El Bujia

di Giuliano Masola. Nei giorni scorsi si sono conclusi i Mondiali di Little League, cui ha partecipato anche l’Emilia-Romagna in rappresentanza dell’Europa, Africa e parte del Vicino Oriente. Un avvenimento estremamente seguito. Roob Manfred, il “Commissioner” delle Major Leagues, ha dato il via a un recupero, e in qualche caso a un ritorno, non sol nelle piccole città dell’interno degli Stato Uniti, ma anche dentro le metropoli. A sostegno di ciò, , durante le World Series di Little League due squadre delle Major – Pirates e Cardinals – hanno giocato una regolare gara di campionato in un campo di Lega Minore, non lontano da Cooperstown, davanti proprio ai giovani protagonisti dei Mondiali. Sappiamo quanto gli americani, e non solo, cerchino di cogliere delle storie che possono illustrare al meglio lo spirito del baseball, di quei valori fondamentali in cui si riconoscono (anche se i risultati elettorali talvolta smentiscono ciò). A un ragazzino del Venezuela, Omar Romero, sono stati dedicati oltre tre minuti di intervista, quasi un record, per chi conosce i media. Omar è stato il più piccolo del torneo, ma anche quello che più ha lasciato il segno. Il nomignolo di “el Bujia” – l’Artiglio –, nonostante le apparenze, ben si adatta a Romero. La sua è una di quelle storie un po’ da libro Cuore. Rimasto orfano da piccolissimo, fino a poco tempo fa è stato educato dallo zio e dalla nonna, purtroppo anch’essi scomparsi in poco tempo. Per Omar è stata una mazzata tale da fargli smettere di andare in campo per un paio di settimane. I suoi compagni però, sono riusciti a convincerlo a rientrare. In pratica, vive in casa del manager della squadra, che lo vede come un piccolo Josè Altuve, il giovane e grande giocatore degli Astros di Houston. Omar vede proprio in Altuve il suo modello, il suo idolo; si impegna e lavora ogni giorno per diventare come lui. Le sue giocate in difesa e le sue battute decisive hanno fatto spesso la differenza, anche se alla fine il Venezuela non è riuscito ad avanzare più di tanto. L’esperienza, però, è stata grande; tutti gli hanno voluto bene, ed è questo che conta. Ciò che colpisce è il suo grande senso di responsabilità e la profondità dei sentimenti. Prima della partita scrive i nomi dei suoi cari sul campo e ha dedicato la sua prima vittoria allo zio e alla nonna scomparsi. I suoi compagni sono fieri di lui e lo supportano, ben consapevoli di fare squadra e, con la squadra, ottenere risultati. È presto per dire se un piccolo orfano, per quanto bravo, riuscirà davvero a diventare un campione: glielo auguriamo. L’unico grande rischio – e non sarebbe la prima volta che ciò accade – di far prevalere la pressione, il “rushing”, cioè la fretta di fargli bruciare le tappe. Omar Romero è un nome comune; per fare la differenza ci vuole talento, impegno, fortuna. Come disse una volta Joe di Maggio “un giocatore che è diventato professionista è uno che ha patito la fame”, e la parola “fame” può essere declinata in tanti modi. Le World Series di Little League sono state vinte dal Giappone, in una finale quasi senza storia, facendo tornare all’apice internazionale giovanile una squadra asiatica. La nostra squadra ha fatto quello che ha potuto; l’esperienza è in ogni caso positiva. Certo se vediamo sulla carta geografica quanto è il territorio che essa rappresenta, per gli altri non ci sarebbe storia. Senza un significativo numero di adesioni, di partecipanti, si riesce a fare poco. Il buon Nino Cavalli quando oltre cinquant’anni fa iscrisse per la prima volta Parma nella Little League International lo aveva capito. Purtroppo, come in altre circostanze, i mutamenti politici ed economici hanno cambiato le cose e diventa sempre più difficile recuperare. Una delle bandiere sventolate ai vari raduni elettorali è quello di un maggior impegno per i giovani, per le attività giovanili, ma la realtà è ben diversa: si riempiono pagine e pagine (per lo più virtuali) per parlare della IBL, mentre il resto forse non si sa neppure se esiste. La colpa è nostra, solo nostra. Quando non si fa praticamente nulla per incentivare e facilitare i corsi per tecnici di base, e non ci si impegna veramente per la ricerca di nuovi arbitri, non si fa un vero proselitismo, ad esempio, è bene evitare quelle che a mio avviso si tramuta in stoltezza. Non è un problema solo di Parma, ma collettivo. Troppo spesso anche noi abbiamo un po’ di puzzetta sotto il naso, per cui facciamo una grande fatica a confrontarci con gli altri e, anche quando troviamo una collaborazione, continuiamo a mantenere pregiudizi. Forse il piccolo Omar Romero avrebbe da insegnarci qualcosa in proposito, non tanto perché ha perso tutti i parenti, quanto perché vive in un paese sconvolto dal troppo rapido passaggio dalla ricchezza alla indigenza, soprattutto all’instabilità e alle lotte fratricide. In casi come questi gli esempi positivi possono dare una mano, un senso di appartenenza, di fratellanza, di impegno, e quando c’è l’impegno vero, i risultati si raggiungono.

Forse, dovremmo ricordarci anche noi di essere un po’ più “bujia”, cioè maggiormente in grado di graffiare quando occorre e, soprattutto di saper afferrare l’obiettivo, pronti per balzare da una base all’altra. E, appena giunti a casa, riprendere il volo per una meta ancora più sfidante.

“Provaci ancora Omar!”

 

Giuliano Masola

1° settembre 2017

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