglioso di essere il manager di questa nazionale e l’ultima volta che ho fatto parte dello staff dell’Italia abbiamo vinto 2 titoli europei. Sono ottimista  ma bisogna lavorare e il futuro sono convinto che sia luminoso. Dovremo lavorare sodo, con disciplina e passione per cercare di essere uno dei migliori programmi in Europa. Voglio ringraziare il presidente Marcon per questa possibilità, il CONI per il sostegno che dà allo sviluppo del nostro sport. Sono convinto e fiducioso per lo sviluppo del baseball in Europa e soprattutto in Italia”. Piazza ha quindi concluso il suo intervento rivolgendo un pensiero ed un augurio alle azzurre di Enrico Obletter: “Voglio infine fare i complimenti alla Nazionale di Softball per la qualificazione olimpica raggiunta e fare loro un grande in bocca al lupo. Sono per noi una grande ispirazione e vogliamo seguire il loro cammino con l’obiettivo delle Olimpiadi del 2028”. Ad una precisa domanda su come il suo ingresso nella Nazionale possa portare dei benefici in termini di collaborazione con giocatori e tecnici di Oltreoceano, la guida tecnica azzurra risponde convinto: “È assolutamente nei piani, ho già ricevuto contatti con giocatori che vogliono giocare ma anche tecnici che vogliono far parte dello staff della Nazionale, ma voglio coinvolgere i tecnici italiani perché consentano una crescita dei nostri atleti che sono il futuro del baseball italiano”.

Softball: in prima pagina!

di Giuliano Masola. Domenica 25 aprile 1971, Festa di S. Marco e della Liberazione, la prima pagina della “Gazzetta di Parma” era illuminata dal sorriso di una giocatrice di softball; nella didascalia non ne compariva il nome, però. Si trattava di una foto a colori di Giovanni Ferraguti, come introduzione all’articolo di Gian Franco Bellè, dall’emblematico titolo “La donna nello sport”. Il gentil sesso e lo sport”. All’interno del quotidiano. L’immagine della squadra dell’Astra e la foto di una scivolata riuscita completavano il quadro. Un’altra immagine, con tre giocatrici che prendevano una palla al volo ‒ “Il baseball è per le signorine?” ‒ era comparsa circa un mese prima. Il 1971 stava diventando un anno speciale, una stagione in cui le donne, a Parma, coglievano importanti traguardi. Per esempio, le ragazze della Pallavolo, che proprio nella stagione 1970-71 avevano conquistato lo scudetto, con Vincenza Forestelli, Susanna Belletti, Anna Maria Zaccarelli e compagne. D’inverno si tifava per le une, d’estate per le altre; si andava a braccetto (o almeno ci si provava), soprattutto si andava a ballare in compagnia. C’era voglia di fare, di andare, di sperimentare. Meno di una generazione era passata dalla riconquistata libertà; il vento turbinante e colorato del Sessantotto spingeva al cambiamento per cui era automatico che venisse la voglia di far qualcosa di nuovo, meglio se controcorrente. Mi sono lasciato andare.. .è l’arterio… Ma orniamo a bomba. Capita spesso, quando si fanno ricerche, si trovare ciò che non si cerca e viceversa. Quell’articolo non lo ho trovato io, ma uno dei primissimi giocatori della Pallamano, che sta cercando di ricostruirne la storia, a Parma. Quando ci si trova in situazioni come queste, è facile passare dal lei al tu, soprattutto fra sportivi, e scambiarsi informazioni; è il bello della diretta (personalità importanti, come Corino Catellani, prima ufficiale di gara nel batti&corri, è stato poi fra i dirigenti della pallamano). Una volta avuta l’immagine occorreva trovare la giocatrice: il mio nuovo amico mi aveva parlato di una certa Paola, ma non ne era certo. Così ho provato a contattare chi poteva darmi una mano; Anna Tiberti ha rintracciato, dopo qualche tentativo, Simona Bocconi, la ragazza dell’Astra in prima pagina. Di lì mi è venuta una idea: perché non rintracciare giocatrici, tecbiic e dirigenti di allora e, per così dire, ricostruire la squadra? Penso che potrebbe far piacere a tante e a tanti. Spesso gli “amarcord” sanno di malinconia, ma non è questo che si vuole. “Saudade” è una parola portoghese che diventa difficile tradurre, ma in buona sostanza è legata alla nostalgia, intesa come rimpianto, ma anche come desiderio di riavere ciò che si è posseduto: la giovinezza, l’amore, la libertà, la patria. Malinconia e nostalgia non aiutano nel nostro caso; non si punta al passato, ma a una ripartenza decisa. È proprio per questo che dalla esperienza acquisita e dalla volontà di superare gli ostacoli, dovrebbe emergere quel mondo nuovo di cui il nostro sport ha tanto bisogno. In mezzo secolo abbiamo avuto gioie e dolori, crescita e declino, una crisi che pare oggi irreversibile. La ricerca delel cause può essere importante, ma non risolutiva. Il baseball e softball. che nel 1971 andavano a braccetto, nel tempo si sono differenziati nelle regole, ma soprattutto concettualmente. Ciò ha portato a una divisione sempre più marcata per cui ci troviamo con “ognuno per sé e problemi per tutti”. Non so cosa si pensa di fare nei prossimi mesi e anni, ma certamente, se si vuole sopravvivere, occorrerà darsi da fare ancor più, soprattutto andando nella periferia per valorizzarne gli sforzi. Sono convinto, infatti, che ci siano persone con grande volontà di fare e buoni progetti da realizzare, ma che finiscono per arrendersi di fronte alla paura di un diniego o agli ostacoli della burocrazia. Certamente il controllo complessivo è importante, ma ciò non dovrebbe tale da tarpare le ali. Le nostre ragazze di allora possono insegnarci tante cose, contribuire a dare un nuovo slancio; alcune di loro sono ancora impegnate nello sport e ciò può essere un elemento importante; sappiamo quanto sia necessario entrare nelle scuole in modo organico e credibile, per esempio. I bambini sanno unire gioco e divertimento, adattando luoghi, tempi e regole; spesso li perdiamo proprio perché li costringiamo a mettere da parte il divertimento per far loro apprendere cose difficili. Le donne in questo campo ci sanno fare più degli uomini, proprio per la loro esperienza di madri, zie e nonne: diamo loro qualche possibilità di trasmetterci qualcosa, di mettere in campo esperienza e voglia di fare. Il desiderio, l’obiettivo, è quello di riuscire a organizzare un incontro aperto a tute quelle che allora hanno giocato e ora ricoprono altri ruoli per cercare quella freschezza di idee e ideali che il tempo ha fatto venir meno. Facciamo sì che le nostre “ragazze vincenti” ci diano una mano, visto che ne abbiamo tanto bisogno. Se ci riusciremo, in un colpo solo riuniremmo più generazioni di persone che, lasciata da parte la nostalgia, potrebbero sorridere al futuro. Simona con quella foto ha avuto il suo quarto d’ora di celebrità, considerando soprattutto che a softball ha giocato per poco tempo. Sono certo, però, che essere ricontattata le ha riportato il profumo dei diamanti, il divertimento, il calore delle amiche. C’è sempre una ragione per smettere, ma ce ne può essere una migliore per ricominciare; per questo bisogna privarci anche perché, come ha scritto qualcuna: “Il campo è il mio morosino, il fallimento è il mio ex. Mi sono sposata col gioco e impegnata al successo”.

Giuliano Masola, Cannitello, 24 novembre 2019.