Domani inizia il primo Europeo di Baseball5

Inizia domani il primo Campionato Europeo assoluto di Baseball 5 della storia a Vilnius (Lituania), che vedrà l’Italia fra le 16 partecipanti. La rassegna continentale, che si svolgerà dal 28 febbraio al 1 marzo, porta in dote anche due posti per il Mondiale che si terrà il prossimo mese di dicembre e a cui parteciperanno le prime 2 classificate dell’Europeo. 
 
“L’idea di partenza del progetto è quella di lavorare su giocatori e giocatrici giovani, dinamici, già parte del movimento e che conoscono le regole e le dinamiche del nostro sport. Atleti che possono vedere questa come la prima tappa di un’opportunità da proseguire.” ha dichiarato il manager della nazionale italiana di Baseball5, Maurizio Balla. “Saranno partite veloci, di 5 inning e durata attorno ai 15-20 minuti. Il gioco è velocissimo, quindi l’ideale sono giocatori abituati a giocare in campo interno, di statura medio-piccola  Il roster è composto da 8 giocatori, 4 maschi e 4 femmine e in campo devono sempre essere presenti almeno 2 rappresentanti di ciascun genere. I 5 componenti dello starting lineup possono rientrare una volta, mentre chi entra dalla panchina, una volta sceso, è fuori per la partita. Dal punto di vista del valore degli avversari, ovviamente è impossibile avere elementi di valutazione”. 

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Memories

di Giuliano Masola. Febbraio è il mese dedicato al ricordo delle Negro Leagues, di quando a persone di colore (non solo neri) era impedito di giocare coi bianchi (ciò però non escludeva il contrario). Lunga è la carrellata di personaggi e fatti cui attingere. Nel 1996 uscì un film per la televisione, Soul of the game (oppure Field oh honour). Era la storia di tre grandi: Josh Gibson, ricevitore, Satchel Page, lanciatore e Jackie Robinson secondabase.  Talenti diversi, le cui vicende sono abbastanza note a tutti coloro che amano ripercorrere la memoria, a chi trova nelle memories elementi soprattutto positivi. Fra i tre, per la sua drammaticità, emerge la vicenda di Josh Gibson “il Babe Ruth nero” (ciò era detto, al contrario, per Ruth). La sua abilità di ricevitore e la sua potenza in battuta erano inarrivabili. Nel 1933 totalizzò 59 fuoricampo in 137 partite; la sua media battuta è la più alta della Negro League (.359) ed è stato il secondo giocatore di colore a entrare nella Hall of Fame nel 1972. La targa che lo ricorda parla di oltre 800 fuoricampo lungo una carriera di 17 anni. Un grande campione, ma non certo dei più fortunati.

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Manager, che vuol dire?

di Giuliano Masola.

Le maniche sono rimboccate: non c’è più tempo da perdere. Gli staff tecnici sono già al lavoro, ognuno per le parti di competenza. Certo, dove il batti&corri è appena nato o sta per nascere una persona sola fa tutto, un po’ di confusione compresa. Penso che diversi abbiano avuto questa esperienza, si siano resi conto a posteriori che solo un grande entusiasmo ha potuto far fronte a un compito tanto arduo. Nel 1992 apparve Campione per forza (Mr. Baseball), un film in cui Tom Selleck faceva esperienza con lo Yakyū, il baseball del Sol Levante, con i Chunichi Dragons, la cui divisa ricorda tantissimo quella dei Dodgers. Elliot, questo è il nome del giocatore, non si rende conto di quanto sia diverso il mondo in cui viene a trovarsi; da ciò deriva un comportamento altezzoso, perfino sprezzante. Il suo rendimento è al di sotto delle attese e la squadra, già debole, sprofonda. I suoi rapporti col manager restano costantemente tesi e il suo interprete fa dei salti mortali per evitare il peggio, cambiando letteralmente le risposte maleducate del campione yankee, non sapendo che l’inglese è ben compreso da chi conduce la squadra. Perfino i rapporti con un altro americano in squadra con lui arrivano a incrinarsi. A differenza delle tragedie, dove le cose iniziano bene e finiscono male, nelle commedie alla fine tutto si risolve: Elliot si innamora di Hiroko, che fa fede al proprio nome, “la tua venuta è benedetta”.

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Australia Pacific Cup Softball: l’Italia chiude quarta e il Giappone vince il torneo

Fibs. Alla fine il Giappone non sbaglia e conquista la finale dell’Australia Pacific Cup piegando l’Italia di misura (3-2). Ma le nipponiche hanno dovuto soffrire fino all’ultimo out con le azzurre arrivate ad una sola valida, con corridore in seconda, dal punto del pareggio che, per quanto visto in campo in questa semifinale, avrebbe ampiamente meritato. L’Italia infatti chiude con più valide delle avversarie (7 contro 5) e crea più occasioni (come testimoniano gli 8 corridori lasciati in base) seppur solo nel finale riesce a sfruttarle. Una situazione di pericolo che lo stesso Giappone avverte tanto da richiamare in pedana la partente Fujita per chiudere l’incontro dopo aver provato a farla riposare tirandola via dalla partita dopo 2 riprese.

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