Una ragione per farcela

di Giuliano Masola. Il 1969 è un anno che ha segnato la storia con lo sbarco dei primi uomini sulla Luna e dalla guerra del Vietnam. Proprio in quell’anno ci sono stati Tre giorni di Pace e Musica a Woodstock (in realtà Bethel-NY). Circa 500mila giovani definiti hippy hanno vissuto insieme senza dare problemi, dando un esempio a chi pensava che il tutto potesse dare adito a disordini e violenza, dimostrando che è possibile un confronto, un passaggio generazionale per quanto difficile. Rivedendo il film-documentario dell’evento sono rimasto ancora una volta colpito dall’esecuzione dell’Inno nazionale americano di Jimi Hendrix.

Le distorsioni della sua chitarra elettrica sono sconvolgenti e ne risulta un senso quasi profetico. Capisco poco di musica, per cui chiedo venia a chi se ne intende, ma in questa versione dell’Inno si intersecano note che richiamano la guerra, il “silenzio” eseguito in onore dei caduti, le urla dei disperati. Però a fronte di tutto questo c’è la voglia di farcela, quello che stimola i coraggiosi a raggiungere le stelle. Gli ideatori del concerto non erano certi di farcela finanziariamente, si presero grossi rischi, ma il risultato diede loro ragione. Come spesso accade la comunità locale, inizialmente scettica e preoccupata, ha compreso presto che alla fine si trattava dei loro ragazzi e ha deciso di stare con loro. Vedere migliaia di giovani fare la fila davanti alla cabina telefonica per chiamare casa fa sorridere oggi, stracolmi di cellulari e altro, ma anche qui l’educazione e di rispetto hanno mostrato che si può. Tutti si aspettavano reazioni di ogni tipo in quella zona definita disastrata, sorvolata da elicotteri dell’esercito che portavano medici e soccorsi, anziché marines, come succedeva dalla parte opposta del globo. Quello “I can” utilizzato tanto anno dopo come slogan elettorale si proponeva già come una speranza, una svolta che la nascita di due bimbi (uno in elicottero) stava a mostrare. Purtroppo oltre cinquant’anni dopo ci rendiamo conto che la speranza di una comunità che riesce a vivere in pace e nel reciproco rispetto non si è ancora realizzata. Ma resta. Certo diventa molto difficile spiegare le sensazioni di quell’epoca, di quel movimento che ha coinvolto tutto il mondo. I “figli dei fiori” sono diventati adulti e, nella grande maggioranza dei casi, rientrati nell’alveo della “normalità”. Eppure, per noi del baseball e del softball, come per tante altre realtà, quell’anno ha rappresentato una spinta, una voglia in più di farcela. Ce lo dimostrano quelle foto, soprattutto in bianco e nero, che evidenziano la nostra voglia di esserci, di fare la differenza, con un gioco moderno, capace di esaltarci e portarci al successo. Penso che solo così si spieghi la voglia di rivincita, anche sociale, della periferia verso il centro, di chi faceva fatica ad arrivare a fine mese, ma che riusciva a recimolare i soldi per comprarsi un guanto, spesso usato. Tanti di quei ragazzi dei campetti inventati all’ultimo momento sono diventati dei bravi giocatori, soprattutto donne e uomini capaci di esprimere intelligenza e determinazione. Qualcuno non v’è l’ha fatta e si è scontrato con il fallimento di una vita, ma la sconfitta fa parte del gioco. Sembra un mondo lontano, quasi perso di vista, ma non credo sia così. Credo che ci sia una potenzialità “dormiente” che ha solo bisogno di trovare chi la sappia risvegliare e amalgamare, portare verso nuovi traguardi. Purtroppo ci stiamo abituando a un triste appiattimento, con una sorta di rassegnazione, che non è proprio ciò che occorre per riemergere. La pandemia si sta prendendo tutte le colpe e sta comportando effetti psicologici di cui si può solo intuire la portata; in grande sintesi si ripropone la lotta per la sopravvivenza. Fa piacere sapere e vedere che il baseball ha ricominciato a ritrovare il proprio pubblico e tifare per campioni vecchi e nuovi anche se a migliaia di chilometri di distanza. Fa meno piacere vivere in un clima di continua incertezza, quella di cui era stato considerato colpevole nell’Ottocento “un re travicello”; i poeti, si sa, non sono degli storici, però aiutano a capire il clima, quello di una Primavera che tarda a mettersi in mostra. Il vento freddo spazza campi ancora deserti, o meglio pieni di tanti interrogativi. Il compito che ci aspetta è notevolissimo e molto impegnativo: trovare ragazze e ragazzi che abbiano voglia di andare in campo; ancor più convincere le loro famiglie. Purtroppo abbiamo dei limiti gravi: riusciamo a fare poca comunicazione e quella poca, polverizzata e non coordinata. Tante sono le iniziative lodevoli e simpatiche, ma la mancanza di una regia ne vanifica molto l’efficacia. Negli anni ’80 un noto imprenditore milanese dribblò tutti, facendo trasmettere la stessa pubblicità a centinaia di emittenti locali nello stesso momento, mettendo in crisi il monopolio di “mamma Rai e poco dopo il mondo della politica. La sua lezione non sia stata appresa. Certamente non possiamo stare con le mani in mano, evitando di affrontare quelle barriere vere o supposte che ci vengono poste davanti. Spesso aspettiamo elezioni che dovrebbero cambiare tutto e portarci al successo, ma alla prova dei fatti le aspettative il più delle volte vengono disilluse. Credo che dobbiamo sforzarci di fare rete, costruire un interscambio organico di idee e progetti: la tecnologia ce lo consente e usare il cervello costa poco. Mentre Charlie Brown sta alla finestra, noi dobbiamo muoverci, parlarci, senza spettare i momenti canonici, ma fare in modo che quella colomba appoggiata sul manico di una chitarra, simbolo della gioventù di Woodstock, spicchi il volo sui nostri diamanti.

Giuliano Masola, 16 aprile 2021.

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