Ejected!

Fuori!

Giuliano Masola. “Fuori””, buttato fuori: una parola accompagnata da un chiaro gesto dell’arbitro che indica la via dello spogliatoio. In genere se la sentono dire gli allenatori che contestano un po’ troppo platealmente, dirigenti che non riescono a mantenere la calma, giocatori che si sentono defraudati da una chiamata che non è a loro favore, e così via. Coi più piccoli i casi sono molto rari; spesso il loro stesso allenatore si incarica di riportare il giovane sulla retta via. In un mondo sempre più variegato e sorprendente, però c’è da aspettarsi di tutto. Tanti anni fa, ai tempi della gloriosa UPCC, ero un ufficiale di gara per cui non potevo fare il manager della , per cui Gianluca, il figlio tredicenne del caro Corino Catellani, uno di quelli che ha dato tanto e di cui nessuno si ricorda più (abbiamo dato l’esame da scorer insieme nel 1966, sotto la guida del maestro Giorgio Zanichelli), fungeva da allenatore.

Nel corso di una partita col Collecchio, nell’ambito del tradizionale Torneo Città di Parma, il giovane manager (da me sollecitato in verità) protestò per una mancata chiamata di “infield fly”e alla fine venne espulso, anche se non ci furono gesti eclatanti; molto semplicemente bisognava riaffermare l’autorità del direttore di gara di fronte a un ragazzino. La squadra, divenuta ancora più gestita, cercò di combattere al massimo, ma non riuscì a vincere. Manager giovanissimi, al di là di amichevoli o tornei in cui questo è previsto, non se ne vedono da diverso tempo. Ci sono sempre delle eccezioni, situazioni che hanno dell’incredibile. I Kalamazoo Growlers (Michigan) della Northwoods League hanno un coach onorario di appena sei anni ‒ avete capito bene: 6 anni!. Giovanissimo, ma dal temperamento piuttosto caldo, in un paio di settimane ha battuto il record delle espulsioni. In pratica, certe decisioni arbitrali non gli vanno proprio giù. Il 14 luglio scorso ‒ forse per onorare la Rivoluzione francese ‒ Drake, ha messo in mostra tutto il suo repertorio con parole e opere. Ha affrontato l’arbitro, gli ha fatto un bel giro intorno, gli ha scalciato contro la terra rossa: “Ejected!”, urlò a quel punto l’arbitro, indicando l’espulsione. Poi, mentre usciva, ha lanciato delle mazze verso l’arbitro, e ha gettato in aria tutto ciò che ha trovato; poi ha svuotato i secchi con le palline in campo. Alla fine, dopo aver sbattuto violentemente in terra il cappellino, se ne è definitivamente. Sappiamo quanto conti il “business” del baseball in America e pure dell’interesse crescente della Major League per avere un numero sempre più vasto di giocatori e spettatori: in pratica, ampliare il bacino commerciale. I più giovani, da qualche tempo, sono diventati un obiettivo fondamentale. In genere, l’ottimismo americano si associa a un certo buonismo: l’eroe senza macchia e senza paura da prendere come esempio. Accanto all’episodio citato, tante sono le occasioni per mostrare le abilità dei ragazzi, come quelle di una bambina che in palestra prende palline al volo correndo da una parte all’altra senza interruzione. Da oltre 7mila chilometri di distanza diventa impossibile stabilire se l’azione del piccolo Drake (che forse aveva il famoso corsaro Francis fra i sui suoi antenati) sia stata orchestrata o meno. È rilevante, però, che la MLB l’abbia messa in rete, soprattutto che un bambino di prima elementare sia riuscito a scimmiottare alla perfezione quanto succede a livelli più alti. Sappiamo quanto la “rete”, in casi come questo, porti all’imitazione, anche se in effetti non credo ci siano tanti bambini-manager in circolazione. Sappiamo quanto i rapporti con l’arbitro siano delicati: nessuno ha voglia di farsi espellere e l’arbitro non va in campo per farlo, anche se è pronto all’azione, in caso di necessità. Parlando in prima persona, probabilmente espello meno giocatori o un allenatori, di quanto dovrei, poiché penso che la punizione sia utile solo se porta a qualche rinsavimento. Certo, ci sono dei casi in cui non se ne può fare a meno, ma in più di una occasione un chiarimento può rivelarsi più utile, in particolare se ci sono dei bambini in campo. Il baseball, come il softball. è il gioco dalle mille regole e regolamenti, nessuno sa tutto di tutto, per cui la miglior cosa che resta da fare è applicare al meglio ciò che si sa; mal che vada, si sfoglia il regolamento (ammesso di riuscire a trovar subito ciò che si cerca). Pertanto, occorre ricondurre tutto al concetto di gioco e dal divertimento che da esso ci si attende. Una volta Mark Belanger s’infiammò per una chiamata di Russ Goetz in seconda: corridore salvo anziché out. Goetz non lo cacciò fuori e ciò fece ancor più infuriare l’interbase degli Orioles. A fine partita, Belanger riprese a recriminare vivacemente: “Come puoi fare bene il tuo mestiere se non mi cacci fuori dopo tutto quello che t’ho detto?”. Le Majors sono lontane, ma i bambini li abbiamo qui vicini a noi, con noi. E sono quelli che contano davvero, per cui, più della “reazione sparata” occorrerebbe tener conto degli effetti del cattivo esempio, autoritarismo compreso. Una volta in campo, ci si ritrova in un ambiente particolare, un mondo in cui ci si deve attenere alle regole e al rispetto per l’autorità. Ciò, visti i malaugurati e quotidiani esempi che giungono dall’esterno, diventa sempre più difficile da accettare e far rispettare. Come ha detto Jim Murray, “Il Baseball è un gioco dove la curva è un’illusione ottica, una palla a vite può essere il modo di parlare di una persona, dove rubare è legale; e puoi sputare dappertutto, meno che in un occhio all’arbitro, o sulla palla”.

Niente di complicato, insomma.

Giuliano Masola, 6 agosto 2019

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