La lezione di Moby Dick

di Giuliano Masola. Immagino che molti conoscano la storia della spietata lotta fra l’enorme capodoglio bianco e il capitano Achab. Probabilmente, il libro di Herman Melville, edito nel 1851, è uno dei più belli mai scritti; lo si legge ad ogni età e si presta a tante interpretazioni. Probabilmente, come tanti altri, non entra più a far parte del bagaglio culturale necessario alla formazione dei giovani: a che serve misurarsi con le forze della natura con un solo arpione? meglio i cannoncini coi dardi esplosivi: si fa prima e non si rischia. Alla caccia di Moby Dick c’è una squadra eterogenea, a prima vista, ma ben adatta allo scopo. Achab, un manager di quelli proprio tosti, non guarda tanto per il sottile i suoi, ma è tutto proteso all’obiettivo: una ultima e decisiva partita. Nel libro i riferimenti alla Bibbia sono numerosi, offrendo una chiave interpretativa tutta particolare. Non a caso, Melville, battezza il comandante della baleniera ‒ un nativo di Nantucket, piccola isola del Massachussets ‒ col nome di un re di Israele, noto per aver abbandonato la fede ebraica e aver perseguitato il profeta Elia; la sua fine è stata tragica. Chi fa memoria della incredibile caccia è Ismaele, che prende il nome un personaggio citato sia nella Bibbia che nel Corano: è “colui” che ascolta o “il traduttore”: un nome un programma, si potrebbe dire. I collaboratori del manager, in questa singolare squadra, sono Starbuck e Stubs, rispettivamente primo e secondo ufficiale, o se preferite il pitching e il batting coach. Incredibile a dirsi ancora oggi un certo Greg Starbuck è un allenatore degli interni nella organizzazione dei Tigers, proseguendo una attività più che ventennale; con una esperienza da vendere, quindi. Nel romanzo, Starbuck è «l’uomo più cauto che si possa trovare nella baleneria», prudente ma non codardo, è uno dei più riluttanti ad assecondare Achab; non si ribella, ma in qualche modo cerca di far comprendere al comandante l’insensatezza del suo piano. A chi ha un po’ di memoria, invece, Stubb fa tornare alla mente il 1982, anno in cui Mike Stubbins vinse lo scudetto durante quella che si potrebbe definire l’era Parmalat del baseball parmense: un successo dietro l’altro. Chi ha avuto modo di conoscerlo ha avuto la possibilità di vedere un vero professionista all’opera, sulle orme che Chet Morgan aveva lasciato oltre un decennio prima. Se non ricordo male, la sua teoria era quella di battere la palla il più lontano possibile, per mettere costantemente in crisi la difesa e permettere ai corridori di avanzare una base in più. Ma proseguiamo nella disamina del nostro lineup baleniero. C’è Flask, terzo ufficiale, uno di quelli che fa da suggeritore: il mare, come il lavoro, non lo entusiasmano tanto, ma bisogna pur campare. Queequeg, un gigante nativo di un’isola della Polinesia, è primo baleniere. È un personaggio di non molte parole, ma dà sicurezza tutti: i suoi arpioni sono lanciati in modo potente non lasciano scampo e sa rischiare anche la propria pelle per salvare chi è in difficoltà: uno slugger, uno di quelli che può ricordare Cotton e Roman. Tashtego è il secondo ramponiere, un forte e risoluto guerriero indiano; l’abilità dei nativi americani era famosa anche fra i cacciatori dei balene. Una curiosa assonanza. Un mese fa i Devil Rays di Tampa, per aumentare la capacità offensiva hanno acquisito Yoshitomo Tsutsugo, interno/esterno giapponese di tutto rispetto: nel campionato nipponico ha realizzato 205 fuoricampo, battendo a casa 613 punti. C’è pure Daggoo, terzo ramponiere, un gigantesco negro dell’Africa, che però non è uno schiavo: la sua è una scelta libera, così come può essere libero il giro di mazza di un quinto in battuta. Un personaggio particolare è Pip, un giovane e piccolo nero, schiavo latitante, nonché marinaio goffo e stralunato; ogni volta che va a caccia cade in mare, finendo quasi pazzo: uno di quelli che fai fatica a mettere in squadra, ma che talvolta sei costretto a utilizzare. Fedallah è un asiatico misterioso, molto vicino al comandante Achab. La sua mente tende ad andare oltre, a vedere lontano, e gli prevedere la brutta fine per lui e li suo comandante. Il cuoco di bordo si chiama Lana Caprina: uno che conosce tutte le ricette possibili per cucinare pinne di balena; prende ragioni balorde da tutti, ma di lui non si può fare a meno. Il comandante Achab, dopo un lunghissimo inseguimento attacca Moby Dick con la sua squadra, ma nel suo sconsiderato tentativo trova la morte, mentre il gigantesco capodoglio bianco, con tanti arpioni che lo adornano come stelle al merito, prosegue la sua corsa nell’oceano. Vi chiederete: e allora, che c’importa? Beh, penso che tante volte ci siamo sentiti come Achab, attaccando a testa bassa, sottovalutando l’avversario e lasciando da parte il cervello. È proprio qui dove si annida la sconfitta: nella perdita della ragione (quante volta ci capita di vederlo ogni giorno!). Achab, travolto da un incontenibile desiderio di vendetta, porta alla rovina quasi tutto l’equipaggio, mentre Ismaele si salva miracolosamente, riuscendo così a tramandarci una drammatica lezione di vita. E il diamante a ben pensarci non è da meno, anche se i termini dello scontro con sono così violenti e crudeli. Si tratta di una sfida in cui la capacità mentale e la forza fisica devono continuamente trovare il giusto mix. Come diceva Yogi Berra: per il 90% è una questione di testa, per il 50 % di fisico. La somma la lascio fare a voi.

Giuliano Masola, 19 gennaio 2020.

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