Salvati dallo Slow-pitch?

Girovagando in internet, con le dovute cautele, si possono trovare tante cose interessanti. Una di questi è un filmato del 1924 che riprende una partita di baseball sul ghiaccio, dove si evidenzia la partecipazione soprattutto di ragazze. La palla, come si usava allora veniva lanciata da sotto: un giro di mazza e una gran corsa sui pattini da una base all’altra. Le scivolate erano praticamente automatiche, con attaccanti e difensori  che finivano distesi e abbracciati sul ghiaccio; le basi erano costituite da piccoli accumuli di neve, in modo da evitare infortuni. Si potrebbe pensare che è una storia vecchia, passata, ma in realtà non è così, poiché ancora oggi, nei college in particolare, si gioca sul ghiaccio come attività precampionato.  

Si tratta di un momento in cui prevale il divertimento, ed è questa la cosa più importante; sorriso, condivisione, amicizia. Giocare dalle nostre parti tutto l’anno, non pare possibile; fa eccezione del pre-baseball che in questo ha molto da insegnare. Si può però fare anche altro, come giocare a slow-pitch. L’altra sera, uscendo dal campo, uno mi diceva: “E’ la mia prima partita in assoluto! Non ho mai giocato né a baseball, né a softball. Mi sono divertito un sacco!”. Un altro: “Io gioco a tennis tavolo alla Conforti” (“ping-pong” non si usa più, anche se la Cina pare sempre più vicina), E da lì i ricordi di interminabili partite in parrocchia hanno originato una bella chiacchierata su racchette e quant’altro. Quest’anno in campo ci sono anche persone piuttosto giovani, giocatori che non riescono più a disputare campionati per svariati impegni. Non ci sono ancora tante ragazze ‒ questo resta un po’ un mistero ‒, ma qualche presenza in più comincia a notarsi. Fare un’attività amatoriale non significa tuffarsi nel pressapochismo, poiché occorre comunque una organizzazione e un minimo di regole. Si tratta far parte di un mondo in cui si partecipa, dove la decisione è collegiale, anche se ci sono precisi punti di riferimento. Giocare significa partecipare, far parte di un gruppo; ciò non vuol dire che tutto sia rose e fiori, ma ci si avvicina a questa condizione. Purtroppo stiamo facendo fatica a resistere alla concorrenza di altri sport, di altre attività che riescono ad avere più successo e, di conseguenza, più soldi; e quest’anno, a causa del malaugurato forfait del Rimini, faremo ancora più fatica a farci notare. Un’alternativa è giocare il più possibile, far vedere che ci siamo in ogni momento; non è facile, ma se pensiamo di avere una minima possibilità di recupero, dobbiamo sforzarci di farlo. Lo slow-pitch ha un grande vantaggio, soprattutto per i tempi morti ridotti al minimo: le basi su ball sono pochissime (andare in base per quattro ball è quasi un affronto per chi batte) e lanci e battute si succedono quasi senza sosta. E si gioca davvero, poiché molti di quelli che vanno in campo hanno diversi anni di attività alle spalle e sanno sfoderare le loro abilità quando si presenta l’occasione. Ad esempio, nella prima partita di quest’anno c’é stato un triplo gioco e la seconda si è conclusa per un solo punto di differenza su uno strettissimo doppio gioco. Giocare con la voglia di giocare. Certo cominciare le partite alle 21.30 quando non fa ancora caldo non è il massimo, ma la volontà supera ogni ostacolo. C’è quello spirito che fa del “vecchio gioco” un gioco sempre nuovo, che non ti lascia mai sonnecchiare. Si è lì a battere, correre, lanciare, tirare tutto in una volta in un contesto in grado di amalgamare il tutto e che aiuta a sperare. Certo non basta giocare un po’ la sera, bisognerebbe fare di più. Attualmente lo slow-pitch è praticato quasi esclusivamente da ex, ma credo che potrebbe essere un buon espediente per far giocare ragazzi e ragazze ancora di più. Probabilmente i miei amici Tecnici mi tireranno dietro qualche fungo scheggiato, ma credo, per esempio, che il tenere gli occhi sulla palla per un periodo prolungato prima di battere possa essere d’aiuto a chi è alle prime armi. Occorre considerare che se il lancio è lento, le battute sono normalmente potenti, per cui i riflessi devono essere rapidi e la presa sicura. Fra un paio di mesi, si farà attività nei Campi estivi e nei Grest (gruppi di attività legati alle parrocchie) e si troverà di fronte molti che probabilmente sanno cosa è il baseball, ma non ci hanno mai giocato. Lo slow-pitch potrebbe essere un modo per farli partecipare più facilmente. Ricordiamoci che i ragazzi amano prendersi in giro per cui una mazza che sventola a vuoto, ad esempio può essere fonte di sfottò e di ilarità e in un gioco in cui le palline diventano “pallone” tutto può accadere, dar sfogo all’improvvisazione, ma il desiderio di fare parte della compagnia supera tutto. E ciò mi pare particolarmente importante, se si pensa ai tanti messaggi che portano alla disgregazione, alla contrapposizione: situazioni che possono provocare problemi molto seri. Fortunatamente la versione gregoriana e un po’ goliardica dell’“Inno alla gioia” cantato da una delle squadre prima della partita fa un po’ da antidoto. Anche per questo credo che possiamo farcela, riscoprendo il meglio che è in noi: la voglia di sognare e cercare di realizzare i nostri sogni. Giovanni Pascoli, un poeta di cui tanti della mia età hanno imparato le poesie a memoria, ‒ “La cavalla storna” per esempio ‒ sosteneva che: «la poesia è senza aggettivo, ha una suprema utilità morale e sociale». Provando a sostituire a “poesia” “batti&corri”, possiamo scoprire quanto c’è di vero. Giochiamo il più possibile, magari abbinando allo slow-pitch lo slow-food, e la ri-scossa non mancherà.

giuliano, 6 aprile 2019.

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