Proposta

di Giuliano Masola. Duttilità e malleabilità sono caratteristiche normalmente collegate ai metalli. La capacità di essere ridotti in fili o forme diverse, mantenendo le stesse proprietà iniziali, contribuisce allo sviluppo tecnico e tecnologico. Normalmente si pensa all’oro come esempio tipico, ma credo che sia l’uomo a esserne il vero simbolo. Tutta l’evoluzione del nostro fisico e della nostra mente è originate da situazioni estreme. Se pensiamo al nostro gioco, ci rendiamo conto quanto sia vero. Affrontare le difficoltà significa crescere, maturare, far salire l’asticella della conoscenza. Evoluzione significa cambiamento, trasformazione. Se ci confrontiamo con quanto vediamo in natura – pensiamo alla metamorfosi – le nostre mutazioni sono lente, quasi impercettibili. Eppure, l’uomo primitivo respirava più metano e carbonio di adesso (anche se stiamo tornando verso quella situazione). Spesso ci arrabattiamo fra mille cose che riteniamo piccole, inutili, fastidiose, ma possono essere quelle che ci fanno cambiare. Pur essendo piccolo il nostro numero, abbiamo al nostro interno tutta una varietà di idee, pensieri, modi di agire e di reagire; ogni manager, anche inconsapevolmente, una sua filosofia, ogni Società ha uno statuto cui si rifà, o dovrebbe rifarsi, per la gestione e il conseguimento degli obiettivi. Forse non ci siamo accorti – e se lo abbiamo fatto, con grave ritardo – di quanto sia cambiato nella organizzazione del nostro gioco. A mio parere, ad esempio, la cancellazione delle province, ha fatto sì che gli organismi sportivi federali a livello provinciale siano praticamente scomparsi. Se ciò ha potuto avere una minima conseguenza in alcuni casi, penso che nel nostro abbia avuto effetti pesanti, se non deleteri. Mi riferisco, ad esempio, alla scomparsa del Comitato Provinciale sia delle Società, che dei Tecnici, ma anche degli Arbitri. In pratica si ha una dipendenza organizzativa e gerarchica dal capoluogo regionale, quando l’attività svolta nella nostra zone è praticamente pari, o quasi, a tutto il resto dell’Emilia-Romagna. L’unica salvezza per ora, resta, l’organizzazione dei calendari per le squadre fino a un certo livello in sede locale, ma ciò è legata alla buona volontà di una persona che è da oltre cinquant’anni nel baseball. Chi vuole acquisire il tesserino da tecnico, deve andare a Bologna, almeno alcune volte (il fatto che siano gli allievi ad andare dal maestro, pagandolo, probabilmente deriva delle origini dell’università, e Bologna è stata una delle prime). Gli arbitri mantengono una qualche autonomia, almeno per i campionati locali, ma nulla più. I Classificatori, invece, non hanno problemi, poiché Parma è anche la loro sede nazionale. Sappiamo bene, che chi comanda ha sempre ragione, così come ci rendiamo conto della diversità delle esperienze, ma tant’è. Come di norma accade, la colpa è degli altri; cosa ci possiamo fare?  Beh, penso che qualcosa si possa fare, anche se ci sono delle difficoltà da superare. Dipendere dagli altri può essere comodo, ma difficilmente risolve i nostri problemi. La prima cosa, a mio avviso, dovrebbe essere la ricostituzione del Comitato provinciale o di zona. Il problema vero è: chi dovrebbe prendersene cura? Dal punto di vista organizzativo, ad esempio, la società maggiore potrebbe fungere da punto di riferimento, ma mi rendo conto che ciò potrebbe essere non bene accolto da tutti: non tutte le Società vedono le cose allo stesso modo (la mia esperienza in ambito societario è piuttosto datata, ma da quel che vedo i problemi – in più di un caso derivanti da pericolose gelosie – restano sostanzialmente gli stessi). Se questa prima ipotesi non fosse percorribile, ne suggerisco un’altra, rischiando scomuniche, anatemi e la perdita di qualche amicizia. Da ormai diversi anni la Scuola Baseball sta svolgendo un grande lavoro di insegnamento e di amalgama, attraverso una attività che ha tenuto conto del variare della situazione; in particolare ha cercato di adattarsi alla realtà, mantenendo i propri obiettivi. Attualmente, è l’unica società che, non facendo una attività diretta nei campionati, resta fuori dalle parti, anzi le riassume. In questo occorre riconoscere una grande duttilità e malleabilità. Perché, allora, non utilizzare questa esperienza e capacità facendo un salto, a mio parere qualitativo, trovando cioè in essa un punto di incontro e di aggregazione tale da permettere di affrontare in modo comune, e locale, i problemi e ricercarne la soluzione? Gli obiettivi non cambierebbero, poiché si impara anche dal confronto, talvolta anche dallo scontro, purché si arrivi a una soluzione. Abbiamo visto quanto l’idea della franchigia, che poteva essere anche un buon punto di partenza per una capacità organizzativa complessivamente superiore, si sia scontrata con una dura realtà. E ciò ci deve far riflettere. Mi rendo conto che queste idee possono anche sconvolgere, ma sono convinto che qualcosa occorra fare, che non possiamo restare passivi. Le difficoltà che ogni giorno riscontriamo derivano anche dall’affidare agli altri le nostre responsabilità. Non dimentichiamo che uno dei compiti educativi della scuola sta proprio nell’insegnare ad acquisire responsabilità e consapevolezza, e dare un futuro.

Mio figlio, un anno fa, salutandomi per andare a lavorare a Berlino, mi ha lasciato un biglietto con un pensiero di Kant: “Non c’è niente di più pratico di una buona teoria”.

Che ne dite?

 

Giuliano Masola, 28 settembre 2017

 

 

 

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