BASA – PALLA da pronunciarsi: Bes-Bol

di Giuliano Masola. Immagino che il primo pensiero vada a un goccio di troppo, ma siamo in Quaresima per cui cerco di fare il bravo. In realtà, si tratta del titolo di un articolo apparso nel febbraio del 1950 su “Il nuovo Bajon – mensile umoristico politico e sociale”, rivista di 8 pagine che costava 50 lire (all’epoca cifra non irrisoria). Una doverosa premessa. Il Baseball, a Parma, era ufficialmente nato il 15 giugno del 1949, per cui restava un gioco pieno di interrogativi. “Non è stato ancora ben precisato se l’uomo dell’età della pietra che come ben si sa aveva l’abitudine di andare in giro con una clava sia l’antico progenitore dell’attuale gioco del Baseball”, inizia così il lungo articolo su tre colonne con l’immagine di Babe Ruth nella sua classica posizione post fuoricampo. “La diceria trova credito in quanto sembra che il nemico, se era uomo, per difendersi da questa nuova arma spellasse un brontosauro e con la sua pelle si facesse un rudimentale guanto con cui afferrava al volo il sasso – battutogli addosso – e lo rispediva al mittente”.

Dall’età della pietra, di cui possono fare solo congetture, al tempo storico il passo è breve. Il baseball “sembra l’abbia inventato un ragazzo americano, John Doyle il quale ascoltata la leggenda dal vecchio nonno Joe si fabbricò una clava di modeste proporzioni e sostituì il sasso con una palla di caucciù”. Qui l’autore dell’articolo, probabilmente appassionato di gialli, mette un po’ di suspence: “Dapprima la cuginetta Mary ebbe il compito di raccattapalle, poi vennero gli amici e il gioco si perfezionò. Come? Ve lo diremo un’altra volta”(per saperne di più però dovremo però aspettare John Schultz col suo mitico Charlie Brown). Il baseball diventa in poco tempo il “gioco americano”, perché “gli uomini giocano sicuramente tutti, perché come da noi qualsiasi ragazzino ha giocato a calcio laggiù gioca o ha giocato a baseball”. Non solo, perché anche se solo una parte delle donne gioca, esse partecipano. Per gli americani è un gioco da esportare e, poiché in America tutto è grande, perfino esagerato, è naturale che “punte di 20.000 spettatori si sono registrate in Spagna in occasione degli incontri sostenuti dalla squadra di Firenze vincitrice del Campionato Italiano edizione 1949. A Milano…si ebbero punte massime di 30.000 spettatori”. Un successo incredibile, da metter in crisi sport ben più seguiti. In fondo, c’è un po’ di caro amor di Patria: non si può accettare sic et simpliciter qualcosa che viene dal Nuovo Mondo in cui non abbiamo messo lo zampino (altrimenti Colombo e Vespucci che sarebbero andati in giro a fare – il primo da emigrante, il secondo da banchiere). È importante affermare che si i tratta di uno sport in piena regola, non quello che “è ritenuto dalla maggioranza che ne conosce la struttura solo per sentito dire il gioco dei quattro malcantoni…”. Un gioco non facile, ma che appassiona anche per una sua aura di mistero; la sua imprevedibilità appassiona pubblico e giocatori: tutti urlano per tutta la partita. Da qui in poi l’articolista entra nel vivo, nella cronaca cittadina, andando a cercare storie fra persone che si conoscevano praticamente tutte, che avevano vissuto anni terribili e che avrebbero dovuto affrontarne insieme altri difficili. “Si dice che un nostro esimio cavadenti, capitano della squadra e soprannominato guanto di velluto assoldi i compagni con le prove durante le sedute dei clienti e, novello Dulcamara, ne approfitti per tacitare l’urlo dei clienti”. Immagino che alcuni lettori avranno già individuato il nome del famoso dentista (magari è stato lui a inventare la “palla dentifricio” per aumentare la clientela), ma in questo caso seguo le orme dell’articolista: lascio a voi la voglia e la curiosità di scoprirlo (rileggersi la storia del nostro baseball fa sempre bene). Certo i campioni americani come Joe Di Maggio guadagnano somme da capogiro, ma da noi è un altro film. Infatti “I rappresentanti dei colori di Parma, neofiti di questo Sport, con questo miraggio nei tristissimi settimanali allenamenti nella gelida palestra del Giardino d’Inverno si guadagnano per ora sicuramente perlomeno il raffreddore. Se non la polmonite s’intende”. Roba da libro Cuore… Non so voi, ma quando ho visto e letto questo articolo ho fatto un balzo sulla sedia. Sono passati in pratica settant’anni e alcuni di quelli che si buscavano malanni al Giardino ci sono ancora e vi confermeranno di avere rischiato la pleurite, anche se alcuni, proveniente dal rugby, avevano la pelle ben dura. Nel 1950, Parma, come tante altre città, stava combattendo una dura battaglia quotidiana per l’esistenza: mancavano tantissime cose, a cominciare da ciò che poteva riempire lo stomaco. Eppure quei ragazzi avevano dalla loro parte il desiderio di andare oltre, di buttare il cuore oltre l’ostacolo. Ce l’hanno messa tutta davvero, se pensiamo ai grandi risultati ottenuti in pochi anni. I pionieri, salvo qualche raro, caso finiscono per essere dimenticati e messi da parte, così quando una bambina o un bambino mi dicono “Sai che mio nonno ha giocato: ha ancora il guanto che gli ha dato un americano, e poi mi ha regalato una pallina…” mi vien la pelle d’oca. Non sempre nipoti e pronipoti giocano a baseball, ma se provi a ricordargli il solo fatto che quel gioco c’è ancora e può raccontar loro tante storie, magari vengono stuzzicati a provarlo.

È inutile negarci che stiamo vivendo un periodo difficile nel baseball italiano e che, se vogliamo saltarci fuori, occorreranno duri sacrifici. Ma chi è venuto prima di noi ci ha lasciato un compito, non ha giocato per caso. Per sperare di farcela, serve soprattutto coesione e sensibilità. Altrimenti, del Giardino non resterà che l’inverno.

Giuliano Masola, 7 marzo 2019.

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